SEL risponde al Gruppo 2003: Umberto Guidoni

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1. INVESTIMENTO IN RICERCA

E’ necessario ripristinare un livello minimo di finanziamenti che permetta il pieno funzionamento dell’Università e degli Enti Pubblici di Ricerca (EPR). Un aumento significativo del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) è condizione essenziale: in dieci anni si deve arrivare a raddoppiare la spesa complessiva (pubblica e privata) per la ricerca in Italia. Questo dovrebbe corrispondere ad un aumento medio annuo di circa 10% nelle prossime due legislature in modo da portare l’investimento del nostro paese al livello della media dei paesi OCSE.

I finanziamenti devono essere disponibili ad inizio d’anno e per un periodo di almeno tre anni. Il livello di finanziamento ordinario deve permettere non solo il funzionamento delle strutture ma anche adeguate risorse per la ricerca e per garantire servizi essenziali agli studenti e alla comunità entro cui l’università o l’ente operino.

Nell’immediato, è necessario garantire un finanziamento urgente che permetta l'eliminazione del blocco del turn-over nelle strutture pubbliche di ricerca, recentemente inasprito dalla spending review. Un piano straordinario di assunzione di almeno 1000/1500 ricercatori che deve concludersi nell’arco di 2- 3 anni.

Le risorse vanno trovate dalla lotta all’evasione e da altri comparti della spesa pubblica, non con tagli lineari, ma con riduzioni mirate secondo le priorità del paese. Ad esempio, se si rinunciasse a nuovi investimenti in sistemi d’arma (come hanno fatto Canada e Germania) si potrebbero liberare 2-3 miliardi/anno per finanziare FFO e PRIN. Inoltre, le diverse risorse di finanziamento (europee, nazionali, regionali) vanno razionalizzate e distribuiti attraverso meccanismi trasparenti e con scadenze certe.

È necessario, inoltre, affrontare una delle ragioni che pone il nostro paese agli ultimi posti in Europa: la quasi assenza di finanziamenti privati e la conseguente incapacità delle imprese di assorbire figure con qualifiche più alte (laureati, dottorati).

2. Valutazione e Premialità

Stante il finanziamento ordinario, devono essere predisposte quote di finanziamento straordinario che permettano vere forme premiali. 
Valutare Università e Ricerca non è un esercizio di stile, ma un’esigenza fondamentale per garantire il giusto livello di servizi e per migliorare la ricerca. Tuttavia, l’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) è stata strutturata in maniera tale da tradire questa esigenza: 

  • l’ANVUR manca della terzietà necessaria ad una valutazione corretta e indipendente;
     
  • manca di equità nel considerare i differenti ambiti disciplinari, specialmente nei confronti delle discipline umanistiche;
  • manca di apertura verso lo stesso mondo della ricerca, che avrebbe potuto contribuire non poco nel definire meccanismi di valutazione accettabili. 

In queste condizioni, la sua azione appare sostanzialmente ideologica e punitiva, volta a favorire una cerchia ristretta di Università e a lasciar morire di inedia il resto del sistema.
L'ANVUR va riscostruita in modo da essere indipendente, equa ed inclusiva. La valutazione deve essere volta a identificare e correggere le criticità del sistema universitario e della ricerca in Italia. Deve permettere di riconoscere e premiare le buone pratiche, valorizzando la conoscenza prodotta ed i servizi che università e ricerca mettono a disposizione della società.

Alcune proposte per muoversi in questa direzione: 

  • La valutazione deve essere “topdown”: partire dal sistema nel suo complesso, poi le strutture e in ultima istanza (e su determinati elementi) le singole persone. Ciò permette di identificare le criticità e proporre azioni correttive adeguate senza criminalizzare i singoli. In ogni caso, chi assume posizioni caratterizzate da potere decisionale deve rispondere del proprio operato;

    La valutazione deve essere declinata su tutti i settori disciplinari tenendone in considerazione le specificità: i soli indici bibliometrici non sono sufficienti a garantire l’equità nec>essaria. È necessario quindi impostare un sistema che permetta di uniformare/normalizzare gli indicatori bibliometrici quando disponibili e di affiancare valutazioni di merito sulla qualità della produzione scientifica. Inoltre, devono essere prese in considerazione le condizioni al contorno, premiando chi con poche risorse e con etica professionale riesce a produrre buoni risultati;

    La valutazione deve essere aperta e trasparente, garantendo a tutta la comunità scientifica la possibilità di partecipazione alle commissioni di concorso e agli organi di valutazione, rendendo pubblici i criteri di valutazione e accessibili i risultati. Inoltre, perché il sistema università-ricerca non sia autoreferenziale, vanno presi in considerazione i servizi offerti agli studenti e alla società.

