Come contrastare l'epidemia di violenza sulle donne?

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Ad allarmare, quando si parla di violenza sulle donne – violenza di qualsiasi tipo, fisica e mentale – non è solo la prevalenza, ma anche la cronicità. Statisticamente, una grossa fetta delle donne che è stata vittima di violenza una volta lo sarà ancora, e in molti casi per molto tempo. E nella maggior parte dei casi  a perpetrare la violenza è il partner.

Una relazione su tre nel mondo (dato WHO, 2013) ha incluso una qualche forma di violenza, e non parliamo solo di paesi in cui i diritti della donna non sono ancora equiparati a quelli dell'uomo nemmeno sulla carta: nei paesi ricchi, circa una donna su 4, il 23%, ha sperimentato violenza da parte del partner, e il 12,6% da parte di sconosciuti. Sono numeri agghiaccianti, perché mostrano senza troppi giri di parole che non siamo ancora riusciti a frenare questo fenomeno, nonostante i progetti messi in piedi, le raccomandazioni delle Organizzazioni Internazionali, le campagne che ciclicamente ci propongono i mass media.

Il punto è che non sappiamo esattamente se e in che modo gli interventi che vengono messi in atto su chi fa violenza funzionano davvero e quali sono i punti su cui lavorare di più. Quello che sappiamo è che in media nel 30% dei casi la violenza si ripropone nei 6 mesi successivi all'intervento. Insomma, quello che facciamo evidentemente non è abbastanza. Lo mette in luce un recente studio italiano, condotto da un team dell'Università di Urbino e della Sapienza di Roma, pubblicato su Research in Psycotherapy, che fa il punto sull'efficacia degli interventi proposti ad aguzzini e vittime negli ultimi anni, dall'arresto ai gruppi di supporto indirizzati agli uomini, le terapie cognitivo-comportamentali (come il Duluth Model, elaborato già nel 1993), a gruppi di terapia per l'insegnamento della non violenza, che includono l'apprendimento di tecniche di rilassamento, di gestione della rabbia e di miglioramento della comunicazione.

Tuttavia, ancora una volta, quanto funzionino questi interventi non lo sappiamo. Gli studi in merito – chiosano gli esperti – sono pochi e pieni di bias. Spesso manca la randomizzazione del campione, altre volte non c'è un gruppo di controllo, altre volte ancora il campione è troppo piccolo per poter trarre delle conclusioni più generali. Non bisogna dimenticare che in questo ambito più che in altri il contesto specifico in cui si mettono a punto le terapie gioca un ruolo essenziale e influenza il risultato in maniera determinante.

Nonostante questo risultato “negativo”, questa ricerca mette in luce un punto molto importante: che la partita non si gioca solamente sul piano individuale, ma relazionale prima, e di comunità poi. Non si tratta di una scoperta, certo: la stessa OMS già nel 2002 organizza i fattori di rischio per la violenza sulle donne un modello a matriosca composto da 4 piani: individuale, a livello di relazione, di comunità e di società. La presa in cura di una donna che ha subito violenza non deve significare solamente supporto psicologico per superare i traumi subiti e mitigarne le conseguenze. È necessario lavorare sull'empowerment delle donne – un punto che non si stanca di sottolineare anche Michael Marmot nel suo ultimo libro – e questo può avvenire solo lavorando sul contesto in cui esse vivono. È fuori di dubbio infatti che le disuguaglianze sociali dell'ambiente in cui le donne vivono giocano un ruolo importante nell'epidemiologia degli episodi di violenza. Un dato su tutti: le donne che hanno subito violenza da bambine sono 6 volte più soggette a esserne vittime da adulte rispetto alla popolazione generale. La violenza infatti non è un evento, una singolarità, ma un punto di partenza per ansia, depressione, disturbi legati allo stress, tossicodipendenza. 

Lo stesso vale per gli uomini violenti. È cosa ben nota a tutti che l'elemento che accomuna solitamente le forme di violenza è il bisogno da parte dell'uomo di controllare la donna, esercitare un potere decisionale su di lei. Lavorare per rendere la donna padrona di sé, anche a livello economico, significa renderla più libera di scegliere.

