Carlo Bernardini, civil servant

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Carlo Bernardini

Sono passati ormai più di tre mesi da quando, lo scorso 21 giugno, Carlo Bernardini, uno tra gli autorevoli membri della straordinaria scuola di fisica romana, ci ha lasciati. In queste settimane sono usciti molti ricordi su Carlo, ne cito solo alcuni che ho letto e che mi hanno suscitato grande commozione: quelli di Pietro Greco, Francesco Lenci e Giulio Peruzzi.

E poi c’è stata una giornata importante, dedicata al suo ricordo, a Pisa lo scorso 6 settembre, presso la Scuola Normale, un autorevole consesso di oratori emozionati e sinceramente affezionati ai valori che Carlo magistralmente ha rappresentato con il suo esempio e le sue scelte di vita.

Proprio grazie a queste testimonianze che inquadrano anche storicamente il suo profilo, non starò a ricordare il ruolo di studioso e quello istituzionale che Carlo ha avuto, ma cercherò di soffermarmi su alcune memorie personali e su suggestioni che ho potuto cumulare nei quasi venti anni di conoscenza e di sua frequentazione, in alcuni periodi anche molto intensa.

Carlo era orgogliosamente un fisico, uno studioso di leggi di natura. Lo era con totale e completa convinzione, così da esprimere questa attitudine con tutto il suo più appassionato trasporto. Lo era a tal punto da rivendicare per questo oggetto di studio, la fisica, una sorta di capacità taumaturgica nei confronti delle miserie della mente e del comportamento umano.

Scrive con intenso e orgoglioso trasporto di come si fosse realizzato, per esempio a Frascati nell’impresa dell’acceleratore AdA (Anello di Accumulazione), un ambiente “ideale” non solo per gli studi da realizzare ma per l’umanità e la valorialità che riusciva ad essere espressa:

(..) Né mi pare azzardato pensare che la natura dell’impresa AdA, così strettamente imparentata con un classico “viaggio nell’ignoto”, abbia contribuito moltissimo a creare un clima da “compagni di viaggio” così forte da condizionare positivamente la nostra personalità

Si potrebbe dire, e mi capitò una volta di discutere di questo con lui, che un tale convincimento andrebbe applicato a tutte le imprese umane che si avvalgono della possibilità di essere collettivamente partecipate, in cui l’obiettivo condiviso diviene esso stesso l’anello di congiunzione della comunità che si approssima alla sua realizzazione.

Certo, Carlo aveva sacrosanta ragione, le imprese non sono tutte equivalentemente di valore. Naturalmente va considerato con rispetto e, in alcuni casi con ammirazione, il progetto e la realizzazione di un’azienda d’affari, capace di coinvolgere positivamente la vita delle persone che ne fanno parte, ridefinire le loro esistenze, attribuirgli scopi, desideri, ambizioni (tutte cose fondamentali nella vita di ciascun essere umano). Ma la “missione” che è alla base di quella impresa è e resta, per quanto partecipata da più soggetti, privata. Resta cioè confinata nei pur rispettabili obiettivi di un gruppo di individui che persegue un benessere e una soddisfazione che riguarda essenzialmente quel gruppo.

Altro è un’impresa collettiva che ha come scopo quello di rivolgersi al benessere di ciascuno, ad un benessere pubblico. Che intende tutelare, salvaguardare, arricchire, sviluppare i “beni e i servizi comuni”, che opera per la crescita, il progresso, la cura e l’evoluzione dell’umanità, eventualmente sacrificando qualche scopo privato e personale.

A questo secondo genere di imprese, quando esercitate con strumenti morali e intellettuali adeguati, si può partecipare nelle forme più alte di contribuzione, attraverso la Politica, i Servizi Essenziali o la Cultura (nelle sue varie declinazioni e la Scienza ne è certamente una delle più fondamentali). E’ perseguendo l’interesse generale che ci si trasforma in “civil servant”, come a Carlo piaceva dire. E c’era tutta la sua autentica disponibilità verso il mondo in questa esaltazione dell’operare al “servizio” degli altri. Ancora ricordo il compiacimento con cui coglieva la straordinaria essenza di quella funzione, semanticamente rappresentata nei due lemmi che si accoppiavano in una perfetta sintesi, servizio e civiltà: al servizio della civiltà, civil servant!

