Di che sostanza son fatti i sogni?
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Ogni notte la mente fa esperimenti: si chiamano sogni. Non sappiamo bene a cosa servano. Le teorie psicodinamiche sottolineano la loro apparente funzione di soddisfazione di desideri, mentre le neuroscienze insistono sul consolidamento dei contenuti mnemonici. Un tempo si pensava che si sognasse solo in fase REM, ora invece si sa che l'attività onirica riguarda anche le fase a onde lunghe non REM. Il sogno, in realtà, rimane un mistero. Un po' di luce lo fa il nuovo saggio sulla fenomenologia e neurofisiologia dei sogni firmato da Giulio Tononi e Yuval Nir, entrambi dell'Università del Wisconsin a Madison. Tononi si è già distinto per aver elaborato con Gerald Edelman una teoria integrata della coscienza, oltre ad aver fornito una nuova (e non universalmente condivisa) teoria del sonno quale "downscaling sinaptico" (una sorta di compensazione dell'attività neuronale durante la veglia con un proporzionale abbassamento di intensità durante il riposo notturno).
Ora si cimenta con il sogno incrociando descrizione fenomenologica, neurofisiologia e neuroimaging. Ne viene fuori un ritratto intirgante, che segnala sia le somiglianze sia le differenze del sogno con lo stato di veglia. Le somiglianze, di natura biochimica ed elettrica, risiedono di fatto nella relativa omogeneità del fase REM del sonno (luogo privilegiato, comunque dell'attività onirica) con la veglia (tracciato simile all'elettorencefalogramma e similitudini alla PET). Le differenze, assai rilevanti, riguardano la tessitura narrativa dei sogni, che spesso non risponde alle coerenze logiche della veglia; anzi, sembra divertirsi a sfidare il senso comune e il principio di non contraddizione. Ma anche la mancanza di controllo, che ci impedisce di governare i sogni; e anche la loro labilità, che fa sì che essi si dissolvano appena svegli. Tanto che l'unico modo per ricordarli è di annotarne i tratti salienti immediatamente dopo il risveglio. Questo, secondo Tononi, dipenderebbe non tanto dal voler nascondere i contenuti perturbanti, quanto dalla mancanza di "aggancio" dei sogni, a livello neuronale, con percezioni esterne. A cosa serve, allora, il sogno? Forse a strutturare, nella sua libertà combinatoria, le competenze immaginative.
Trends in cognitive sciences, Volume 14, Issue 2, February 2010, Pages 88-100



















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