Per concludere, la valutazione è un elemento importante delle politiche per la ricerca ma non è infallibile e va applicata con gradualità. Ogni sistema su vasta scala finisce per promuovere i progetti di ricerca che rientrano in quella che Thomas Khun chiamava “la scienza normale”, ovvero più conformista. (vedere il rapporto di Joshua M. Nicholson e John P. A. Ioannidis relativo al NIH pubblicato su Nature). 

3. Competitività internazionale

Il ritardo delle università italiane nelle classifiche internazionali è dovuto anche al modo in cui tali classifiche sono costruite. In particolare pesano due parametri: il rapporto professori/studenti, da noi bassissimo, e i servizi agli studenti. Il primo fattore dipende evidentemente dai finanziamenti, mentre il secondo dipende dalle regioni oltre che dagli atenei. Le classifiche possono essere utili se applicate a parametri omogenei.

Questo non toglie che ci sia bisogno di razionalizzare le risorse, di evitare duplicazioni e sprechi, obiettivi che possono essere raggiunti applicando criteri trasparenti di valutazione dei risultati.

In un paese, caratterizzato da un tessuto sociale tra i più poveri di conoscenza e da imprese con bassi livelli di innovazione, l’obiettivo deve essere la costruzione di uno spazio pubblico dell’istruzione e della ricerca molto più grande di quello attuale, dove istituzioni pubbliche come scuole, enti di ricerca, università possano cooperare sulla base di principi di autogoverno.

Valorizzare solo alcune eccellenze collocate in precise aree geografiche rischia di aggravare differenze sociali e territoriali. Significherebbe, tra l’altro, l’abbandono definitivo delle politiche del dopoguerra, che hanno coinciso con lo sviluppo economico degli anni 60-70, mirate a far crescere il livello generale di istruzione, come presupposto di una democrazia realmente funzionante.

La qualità non si prescrive per decreto. Grazie ad uno straordinario investimento pubblico sulla “società della conoscenza” e alla diffusione di strumenti di autogoverno, accompagnati da elementi di valutazione e responsabilizzazione, si possono modulare gli interventi su scuole, università e centri di ricerca allo scopo di far crescere la qualità del Sistema Paese nel suo complesso e di far emergere le realtà di eccellenza.

La difficoltà dell’Italia ad ottenere finanziamenti europei per la ricerca (FP7 etc.), oltre che agli investimenti nazionali in declino e alle risorse umane sempre più scarse, è anche dovuto alla mancanza di un sistema di sostegno, presente negli altri paesi, che costringe i nostri ricercatori a svolgere il ruolo di “procacciatori di fondi”.

Non si tratta tanto di premiare chi riceve finanziamenti internazionali ma di mettere in piedi strutture di supporto snelle e competenti che si occupino degli aspetti amministrativi-formali, che pure sono tra le cause più ricorrenti di estromissione dai bandi europei, lasciando ai gruppi di ricerca la possibilità di concentrarsi sulla qualità della proposta scientifica.

Naturalmente paradossi come quelli dell’IRAP sui finanziamenti internazionali vanno immediatamente cancellati.

4. Cabina di regia

In queste condizioni è necessario elaborare piani che esplicitino questi obiettivi, le responsabilità operative e le corrispondenti dimensioni finanziarie. Questo, ad esempio, dovrebbe essere il caso per le tematiche energetiche e per altre politiche che affrontano, in modo integrato, sfide e problematiche riguardanti lo sviluppo sostenibile (trasporti, ambiente, sanità ecc.).