Per farlo però serve una valutazione precisa sugli effetti delle misure che mettiamo in piedi, un'operazione impossibile se mancano dati precisi su cui lavorare. Lo mette nero su bianco l'OMS nel suo Global status report on violence prevention 2014. Sebbene l'intimate partner violence (IPV) sia oggi la tipologia di violenza più monitorata a livello mondiale, solo un paese su 2 ha dichiarato di aver effettuato survey nazionali in questo senso. In Europa siamo intorno al 70%. Inoltre – precisa l'OMS – proporre piani nazionali non significa raccogliere dati, come dimostra il grafico sottostante. La percentuale dei paesi che raccoglie dati sull'IPV è più bassa di 10 punti percentuali rispetto ai paesi che mettono in campo national action plans.

La priorità per chi si occupa di salute pubblica non è curare ma fare prevenzione, per ridurre la prevalenza degli episodi di violenza, e la loro cronicità, anche se stando a quanto rileva questa overview italiana, i limiti della prevenzione e della cura delle donne che soffrono di IPV sono ancora enormi.

Fonte: Valeria Condino, Annalisa Tanzilli, Anna Maria Speranza, Vittorio Lingiardi, Therapeutic interventions in intimate partner violence: an overview, Research in Psychotherapy, Vol 19, No 2 (2016)

Newsletter #issue 3, 2017

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Arte e scienza

Antonio Canal, detto il Canaletto, Campo santi Giovanni e Paolo, 1738 ca, olio su tela, 46,4x78,1 cm, Londra, Royal Collection. Prestato da Sua Maestà Elisabetta II e visibile nella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, dal 25 novembre 2016 al 5 marzo 2017 alle Gallerie d’Italia, Piazza della Scala, Milano

  • All'ingresso della mostra "Bellotto e Canaletto, lo stupore e la luce" alle Gallerie d'Italia di Milano si può ammirare la camera ottica portatile appartenuta (forse) a Canaletto. Come utilizzavano questo oggetto Antonio Canal, detto Canaletto, e Bernardo Bellotto, suo nipote e allievo? Come ha influito l'ottica sulla rappresentazione artistica della realtà? [Scienza in Rete, Marco Capovilla]
  • La prima descrizione di una camera obscura è attribuita allo scienziato arabo musulmano Ibn al-Haytham, conosciuto in Occidente con il nome latino di Alhazen. Nel suo libro Kitab al-Manazir (Libro dell'ottica) rivoluzionò la teoria della luce. Probabilmente l'ostilità della religione musulmana verso la rappresentazione figurativa, impedì a Alhazen di realizzare un dispositivo basato sui principi che aveva scoperto. [Scientific American; David Biello]
  • David Hockney, pittore e fotografo inglese, e Charles Falco, fisico sperimentale, elaborarono nel 2000 una teoria secondo la quale l'arte occidentale ha ricevuto un contributo fondamentale dalle conoscenze scientifiche sull'ottica negli ultimi 400 anni. [BBC; David Hockney's Secret Knowledge]
  • Che impatto ha avuto la rappresentazione fotografica della realtà sulla scienza? Secondo David Bower gli ha conferito maggiore autorevolezza e senso di oggettività. [Science News, Bruce Bower]
  • Nel libro "Visual Strategies" Felice Frankel guida gli scienziati a un uso efficace delle immagini, soprattutto fotografiche, per raccontare la propria attività di ricerca. [MIT News; David L. Chandler]

Ricerca scientifica nell'era di Trump

Art Whght House Moon. Credit: The Cancer Letter Issue 6, 12 Febbario 2016.

  • L'eredità della presidenza Obama per il mondo della ricerca scientifica è notevole: la Precision Medicine Initiative, il Cancer Moonshot e molto altro. Visione e tempismo secondo Alberto Mantovani. [Scienza in Rete, Alberto Mantovani]
  • Se Barack Obama nel 2009 promise di restituire alla scienza un posto di rilievo nell'agenda politica, Trump si è mosso nella direzione opposta. Almeno finora. Gli scienziati americani hanno fatto sentire la loro voce sui social media durante la cerimonia di insediamento di venerdì 20 gennaio con l'hashtag #UsofScience [Vox, Julia Belluz]
  • In quanti modi Trump può intervenire sulla ricerca scientifica? Il riassunto nell'infografica pubblicata da Nature.  [Nature News, Lauren Morello]

Etica della scienza / Politica della ricerca

Credit: Protasov AN's Portfolio Credit: Shutterstock.