Non è un caso quindi che Carlo abbia in seguito, nella sua vita, operato in due di queste funzioni: da scienziato e da politico. E come, in alcuni casi abbia perfettamente messo in connessione queste due modalità di organizzazione del pensiero, rivolto alla comprensione e all'organizzazione del mondo. Comprendere per operare, per migliorare, per evolvere.

E come meglio esercitare l’attitudine alla comprensione, se non andando ad indagare l’essenza più intima e profonda delle leggi che governano la natura. Operare, guidati dal metodo scientifico, quello sforzo che permette al ragionamento e all’immaginazione di svelare i meccanismi e le dinamiche di base di ciò che siamo noi e il mondo in cui viviamo. Ed offrire questo sforzo e i suoi frutti alla conoscenza comune, al giudizio e all’utilizzo che l’umanità potrà farne nell’immediato e nel futuro.

Allo stesso tempo, come meglio esercitare l’attitudine al servizio per gli altri, se non indagando le forme di organizzazione guidate da principi e valori di rispetto ed equità. E provare a trasformare quei modelli ideali realizzati su carta (definiti al di fuori delle “condizioni al contorno” che nelle società umane hanno infiniti e mutevoli aspetti) in pratica applicazione. Essendo consapevoli dell’approssimazione con cui si opera e pur tuttavia convinti della necessità di “sporcarsi le mani”: in molti hanno ricordato come sulla porta del suo studio alla Sapienza ci fosse un cartello con su scritto: “aveva la coscienza pulita, non l’aveva mai usata”.

A me è capitata la fortuna di incontrare Carlo proprio in quella funzione mista in cui si incrociano scienza e politica: ci siamo ritrovati indignati, assieme a molti altri, davanti ad uno dei tanti scempi che il dilettantismo politico applicato alla regolazione della scienza e della ricerca può produrre (era il tempo in cui si riteneva che la riforma di un Ente di ricerca potesse farsi, affidandosi alla consulenza della Ernst&Young). E insieme decidere di contrastare quei piani scellerati e mobilitarsi per mobilitare. Scoprendo che alcuni valori fondamentali (relativi al ruolo della conoscenza, alla libertà di pensiero, alle equilibrate autonomie tra istituzioni) sono molto più condivisi nell’opinione pubblica, di quanto non si creda e, cosa persino più complessa, che sia possibile convincere un gruppo numeroso di intellettuali nel non dividersi nel perseguire una strategia di risposta. Quelle battaglie sono divenute elemento di stimolo e riflessione più generale e hanno determinato la necessità, da parte di molti di noi, di continuare a mantenere uno sguardo attivo e costante oltre le nostre attività scientifiche.

In questo percorso si è consolidata la conoscenza di Carlo, dell’apprezzamento delle sue straordinarie qualità intellettuali e umane. Una in particolare ne vorrei sottolineare: Carlo offriva, chiunque fossero i suoi interlocutori, una reale disponibilità di attenzione e comprensione. Il suo era un ascolto non strumentale: non cercava un opportunismo funzionale, di scambio (ne avrò un beneficio quando chiederò a te di sostenere le mie tesi e i miei scopi), né di opportunismo sociale (ti ascolto per rafforzare, in me e negli altri, la mia immagine di persona gentile e disponibile).

Carlo aveva un’esigenza profonda di comprensione delle ragioni che gli altri gli sottoponevano. E se non le comprendeva, intuendo però che dietro ci fosse sostanza in quelle ragioni e buona fede nell’interlocutore, allora sentiva l’esigenza di aprire un capitolo nuovo di approfondimento della conoscenza che lo riguardava personalmente: diventava un suo problema, una sua sfida. Ecco, Carlo era persona generosa e cortese, come difficilmente mi è capitato di incontrare nel resto della mia vita, ma mai ipocrita, mai falsa! Quelle generosità e cortesia erano un tratto profondo del suo animo e della sua lealtà nei confronti dell’umanità e di se stesso. Una necessità propria che scatenava in chi ne capiva la profondità di quel tratto, una forza emulativa e di affezione indimenticabile.

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