Esistono tematiche che, per la loro rilevanza strategica, chiamano in causa una pluralità di responsabilità politiche (MIUR, Ambiente, Agricoltura, beni Culturali, Economia e Sviluppo, Sanità) e tecniche (CNR, ENEA, ISS) che devono convergenre verso il raggiungimento di obiettivi coerenti. Per questo occorrerebbe definire una “cabina di regia”, una sede politica di valutazione/approvazione di grandi progetti di ricerca/innovazione/sviluppo, rispondenti a valutazioni d’interesse nazionale, che renda più efficace l’opera iniziata con i Programmi di Ricerca di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN).

Il modello a cui ispirarsi potrebbe essere quello dei Programmi Quadro Europei (Horizon 2020) che spaziano su un orizzonte di 7 anni, a cavallo tra legislature e governi, per garantire la necessaria continuità. Tale organismo dovrebbe esser anche in grado di controllare, aggiornare e valutare i relativi andamenti e i risultati di tali progetti.

Altra cosa è la tendenza, esibita negli ultimi anni, verso la chiusura, l’accorpamento e la ventilata trasformazione in agenzie dalla natura giuridica non sempre chiara. La logica di queste misure sembra essere ancora quella dei tagli indiscriminati: si “risparmia” sugli organismi direttivi accorpando, a costo zero, o cancellando interi istituti. Tutto questo, senza curarsi del fatto che, in mancanza di una organizzazione scientifica, si rende più farraginoso il lavoro dei ricercatori, peggiorandone la qualità. Dall’altro lato, si è utilizzata questa opportunità per comprimere o azzerare l’autonomia di ricerca degli Enti, cercando di trasformarli in agenzie alle dirette dipendenze dei Ministeri.

Occorre invece ribadire l’esatto contrario: solo la terzietà degli EPR, la loro indipendenza dal potere politico e l‘autonomia della comunità scientifica possono garantire la qualità della ricerca.

E’ un fatto che gli Enti di Ricerca si siano sviluppati in modo molto disordinato. In parte questo fenomeno è stato causato dall’indirizzo assegnato dai ministeri di competenza e dalla ricerca spasmodica di fondi esterni e che ha portato a ridisegnare il focus delle proprie ricerche a cicli continui. E’ necessario quindi invertire la tendenza e puntare ad una razionalizzazione degli EPR che li porti sotto la guida del MIUR. Un processo volto non al mero risparmio economico, ma a migliorare l’efficacia della ricerca e a liberarne le energie. Un processo che non è realizzabile senza il coinvolgimento attivo della comunità scientifica che vada nella direzione di garantire maggiore autonomia e responsabilità. Ogni altra soluzione andrebbe, in ultima analisi, a danno della ricerca italiana e, quindi, a danno del Paese.

5. Lacci e Lacciuoli

E’ sicuramente condivisibile la “internazionalizzazione” della ricerca italiana auspicata dal Comitato di Esperti per la Politica della Ricerca (CEPR). L’attrattività internazionale è una misura dello stato di salute del sistema di ricerca e quindi uno strumento essenziale per la crescita del sistema Paese.

La libera circolazione dei ricercatori nella Comunità Europea è uno degli obiettivi della creazione della European Research Area (ERA) ed ogni paese è chiamato a fare sforzi per eliminare i “lacci e lacciuoli” che ancora impediscono la piena realizzazione dell’ERA. Si tratta di provvedimenti che agevolino l’inserimento del ricercatore straniero e della sua famiglia e che rimuovano farraginose pratiche burocratiche e barriere linguistiche.

A questo scopo SEL si impegna a rimuovere gli impedimenti alla piena realizzazione dell’ERA e a rendere obbligatoria l’adozione della Carta dei Ricercatori Europei nelle Università e negli EPR.

6. Valore Legale del Titolo di Studio

L’abolizione del valore legale del titolo di studio viene periodicamente proposta come il “toccasana” ai mali dell’università. L’autorizzazione a rilasciare titoli aventi valore legale è una delle maggiori responsabilità del nostro sistema pubblico di istruzione. L’abolizione del valore legale del titolo si configurerebbe oggi in Italia come la rinuncia da parte dello Stato al suo ruolo  di garante della qualità della formazione superiore e alla sua funzione pubblica di controllo e responsabilità. 

