La sorte degli emofilici potrebbe cambiare: dopo una sola infusione di materiale genetico veicolato da un adenovirus, sei malati hanno visto alzare i propri tassi ematici del fattore di coagulazione di cui erano privi, in quattro casi a livelli sufficienti per sospendere il trattamento sostitutivo senza andare incontro a emorragie. Ma – ed è questa la novità più importante rispetto ad altri tentativi precedenti – è rilevante soprattutto il fatto che l’effetto della terapia genica è durato per più di un anno, mentre in passato non si riusciva a conservare l’efficacia della cura per più di qualche settimana. Sono molti i gruppi di ricerca che lavorano sulla possibilità di curare l’emofilia con la terapia genica: la classica emofilia B, in particolare, in cui la carenza del fattore IX della coagulazione è legata a un difetto genico legato al cromosoma X, è sempre parso un modello ideale per sperimentare la terapia genica. Ma nessuno prima d’ora aveva ottenuto risultati così brillanti come quelli riferiti dai ricercatori del Cancer Institute dello University College of London e del St. Jude Children's Research Hospital di Memphis, nel Tennesse, che hanno pubblicato il loro lavoro sul New England Journal of Medicine, mentre lo presentavano al Congresso dell’American Society of Hematology di San Diego. I sei pazienti, colpiti da forme gravi della malattia, sono stati divisi in tre gruppi destinati a dosi basse, intermedie o elevate di materiale genico: solo nei due malati trattati ad alte dosi si è rilevato un aumento transitorio e asintomatico delle transaminasi epatiche, regredito con terapia steroidea. Ma questo ancora non basta a decretare la sicurezza del trattamento, che dovrà essere sottoposto a trial ben più ampi prima di essere proposto come alternativa alla terapia sostitutiva, che nei casi più gravi richiede due-tre infusioni settimanali per un costo annuale di circa 250.000 dollari.
Basta un'infusione l'anno?
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Abbiamo un grosso problema con gli incendi

Gli incendi che stanno devastando il Mediterraneo nell'estate 2026 confermano una tendenza ormai consolidata: il cambiamento climatico rende i roghi più probabili, intensi e difficili da controllare, aggravando gli effetti di una gestione del territorio spesso inadeguata e delle cause di origine umana. Oltre a distruggere ecosistemi e aumentare le emissioni di CO₂, il fumo degli incendi rappresenta una minaccia crescente per la salute, con impatti documentati sulla mortalità e su alcune malattie cardiovascolari, respiratorie e neurologiche. Prevenzione, gestione forestale e riduzione delle emissioni di gas serra restano le strategie chiave per contenere il rischio.
Foto di Mike Newbry su Unsplash
Dalla seconda metà di luglio 2026 l'Europa mediterranea è stretta in una morsa di incendi che stanno costringendo centinaia di migliaia di persone a lasciare le proprie case. Al 29 luglio 2026 si stimano quasi 435mila ettari di suolo bruciato da inizio anno, 1400 incendi contati, quasi 18 milioni di tonnellate di CO2 emesse (dati dell’European Forest Fire Information System).