fbpx Animali nella ricerca scientifica, qualche numero dal report europeo | Scienza in rete
SciRe/

Animali nella ricerca scientifica, qualche numero dal report europeo

Tempo di lettura: 2 mins

Un rapporto dell’Unione europea pubblicato a luglio analizza i dati relativi all’impiego di animali per la sperimentazione scientifica: qui ripercorriamo alcuni dei punti principali del documento, aggiornato al 2018.

Il tema dell’uso degli animali a scopi scientifici è spesso al centro del dibattito pubblico e politico: a settembre, i membri del Parlamento europeo hanno votato a favore di una risoluzione per ridurre e in prospettiva eliminare l’impiego degli animali, pur non fissando scadenze – tema su cui si è espressa anche la League of European Research Universities (LERU), evidenziando la necessità di mettere a punto ove possibile tecnologie altrettanto affidabili dello stesso impiego degli animali, per poter effettuare questa sostituzione. Intanto, comunque, alcune informazioni interessanti sulla sperimentazione animale emergono dal rapporto pubblicato quest’estate dall’Unione europea, in accordo con la Direttiva 2010/63/EU per la tutela degli animali impiegati a scopi scientifici.

Il report, infatti, raccoglie i dati (riferiti al 2018) provenienti dagli Stati membri sull’impiego di animali, consentendo così di capire se la ricerca si stia efficacemente orientando sul principio delle “tre R” (replacing, reduction e refinement, cui nel tempo si sono aggiunte in realtà anche altre “R” a tutela degli animali impiegati: per esempio, il rehoming, ossia il rialloggio degli animali non più utilizzabili) e dunque, in ultima analisi, capire anche come ci si sta muovendo lungo la strada per la riduzione della sperimentazione animale.

Alcune delle principali informazioni emerse dal report sono state riportate in due diversi articoli pubblicati sul sito di Research4Life, progetto nato con lo scopo di raccontare la ricerca biomedica con un focus particolare rivolto alla sperimentazione animale. Qui vogliamo ricapitolare alcuni dei punti salienti di questa prima analisi: i numeri degli animali coinvolti, le specie più rappresentate e gli scopi per le quali sono impiegate.

Numeri e specie

L’elemento forse più interessante a emergere dal report è quello riferito agli animali impiegati in UE, a scopi scientifici, per la prima volta. Infatti, anche se il report tiene in considerazione per la prima volta anche i dati della Norvegia, che pure non è uno Stato membro, e la cifra totale degli animali impiegati per la prima volta nel 2018 risulta essere di 10 572 305 individui, se si guarda al totale dei soli Stati membri, nel 2018 per la prima volta il numero scende al di sotto dei 9 milioni di individui (8,9 per la precisione). È da precisare, sottolinea l’articolo di Research4Life, che sono valutati separatamente gli animali impiegati per la creazione e il mantenimento di linee geneticamente modificate (all’incirca un milione e mezzo).

Per quanto riguarda le specie più coinvolte, la stragrande maggioranza è rappresentato da topi, ratti, uccelli e pesci. Limitata è, invece, la percentuale di cani, gatti e primati non umani, indicati insieme come species of particular concern, ossia sulle quali l’attenzione pubblica tende a essere più sensibile. Come evidenziato dall’articolo di Research4Life, è importante notare che, per quanto riguarda i cani, il loro impiego è spesso inteso in termini di indagini compiute sui cani di famiglia, volte per esempio allo studio di particolari disordini o malattie – insomma non l’uso del cane stabulato in laboratorio. «Grazie allo sviluppo della tecnologia, il limitato uso di alcune specie è una realtà ormai da molti anni, arrivando a impiegare alcuni animali solo nelle ultimissime fasi della sperimentazione dove, in molti casi, sono previsti dalle normative vigenti per l'approvazione dei farmaci», commenta Giuliano Grignaschi, direttore di Research4Life.

