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Cinque tappe per il pensiero e l'azione collettiva

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Nella foto, Rachel Carson, autrice di SiIent Spring (Primavera silenziosa), uno dei grandi classici dell'ecologia e dell'ambientalismo, e non a caso uno dei "big five" di cui parla Stefano Nespor nel libro "La scoperta dell'ambiente", recensito da Roberto Satolli.

Se Stefano Nespor, avvocato e giornalista esperto di diritto dell’ambiente, stesse scrivendo ora il suo saggio “La scoperta dell’ambiente – Una rivoluzione culturale” (pubblicato da Laterza in piena pandemia), aggiungerebbe una parte dedicata all’epidemia in corso. I virus e le loro epidemie e pandemie periodiche sono una dimensione dell’ambiente (e un motore dell’evoluzione) di cui cominciamo solo ora a comprendere l’importanza, e a cui rispondiamo con reazioni che incidono profondamente sull’ambiente globale.

Sicuramente Nespor aggiungerebbe qualcosa sull’epidemia, ma in quale parte del libro? Probabilmente non toccherebbe la struttura dei cinque capitoli (i “Big Five” era il suo titolo di lavoro mentre scriveva e me li mandava da leggere), ciascuno dedicato a una pietra miliare lungo la via percorsa dagli anni Sessanta ad oggi verso la consapevolezza di un nuovo modo di vedere il mondo. Ogni passaggio descritto attraverso la lente di un libro “miliare” che ha costituito una svolta, per il pensiero e l’azione collettiva, e per l’autore come individuo immerso in questa vicenda. Eccoli:

  • “Primavera silenziosa” (Rachel Carson, 1962), o la scoperta del pericolo di inquinamento;
  • “I limiti dello sviluppo” (Rapporto per il Club di Roma, 1972), o la scoperta dei limiti alla crescita;
  • “Il nostro comune futuro” (Rapporto Brundtland, 1987) o la scoperta della sostenibilità;
  • “Governare i beni collettivi” (Elinor Ostrom, 1990) o la scoperta della fiducia;
  • “Una scomoda verità” (Al Gore, 2006) o la scoperta dell’impegno contro il riscaldamento globale

Aggiungere un sesto capitolo sarebbe una forzatura, sul piano storico e anche autobiografico. L’autore potrebbe invece facilmente inserire un cenno all’epidemia di coronavirus proprio all’inizio dell’introduzione, secondo la regola giornalistica che suggerisce di cominciare sempre dall’attualità delle cose. Ma sarebbe strumentale e riduttivo: lì si delinea la struttura e soprattutto lo scopo del libro, che è quello di raccontare come nel corso di mezzo secolo, di scoperta in scoperta, l’ambiente diventi un tema politico, etico, culturale, economico, giuridico e scientifico. I riflessi dell’epidemia attuale su questa visione del mondo potrebbero più facilmente agganciarsi a uno dei “fili rossi” attorno a cui si intrecciano alla fine del libro le conclusioni dell’autore: il rapporto tra tutela dell’ambiente e sviluppo; la contrapposizione tra chi vede vicina la catastrofe da eccesso di crescita (“neomalthusiani”) e chi ha fiducia in una indefinita capacità di superare i limiti apparenti (“cornucopisti”); e infine la dialettica tra approccio dall’alto o dal basso per affrontare l’emergenza ambientale.

Se fossi io a scegliere parlerei dell’epidemia alla fine del secondo capitolo, quello dedicato ai “Limiti dello sviluppo”. Anche per me, che non mi sono mai occupato professionalmente di ambiente, è stato un libro determinante, più di tutti gli altri. Ricordo di averci ragionato con il pensiero ancora immaturo di un poco più che ventenne, e di essermi chiesto a lungo se gli scenari più catastrofici fossero probabili o falsi allarmi, alla lunga controproducenti. E me lo chiedo oggi, ultrasettantenne a rischio, quando leggo le proiezioni esponenziali sul potenziale futuro contagio da virus, modelli matematici e fisici che sembrano trascurare la realtà della biologia e della storia.

Mentre si contano i morti in eccesso attuali e quelli possibili per le recrudescenze future, nessuno quasi fa caso al crollo di emissioni di CO2 che si preannuncia per il 2020, il più ampio mai registrato (2.600 MtCo2, una riduzione del 8% secondo le stime di CarbonBrief aggiornate al 30 aprile).

Stiamo vivendo un colossale esperimento sociale, senza precedenti nella storia dell’umanità, per la scala globale e per la profondità e rapidità dei mutamenti. Fra i vari fronti, si sta provando per la prima volta a sperimentare di fatto una decrescita “volontaria” dei consumi e del prodotto, e a governarne gli effetti sia nella fase di riduzione sia in quella di ripresa. È come se il pianeta, dotato di una qualche forma di omeostasi, ci avesse fornito un’occasione di comprensione e di adattamento unica e inestimabile. 

 

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