È vero che diversi fattori (troppe università private autorizzate a rilasciare titoli di laurea riconosciuti, il moltiplicarsi delle convenzioni tra università e enti pubblici e privati, la degenerazione del principio del riconoscimento di attività diverse per l’attribuzione di crediti formativi) hanno finito per depauperare il valore del titolo di studio, negli ultimi decenni. Ma è altrettanto vero che la qualità dell’offerta formativa è dimostrata dal successo che laureati e dottori di ricerca trovano all’estero e dal ranking internazionali della ricerca italiana. 
Perciò la soluzione non è abolire il valore legale della Laurea; piuttosto bisogna controllare la qualità e la validità reale del percorso formativo, stabilendo anche sanzioni precise: come l’impossibilità di emettere titoli riconosciuti per gli atenei che non dovessero rispettare standard didattici e scientifici minimi, fissati a livello nazionale.

Per mantenere il valore del titolo di studio, però, è indispensabile mettere in campo le risorse per garantire la qualità dei corsi di studio in ogni ateneo. In questo senso, va contrastata l'idea che la qualità di un sistema formativo si misuri solo dalle eccellenze e che, per questo, ci sia bisogno di creare una maggiore differenziazione tra alcune università d'élite ed altre di serie B.

E’ questo lo schema in cui si inserisce l'abolizione del valore legale del titolo di studio, che ha senso solo in un sistema in cui a sostenere finanziariamente le università non è principalmente lo stato, come nella stragrande maggioranza dei paesi europei, ma le rette pagate dalle famiglie, come nel sistema britannico. Così si punta ad una maggiore concentrazione e differenziazione dei livelli di formazione, piuttosto che a portare tutti gli studenti, o quanti più possibile, a raggiungere determinati livelli di istruzione.7. Attività di Rientro dei Cervelli

C’è bisogno di ripensare le strategie finora impiegate con assai scarsi risultati. E’ evidente che senza un rilancio degli investimenti per università e ricerca, senza criteri di valutazione del merito trasparenti e condivisi, è impossibile immaginare dei percorsi efficaci per richiamare in patria i ricercatori che hanno scelto di abbandonare il nostro Paese perché non hanno trovato istituzioni capaci di valorizzarne le intelligenze. I problemi che li hanno portati ad abbandonare l’Italia sono ancora lì e, se possibile, sono diventati ancora più gravi con la riduzione delle risorse e la precarizzazione dei ruoli dei giovani ricercatori.

8. Ricerca Industriale e Trasferimento Tecnologico

Bisogna affrontare con la massima priorità la questione della ricerca privata, vera grande assente nel nostro paese. Per questo bisogna creare le condizioni per favorire la creazione di imprese ad alto contenuto di innovazione e ricerca e per stimolare le imprese esistenti ad investire sui giovani ricercatori piuttosto che su nuovi capannoni come troppo spesso è stato fatto in passato.

Per questo occorre:

  • Favorire la creazione di piccole e medie imprese, ad alto contenuto di innovazione tecnologico e/o culturale come spin-off dei risultati della ricerca pubblica. Occorre prevedere meccanismi di finanziamento (es. risk capital, detassazioni) e servizi di consulenza per agevolare lo start-up delle nuove attività;

  • Stabilire norme generali in materia di trasferimento tecnologico per la cessione delle conoscenze pubbliche e per favorirne la diffusione al sistema produttivo nazionale;

  • Incentivare le collaborazioni tra gruppi di imprese, università ed EPR. Puntare su progetti che prevedano la creazione di consorzi misti pubblico/privato, capaci di attrarre finanziamenti privati in settori strategici per lo sviluppo tecnologico (es. Aerospazio, Biomedicina, Energia, ITC, Nanotecnologie);

  • Incentivi (es. agevolazioni fiscali) alle aziende che investono in reale innovazione, elargiti attraverso meccanismi di valutazione dei risultati conseguiti (numero di ricercatori, investimenti in nuove tecnologie, brevetti).

9. Giovani, Capaci e Meritevoli

La ricerca ha bisogno di nuove idee e di persone preparate e motivate. Oltre a un'istruzione e formazione universitaria di qualità, occorre creare un ambiente adatto ad accogliere i giovani ricercatori, come auspica la Carta dei Ricercatori europei approvata dalla Commissione Europea nel 2005.

