fbpx "La scoperta dell'ambiente": cinque pietre miliari per il pensiero collettivo e individuale | Scienza in rete

Cinque tappe per il pensiero e l'azione collettiva

Nella foto, Rachel Carson, autrice di SiIent Spring (Primavera silenziosa), uno dei più grandi classici dell'ecologia e dell'ambientalismo, e non a caso uno dei "big five" di cui parla Stefano Nespor nel libro "La scoperta dell'ambiente", recensito da Roberto Satolli.

Tempo di lettura: 3 mins

Se Stefano Nespor, avvocato e giornalista esperto di diritto dell’ambiente, stesse scrivendo ora il suo saggio “La scoperta dell’ambiente – Una rivoluzione culturale” (pubblicato da Laterza in piena pandemia), aggiungerebbe una parte dedicata all’epidemia in corso. I virus e le loro epidemie e pandemie periodiche sono una dimensione dell’ambiente (e un motore dell’evoluzione) di cui cominciamo solo ora a comprendere l’importanza, e a cui rispondiamo con reazioni che incidono profondamente sull’ambiente globale.

Sicuramente Nespor aggiungerebbe qualcosa sull’epidemia, ma in quale parte del libro? Probabilmente non toccherebbe la struttura dei cinque capitoli (i “Big Five” era il suo titolo di lavoro mentre scriveva e me li mandava da leggere), ciascuno dedicato a una pietra miliare lungo la via percorsa dagli anni Sessanta ad oggi verso la consapevolezza di un nuovo modo di vedere il mondo. Ogni passaggio descritto attraverso la lente di un libro “miliare” che ha costituito una svolta, per il pensiero e l’azione collettiva, e per l’autore come individuo immerso in questa vicenda. Eccoli:

  • “Primavera silenziosa” (Rachel Carson, 1962), o la scoperta del pericolo di inquinamento;
  • “I limiti dello sviluppo” (Rapporto per il Club di Roma, 1972), o la scoperta dei limiti alla crescita;
  • “Il nostro comune futuro” (Rapporto Brundtland, 1987) o la scoperta della sostenibilità;
  • “Governare i beni collettivi” (Elinor Ostrom, 1990) o la scoperta della fiducia;
  • “Una scomoda verità” (Al Gore, 2006) o la scoperta dell’impegno contro il riscaldamento globale

Aggiungere un sesto capitolo sarebbe una forzatura, sul piano storico e anche autobiografico. L’autore potrebbe invece facilmente inserire un cenno all’epidemia di coronavirus proprio all’inizio dell’introduzione, secondo la regola giornalistica che suggerisce di cominciare sempre dall’attualità delle cose. Ma sarebbe strumentale e riduttivo: lì si delinea la struttura e soprattutto lo scopo del libro, che è quello di raccontare come nel corso di mezzo secolo, di scoperta in scoperta, l’ambiente diventi un tema politico, etico, culturale, economico, giuridico e scientifico. I riflessi dell’epidemia attuale su questa visione del mondo potrebbero più facilmente agganciarsi a uno dei “fili rossi” attorno a cui si intrecciano alla fine del libro le conclusioni dell’autore: il rapporto tra tutela dell’ambiente e sviluppo; la contrapposizione tra chi vede vicina la catastrofe da eccesso di crescita (“neomalthusiani”) e chi ha fiducia in una indefinita capacità di superare i limiti apparenti (“cornucopisti”); e infine la dialettica tra approccio dall’alto o dal basso per affrontare l’emergenza ambientale.

Se fossi io a scegliere parlerei dell’epidemia alla fine del secondo capitolo, quello dedicato ai “Limiti dello sviluppo”. Anche per me, che non mi sono mai occupato professionalmente di ambiente, è stato un libro determinante, più di tutti gli altri. Ricordo di averci ragionato con il pensiero ancora immaturo di un poco più che ventenne, e di essermi chiesto a lungo se gli scenari più catastrofici fossero probabili o falsi allarmi, alla lunga controproducenti. E me lo chiedo oggi, ultrasettantenne a rischio, quando leggo le proiezioni esponenziali sul potenziale futuro contagio da virus, modelli matematici e fisici che sembrano trascurare la realtà della biologia e della storia.

Mentre si contano i morti in eccesso attuali e quelli possibili per le recrudescenze future, nessuno quasi fa caso al crollo di emissioni di CO2 che si preannuncia per il 2020, il più ampio mai registrato (2.600 MtCo2, una riduzione del 8% secondo le stime di CarbonBrief aggiornate al 30 aprile).

Stiamo vivendo un colossale esperimento sociale, senza precedenti nella storia dell’umanità, per la scala globale e per la profondità e rapidità dei mutamenti. Fra i vari fronti, si sta provando per la prima volta a sperimentare di fatto una decrescita “volontaria” dei consumi e del prodotto, e a governarne gli effetti sia nella fase di riduzione sia in quella di ripresa. È come se il pianeta, dotato di una qualche forma di omeostasi, ci avesse fornito un’occasione di comprensione e di adattamento unica e inestimabile. 

 


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

Gli Usa sono fuori dall’Oms: che cosa succede ora?

Immagine del simbolo dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sullo sfondo di una bandiera statunitense

Il ritiro ufficiale degli Stati Uniti dall’Oms, divenuto effettivo il 26 gennaio 2026, apre una fase di forte incertezza per l’agenzia delle Nazioni Unite, che si trova a fare i conti con un grave deficit di bilancio e con pesanti tagli al personale. La riduzione dei finanziamenti, aggravata dal più ampio definanziamento dell’aiuto pubblico allo sviluppo, rischia di avere effetti drammatici soprattutto nei paesi a basso reddito, con milioni di decessi aggiuntivi entro il 2030 secondo uno studio pubblicato su The Lancet Global Health. Ma non mancheranno conseguenze negative anche per i paesi ricchi, Usa inclusi. L’Oms punta ora su un rafforzamento dei contributi obbligatori e su un maggiore impegno per l’indipendenza e la stabilità finanziaria.
Immagine realizzata con ChatGPT.

Che cosa succede all’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ora che gli Stati Uniti si sono chiamati fuori?

Se ne discute da oltre un anno, ovvero da quando Trump ha annunciato il ritiro dall’organizzazione mondiale, diventato ufficiale il 26 gennaio 2026. Il 2 febbraio scorso il tema è stato affrontato anche dal direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, che ha aperto i lavori della 158esima sessione del Consiglio Esecutivo dell’organizzazione presentando il 2025 come un anno “di contrasti netti”.