  • La ricerca interdisciplinare premia in termini di visibilità ma diminuisce la produttività. Questo il risultato dello studio di Erin Leahey, sociologa della scienza all'università dell'Arizona. [LSE Impact Blog, Erin Leahey]
  • Una nuova minaccia alla credibilità della comunicazione scientifica: le riviste "predatorie". Queste riviste pubblicano articoli a pagamento, spesso senza sottoporli a processi di peer-review. Il settore economia e management è il più colpito da questo fenomeno. Tutti i dettagli in uno studio pubblicato dalla Scuola Superiore Sant'Anna. [lavoce.info; Manuel F. Bagues, Mauro Sylos Labini e Natalia Zinovyeva]
  • Graham Coop, un genetista della UC Davis, ha deciso di non pubblicare su nessuna rivista un suo contributo caricato su biorXiv, l'archivio di pre-print in area biologica. La sua scelta è dovuta da una parte al fatto che si trattava di un commento a un articolo e non conteneva un risultato veramente originale, dall'altra alla presenza dei commenti on-line da parte degli utenti di biorXiv. Si chiama pre-peer-review e minaccia di sostituire il processo di peer-review più tradizionale. Cosa ne pensano gli scienziati? Ecco il dibattito che si è svolto (ovviamente) su Twitter. [Nature Research Highlights; Dalmeet Singh Chawla]
  • Al Rochester Institute of Technology nascono due programmi di alta formazione per dottorandi e post-doc con problemi di udito. La diversità nella comunità dei ricercatori biomedici aumenta la qualità della ricerca e ne arricchisce l'agenda. [Science; Gerry Buckley, Scott Smith, James Dearo, Steve Barnett, Steve Dewhurst]
  • Come i decisori politici possono sfruttare le conoscenze accademiche nell'era della post-verità? Nel libro "Evidence-Based Policy Making in the Social Sciences: Methods that Matter" Gerry Stoker e Mark Evans si rivolgono a studenti e practitioners, passando in rassegna strumenti non tradizionali per basare le decisioni politiche sulle evidenze scientifiche. [LSE Impact Blog; David Burton]

Miscellanea

Credit: Associazione Cittadini per l'aria.

  • Si terrà a Milano nell'Aula Magna dell'Università Statale il convegno "RespiraMI. Air Pollution and our Health". Due giorni, il 27 e 28 gennaio, dedicati a un dibattito tra esperti e rappresentanti dell'OMS sugli effetti dell'inquinamento atmosferico sulla salute, in particolare su quella delle categorie più vulnerabili. [RespiraMi]
  • Un gruppo di scienziati svedesi e americani, ha realizzato tramite stampa 3D un microscopio alimentato da uno smartphone in grado di effettuare analisi del DNA e diagnosticare così alcuni tipi di tumori. Il dispositivo potrebbe essere prodotto al costo di 500 dollari, diventando sostenibile per chi offre assistenza sanitaria nei Paesi in via di sviluppo. [BBC Technology; Leo Kelion]
  • La Cina ha inaugurato la scorsa settimana la Dalian Coherent Light Source, un Free Electron Laser. La particolarità della facility cinese è la lunghezza d'onda dei fotoni prodotti, inferiore ai 200 nm. Viene chiamata vacuum ultraviolet light ed è particolarmente adatta a studiare atomi e molecole all'interno di un gas. La ricerca alla Dalian Coherent Light Source potrebbe aiutare a capire come gli aerosol nocivi alla salute si formano e si degradano nell'atmosfera. [Science; Dennis Normile]
  • 3L'11 gennaio scorso il primo fascio di elettroni ha percorso l'anello acceleratore di SESAME, il laboratorio costruito ad Amman in Giordania da una collaborazione senza precedenti tra scienziati provenienti dai Paesi del Medio Oriente, tra cui Iran, Israele, l'autorità Palestinese, Pakistan e Cipro. [Nature; Elizabeth Gibney]