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“Vivere” - Storie in bianco e nero di trapianti

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Particolare di una tavola del graphic novel di Ugo Bertotti: "Vivere".

Tempo di lettura: 4 mins

Che sia per la capacità di comunicare argomenti complessi e controversi con immediatezza e semplicità, o per l’empatia che riesce a creare nel lettore, l’utilizzo dei fumetti nella comunicazione medica è un fenomeno tanto in aumento da non poter essere più definito una novità.

La medicina a fumetti

Probabilmente, uno dei motivi del successo della cosiddetta “medicina grafica” sta nelle parole di Bruno Gridelli - ex direttore dell’ISMETT, centro palermitano di eccellenza per il trapianto e le terapie di alta specializzazione - nella sua post-fazione all’ultimo graphic novel di Ugo Bertotti (Vivere, Coconico Press - Fandango, pp. 152, euro 17,00). Secondo Gridelli, la scelta del disegno permette di rappresentare situazioni anche angoscianti senza sovrapporre “un’inutile enfasi (…) ad eventi che già di per sé hanno una enorme carica di emotività”.

Quale mezzo migliore, dunque, per parlare di un argomento delicato come quello della donazione e del trapianto di organi? Con questa idea, e a partire da una storia vera accaduta nei corridoi dell’ISMETT, è nato Vivere.

Nel 2013, mentre divampava la guerra in Siria, Selma e suo marito, palestinesi di Yarmouk, decisero di scappare con i due figli adolescenti verso la Svezia, dove viveva e lavorava il figlio maggiore. La traversata del Mediterraneo era un passaggio obbligato. Durante il lungo viaggio, la donna ebbe un incidente, arrivando al largo di Siracusa in fin di vita. Inutili i tentativi di salvarla. Grazie alla mediazione di un medico palestinese all’interno dell’ospedale di Siracusa, il marito e i figli acconsentirono alla donazione degli organi, donati a tre italiani, da tempo in attesa di trapianto.

Le storie di donatori e riceventi

“Mentre chi fa fumetti lavora un po’ in astratto, qui si tratta di persone vere e la mia responsabilità principale è stata quella di restituire il senso delle vicende che mi sono state raccontate” dice Ugo Bertotti, che questa responsabilità l’ha assunta in pieno. E sono proprio le scelte narrative e stilistiche che ne derivano a rendere Vivere difficile da etichettare in un unico genere, come la cosiddetta “medicina grafica”.

Il tratto è netto, personaggi e ambienti si delineano nel contrasto marcato fra bianco e nero. Le sfumature, invece, sono tutte riservate alle storie, ai dialoghi e all’esperienza stessa dei protagonisti. Benché il libro sia diviso in quattro capitoli, ognuno centrato su un personaggio, il ritmo interno divide la narrazione in due blocchi: la vicenda di Selma e della sua famiglia da una parte, e la quotidianità sospesa di chi vive in attesa di un trapianto, dall’altra.

In un incastro di flashback, Bertotti è in grado di raccontare com’è cambiata la vita dei palestinesi in Siria nell’arco di poche generazioni, l’orrore dei barconi e la nausea dell’attesa in mare. Ma non è solo la vita di Selma e la sua partenza a essere contestualizzata. Anche quando descrive la scelta dolorosa del marito e dei figli di donare gli organi di Selma, l’autore ne mette in luce gli aspetti culturali e religiosi. Nelle articolazioni dei rapporti in una società multiculturale, quello che emerge è un bisogno fondamentale delle parole giuste. Questa necessità è incarnata nel ruolo di mediatore rivestito dal medico palestinese all’ospedale di Siracusa, nel suo tentativo di rispondere a pregiudizi radicati e inconsapevoli degli altri medici, e, soprattutto, nella ricerca di un dialogo, rispettoso e onesto, con la famiglia.

La ricerca delle parole giuste unisce narrativamente la scelta del donatore con le speranze dei riceventi e con il loro bisogno di ringraziare per il dono ricevuto. In questa seconda parte la coralità del racconto viene meno, mentre, ancora una volta, l’aspetto più tecnicamente medico si definisce nell’articolazione della quotidianità. Così, tavola dopo tavola, si dipana l’attesa di anni, cristallizzata nei cellulari sempre pronti a ricevere la telefonata del centro trapianti, nella dipendenza dai medicinali e dalle terapie, nella ricerca di metafore – con trovate visuali originali e bellissime- attraverso cui descrivere il dolore. Qui forse le sfumature negate dal colore trovano maggiore rappresentazione nei personaggi e nelle loro contraddizioni, basate sulla consapevolezza che la loro salvezza passa per la tragedia di qualcun altro e per l’impossibilità di poter anche solo ringraziare.

Se nella prima parte i dialoghi fra i medici potrebbero suonare un po’ forzati, qui il bisogno di restituire la complessità tecnica e burocratica che c’è dietro la macchina della donazione e dei trapianti a volte viene risolto in modo didascalico. Ma è sicuramente restituire la profonda umanità dei protagonisti uno dei meriti più grandi nella narrazione di Bertotti. In Vivere esseri umani e storie non sono eccezionali, ma eccezionale è tutto il loro portato di dolore e di speranza.

 


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