All’albore di ogni tumore della prostata c’è un intricato gioco di alleanze tra le prime cellule neoplastiche e i mastociti circostanti: queste cellule, note soprattutto per il fatto di liberare istamina nel corso delle reazioni allergiche, vengono reclutate da quelle tumorali per aprire la strada alla crescita della massa tramite la produzione della proteina MMP9, capace di “digerire” collagene e tessuti e favorire lo sviluppo di nuovi vasi sanguigni. In seguito il tumore impara a prodursi la proteina da solo e quindi non ha più bisogno dei mastociti. «Abbiamo pensato perciò che, eliminando i mastociti, si potesse bloccare la malattia nelle sue fasi iniziali» spiega Mario Colombo, ricercatore dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano che ha coordinato il lavoro finanziato dalla Fondazione Italo Monzino, dal Ministero della Salute italiano e dall’Associazione Italiana Ricerca sul Cancro. «Ma abbiamo osservato che in questo modo, invece che i più comuni adenocarcinomi, si formano tumori neuroendocrini più aggressivi». L’organismo quindi, attraverso i mastociti, sceglie in un certo senso il male minore, ma i ricercatori non si rassegnano a questo compromesso: «Abbiamo osservato che l’imatinib, un farmaco molecolare già largamente impiegato nella cura delle leucemie e dei tumori stromali gastrointestinali, riesce ad attaccare i mastociti e stroncare contemporaneamente la crescita delle cellule neuroendocrine» conclude Paola Pittoni, prima firmataria della ricerca che si è anche guadagnata la copertina di Cancer Research.
Doppio gioco nella prostata
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Obesità, oltre il farmaco: la sfida tra cure, equità e stigma

Le nuove linee guida dell’OMS segnano una svolta nel trattamento dell’obesità, introducendo i farmaci GLP-1 come opzione terapeutica per gli adulti. Ma la loro diffusione solleva interrogativi su accesso, sostenibilità e appropriatezza clinica. L’obesità resta una malattia complessa, che richiede approcci integrati e personalizzati. Tra innovazione farmacologica, disuguaglianze e stigma persistente, la sfida è costruire percorsi di cura realmente centrati sulla persona.
Nel febbraio 2026, il Journal of Medical Association (JAMA) ha pubblicato le linee guida per il trattamento dell’obesità, elaborate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità a fine 2025. La terapia che l’OMS raccomanda per gli adulti - donne in gravidanza escluse - si basa sui farmaci GLP-1 agonisti, come la semaglutide o la liraglutide.