Su Research4Life, l’analisi del report prosegue focalizzandosi sulla provenienza degli animali impiegati, un tema di particolare interesse sia in termini economici (perché l’importazione degli animali aumenta i costi della ricerca) sia per il benessere delle specie. Da una parte, infatti, potersi avvalere di allevatori registrati in Unione europea garantisce standard di gestione e controlli regolari; dall’altra, lo stesso viaggio per importare gli animali rappresenta per loro uno stress aggiuntivo. Inoltre, specifica l’articolo, per i primati non umani l’Unione europea mira a stabilire colonie in cattività che si auto-sostengano, soprattutto al fine di evitare il prelievo dall’ambiente naturale che, oltre allo stress per l’animale, può essere un rischio in termini di conservazione e tutela dell’ambiente.

In generale, comunque, la stragrande maggioranza (88,5%) degli animali proviene da allevamenti registrati; proporzioni più piccole provengono da Paesi europei non appartenenti alla UE e non europei, e una piccola quota, infine, è rappresentata per esempio da animali di fattoria oppure selvatici (indicati come “animali nati nell’Unione Europea ma non da allevamenti registrati). (Si rimanda all’articolo su Research4Life per i dati puntuali e l’approfondimento sui primati non umani).

Tipi d’impiego

Un secondo articolo riprende invece la sezione del report europeo dedicata agli scopi d’impiego. Parlare di sperimentazione animale, infatti, significa parlare in realtà di diversi tipi di utilizzi, che ovviamente si differenziano anche per la gravità (e quindi l’effetto sugli animali stessi).

Tra questi, il principale risulta essere la ricerca scientifica, distinta tra quella di base (che coinvolge il 46% degli animali impiegati) e quella applicata (il 27,5%, in leggera crescita rispetto al 2017).

Segue l’impiego a scopi regolatori, intesi come produzione, distribuzione e mantenimento di prodotti e sostanze sul mercato, nonché le valutazioni di rischio e sicurezza degli alimenti e dei mangimi. In questo gruppo, pur includendo i dati della Norvegia, l’impiego di animali è diminuito nel 2018 rispetto al 2017 (-12%). La maggioranza degli animali impiegati in questa categoria era destinata a soddisfare i requisiti legislativi europei.

Infine, il 5% degli animali impiegati a scopi scientifici in UE nel 2018 è stato utilizzato per la produzione di routine, che il report riporta essere prevalentemente finalizzata alla produzione di anticorpi e prodotti del sangue; il 3% circa è invece riferito a tutti gli usi a fini educativi e di training, per l’acquisizione e il mantenimento delle abilità professionali, la protezione dell’ambiente, la tutela delle specie e le indagini forensi.

 

Questo articolo è un sommario di due diversi approfondimenti apparsi su Research4Life: Animali nella ricerca scientifica: quanti e quali? (qui il testo completo) e Animali usati a scopi scientifici: sì, ma quali scopi? (qui il testo completo)

 

Aiuta Scienza in Rete a crescere. Il lavoro della redazione, soprattutto in questi momenti di emergenza, è enorme. Attualmente il giornale è interamente sostenuto dall'Editore Zadig, che non ricava alcun utile da questa attività, se non il piacere di fare giornalismo scientifico rigoroso, tempestivo e indipendente. Con il tuo contributo possiamo garantire un futuro a Scienza in Rete.

E' possibile inviare i contributi attraverso Paypal cliccando sul pulsante qui sopra. Questa forma di pagamento è garantita da Paypal.

Oppure attraverso bonifico bancario (IBAN: IT78X0311101614000000002939 intestato a Zadig srl - UBI SCPA - Agenzia di Milano, Piazzale Susa 2)

altri articoli

I meriti scientifici del premio Nobel Giorgio Parisi

Anche se la cosa non appare chiaramente nella breve motivazione del premio Nobel per la Fisica del 2021, il riconoscimento a Parisi ha sì radici estremamente estese, ma ha il suo nucleo in un gruppo di risultati che Giorgio Parisi ha pubblicato, a tambur battente (perché capiva bene le enormi potenzialità della sua scoperta) fra il 1979 e il 19801-6. In questi lavori viene introdotta quella che poi sarà nota come "la teoria di Parisi", o la teoria RSB (Replica Symmetry Breaking, o rottura della simmetria delle repliche).