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Il Nobel di lunga vita

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Il premio Nobel assegnato a Elizabeth Blackburn, Carol Greider e Jack Szostak non è solo un riconoscimento a chi ha socchiuso la porta a una maggiore longevità, se non proprio all'immortalità, della specie umana. La scoperta del ruolo dei telomeri nell'invecchiamento cellulare e della telomerasi, l'enzima che li conserva nella loro integrità, apre la strada a molte altre importanti applicazioni cliniche, nel campo della terapia dei tumori o di altre patologie, come l'anemia aplastica. E' questa una prova di quali grandi ripercussioni possa avere una ricerca esclusivamente "curiosity driven", come ha dichiarato Greider, e implicitamente quindi anche un invito a sostenere quelle branche della scienza, apparentemente prive di immediate ricadute pratiche, che però allargano il campo delle conoscenze a imprevedibili applicazioni future.

Assegnazione del premio Nobel per la medicina, 5 ottobre 2009

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Uno studio su 12,5 milioni di ricercatori e ricercatrici suggerisce che con l’età gli scienziati tendano a diventare meno disruptive, meno inclini cioè a produrre idee capaci di cambiare paradigma. Cresce invece la capacità di integrare e consolidare conoscenze già esistenti. Il fenomeno, definito “Nostalgia Effect”, porta a riflettere su una comunità scientifica sempre più gerontocratica, dove il rischio non è l’irrilevanza dei senior, ma un equilibrio alterato tra innovazione radicale e sedimentazione del sapere.

C’è una certa ironia nel leggere, per me che ho una “età accademica” piuttosto avanzata, un articolo che sostiene, dati alla mano, che gli scienziati anziani tendono a diventare meno disruptive, cioè meno capaci di produrre quelle idee che ribaltano i paradigmi esistenti. Ironia doppia, se nel frattempo ci si accorge di aver appena citato, per l’ennesima volta, un lavoro del 1987 convinti che «resti ancora fondamentale».