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Comunicazione pubblica della scienza: è necessario un nuovo patto. Il messaggio del Simposio della FISV

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La pandemia può diventare un’occasione per pensare a un nuovo patto sulla comunicazione della scienza che aumenti la confidenza dei cittadini con la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica e li coinvolga nei processi decisionali: questo il messaggio lanciato dal Simposio FISV del 28 aprile.

Crediti immagine: Markus Winkler/Unsplash

«Purtroppo non c’è oggi forma di ricerca che sia guidata dalla pura verità». Con questa nota del filosofo Massimo Cacciari si è aperto il Simposio FISV del 28 aprile Quale oggi per quale domani: il ruolo delle scienze della vita. Una considerazione che tiene conto della complessità delle dinamiche che concorrono a determinare le decisioni in materia di scienza e tecnologia.

Un esempio su tutti: la questione della sperimentazione animale. L’Italia si trova da anni sotto procedura di infrazione da parte dell’Unione europea perché non ha rispettato la normativa che regola questa pratica, complici i gruppi di interesse animalisti che hanno una grande forza «persuasiva e manipolatrice», sostiene l’avvocata penalista Caterina Flick, consulente di Marco Tamietto, coordinatore di un progetto europeo che utilizza i macachi come modello per il recupero della vista nei pazienti dopo una lesione al cervello. Il ricercatore è stato minacciato di morte tempo fa con la famiglia: «Non sei un ricercatore, sei un assassino. Colpiremo duro te e la tua famiglia», era il messaggio in una missiva recapitata a Tamietto.

Troll, bot, e-mail-marketing e altri strumenti informatici automatizzati – sostiene Flick – amplificano campagne di odio che si trasformano da digitali in reali, come quando questi gruppi insistono sul concetto ormai obsoleto di vivisezione, dando al pubblico una visione odiosa della questione. Ma la sperimentazione è tutt’altra pratica. I principi che la regolano sono rigorosi: la sperimentazione su modelli animali può avvenire solo se i protocolli sono stati approvati dal Ministero, e solo quando non esistono sistemi alternativi per dare le risposte biologiche necessarie.

Da neo-presidente FISV a inizio 2017 immaginavo un processo trasformativo che puntasse a fare in modo che la Federazione, che nel frattempo è cresciuta e associa ora 16 società scientifiche italiane e rappresenta circa ottomila ricercatori, non restasse focalizzata, come aveva fatto sino a quel punto, nel mettere semplicemente in contatto tra loro ricercatori e scienziati nelle varie discipline delle scienze della vita in occasioni congressuali e formali. La comunicazione degli scienziati, infatti, deve fare da ponte tra le conoscenze delle varie società scientifiche che compongono FISV e la società intesa in senso lato, composta da cittadini che di scienza sentono parlare, ma con la quale possono avere poca o quasi nessuna confidenza.

Questo processo trasformativo, che non si è ancora pienamente realizzato, ha contribuito a delineare una strategia di comunicazione che prima mancava: una maggiore aggregazione delle società scientifiche italiane ora consapevoli che è necessario porre fine all’isolamento dello scienziato dall’«Agorà» pubblica.

È stato così che le comunicazioni delle società scientifiche italiane federate in FISV hanno smesso di rivolgersi ai cittadini in senso top-down, con l’intento quindi di persuadere a senso unico, con gli scienziati in cattedra e i cittadini sui banchi. Abbiamo coinvolto le istituzioni, scritto a ministri e associazioni di categoria, su diversi temi, tra cui per esempio l’editing genomico. Soltanto nell’ottica di una comunicazione allargata, partecipata e bidirezionale si può pensare di ottenere risultati. Questo lo pensavamo in teoria, ma poi è arrivata l’occasione di mettere in pratica il tutto e verificare. Improvvisamente, infatti, l’anno scorso è arrivata la pandemia di Covid-19 che ha posto tante domande urgenti: da dove viene SARS-CoV-2? Quali sono le condizioni che ne favoriscono maggiormente la diffusione? Come si può curare Covid-19?, Quanto tempo ci sarebbe voluto per avere un vaccino? E avrebbe poi funzionato contro possibili varianti?

Siamo allora stati travolti da una tempesta mediatica senza precedenti, spesso confondente. Le posizioni degli esperti, alcune volte legittimamente discordanti, altre volte si sono contrapposte a causa della ricerca di protagonismo da parte di alcuni degli interlocutori. Improvvisamente, la scienza e gli scienziati sono diventati per tutti i cittadini un riferimento centrale, con grande visibilità in giornali, radio e televisioni molto spesso con lunghi talk show, dai quali non sempre (o quasi mai) si evincevano dati concordi. D’altra parte, la pandemia ha dato una visibilità inaspettata alle scienze della vita, che sono diventate un argomento all’ordine del giorno.

E allora la pandemia può diventare un’occasione per pensare a un nuovo patto sulla comunicazione della scienza che aumenti la confidenza dei cittadini con la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica e li coinvolga nei processi decisionali. Questa strategia può avere come effetto anche quello di spuntare le armi alle teorie complottistiche.

Questo è il messaggio lanciato dal Simposio FISV del 28 aprile. Come hanno detto il segretario generale di Cittadinanzattiva Antonio Gaudioso e il giornalista Riccardo Iacona nella tavola rotonda conclusiva, la pandemia ci ha cambiato profondamente; i cittadini sono ora più pronti di prima ad ascoltare cosa dicono gli scienziati. E questo diverso atteggiamento ci può aiutare a ricucire la frattura tra scienziati e società. È arrivato il momento per dialogare di più, avere fiducia nell’avviare una nuova strategia di comunicazione che coinvolga tutte le parti interessate per fare in modo che le scoperte scientifiche possano essere utilizzate al meglio per aumentare il benessere della società.

 

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Immagine di Pixabay.

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