Per invertire la tendenza, tutta italiana, a espellere le competenze nazionali (neo-laureati e dottorati) senza attrarne dall'estero, è urgente:

  • rendere più trasparente la governance delle Università e degli Enti di Ricerca, (per esempio garantendo la rappresentanza negli organi direttivi a tutte le figure professionali, incluse quelle con contratti a termine);

  • aprire la strada sia alla partecipazione autonoma dei giovani ricercatori a bandi di progetto dedicati (come ci insegna l'esperienza del Consiglio della Ricerca Europeo) sia alla possibilità di ricoprire ruoli di responsabilità primaria nella gestione dei gruppi di ricerca. 

Così come sono necessari adeguati livelli di finanziamento ordinario per garantire il funzionamento delle istituzioni, allo stesso modo è doveroso assicurare pari possibilità di accesso ai gradi più alti della formazione, come prescritto dall’articolo 34 della Costituzione, con particolare attenzione nei confronti di coloro che provengono da situazioni di svantaggio economico. Anche per gli studenti non può valere un presunto argomento meritocratico che non tenga conto delle diverse condizioni di partenza e che, anzi, aggravi le disparità attraverso meccanismi di limitazione degli accessi (numero chiuso).

È necessario innanzitutto provvedere al rifinanziamento del sistema di diritto allo studio, che negli ultimi anni ha subito drastici tagli (i finanziamenti statali sono tornati a livelli pre-2001, mentre i finanziamenti regionali sono stati pesantemente decurtati a seguito della riduzione dei trasferimenti statali agli enti locali).

Tra le misure da adottare a livello nazionale vi sono:

  • l'aumento delle risorse destinate al diritto allo studio, sia per le borse di studio (tanto per gli studenti dei corsi di laurea che per gli studenti di dottorato - per questi ultimi il vincolo di finanziamento è doveroso) che per le residenze studentesche: parte delle risorse possono essere recuperate dai benefici impropriamente assegnati a chi non ne aveva effettivamente diritto, attraverso l'incremento dei controlli fiscali;

  • la ridefinizione dei livelli essenziali delle prestazioni (recentemente oggetto di uno dei decreti attuativi della riforma Gelmini), prendendo ad esempio le migliori esperienze disponibili sul territorio ed elevando il grado di omogeneità dei servizi forniti dagli enti regionali;

    · l'introduzione di meccanismi di assegnazione dei benefici che permettano di svincolare la possibilità di ottenimento della borsa di studio dalla sede universitaria prescelta, garantendo a monte la copertura totale degli idonei ed eliminando la figura degli “idonei non vincitori”;

    · la definizione di linee guida sulla contribuzione studentesca che garantiscano una reale progressività della tassazione in base alle condizioni economiche, che non penalizzino gli studenti fuori corso e che contemplino percorsi di studio part-time per gli studenti lavoratori; bisogna inoltre garantire l’effettivo rispetto dei vincoli di legge (tetto del 20% sul fondo di finanziamento ordinario).

10. Cultura della Scienza

Per promuovere la “società della conoscenza” è importante agire in diverse direzioni: 

  • Particolarmente urgenti appaiono le revisioni della didattica disciplinare nel settore scientifico-tecnico a tutti i livelli. A cominciare dalla scuola, dove occorre recuperare i finanziamenti per prolungare la scuola dell’obbligo sino a 18 anni e per aggiornare i curricula e le infrastrutture (laboratori scientifici e informatici, banda larga);

  • Lanciare progetti di formazione e disseminazione della cultura scientifica inseriti in un piano di educazione permanente (lifelong learning) per combattere l’analfabetismo di ritorno, soprattutto nelle aree tecnico-scientifiche, e per educare la società italiana a comprendere e a utilizzare i risultati delle ricerche per affrontare problemi complessi (cambiamenti climatici, trasformazione energetica, salute);

  •  Sostenere le istituzioni culturali come l’Accademia dei Lincei, le Biblioteche Nazionali, inserendole in un sistema integrato della ricerca italiana al fine di creare sinergie e promuovere contributi per il trasferimento della conoscenza verso la società. 

 

 

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