Le previsioni sul riscaldamento globale sono state finora troppo ottimistiche. Lo ha dichiarato Chris Field, dell'Intergovernmental Panel on Climate Change, premio Nobel 2007 insieme con Al Gore. Il riscaldamento stesso infatti può innescare un circolo vizioso favorendo a sua volta la liberazione di anidride carbonica nell'atmosfera. Prima di tutto a partire dai grandi incendi che si potrebbero verificare per autocombustione nelle foreste tropicali, sommandosi ai danni della deforestazione. Il cambiamento nei venti sull'oceano che circonda l'Antartide potrebbero inoltre far risalire in superficie l'acqua più ricca di CO2 che si trova sul fondo, rilasciandola a contatto con l'atmosfera. Ma l'effetto più clamoroso potrebbe venire dallo scioglimento del permafrost della tundra artica, con la decomposizione del materiale organico intrappolato lì sotto da decine di migliaia di anni. Un serbatoio che si calcola conterrebbe fino a 1.000 miliardi di tonnellate di carbonio.
Pessimisti per scienza
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A cosa servono le città

A lungo le città sono state considerate soprattutto motori della crescita economica o, al contrario, luoghi in cui si concentrano disuguaglianze, traffico e inquinamento. Oggi, però, una nuova prospettiva sta prendendo forma: proprio le aree urbane, dove vive oltre metà della popolazione mondiale, potrebbero diventare gli attori più efficaci nella lotta al cambiamento climatico. Grazie alla loro capacità di sperimentare politiche innovative e di intervenire con rapidità, le grandi città sono sempre più in grado di colmare i ritardi dei governi nazionali, trasformandosi da semplici centri di sviluppo economico a laboratori di sostenibilità ambientale.
Le città, soprattutto quelle di grandi dimensioni, possono fare molto di più per contenere il cambiamento climatico di quanto generalmente si pensi. È questa l’idea che si sta gradualmente affermando e che potrebbe aprire nuove prospettive. Ma andiamo con ordine.