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Home » Scienza e società » Politica della ricerca

Tasse universitarie: risposta a Ichino

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Università

Visto l’interesse che ha suscitato il tema, vorrei chiarire alcuni punti rispetto a quanto affermato nell’articolo di Andrea Ichino scritto in replica al mio precedente intervento sul tema delle tasse universitarie.

Il debito pubblico italiano è di quasi 2000 miliardi di euro, l’evasione fiscale è stimata essere di circa 300 miliardi di euro ed il finanziamento all’università, è di circa 7 miliardi di euro. Dunque, il “risparmio” sulla spesa per università e ricerca inciderebbe per una frazione irrilevante sul debito pubblico: mi sembra ovvio che non si parte da qui per risanare le finanze del paese. Il problema, casomai, è cercare di rendere questa spesa più efficiente, oltre che di portarla al livello degli altri paesi europei. La decisione di incrementare la spesa per l’università e la ricerca, o di migliorare la sua qualità, è puramente politica ed ha davvero poco a che fare con il fatto che vi sia un debito pubblico 200 volte più grande. E’ infatti chiaro che i capitoli di spesa su cui incidere potrebbero essere altri soprattutto se s’iniziasse a considerare la spesa per l’università e la ricerca come un investimento per le future generazione, e non come una inutile fonte di spreco di risorse.

Come è noto a qualsiasi studente, e come risulta dal regolamento di qualsiasi università, le tasse universitarie sono proporzionali al reddito (con una saturazione per i redditi più alti): non si capisce perché questo fatto debba essere necessariamente ignorato nell’argomento e nel modello presentati da Ichino. Per fare qualche esempio all’università di Torino ci sono 26 fasce contributive con importi che vanno da 300 a 1500 euro, mentre all’università di Cagliari ci sono 17 fasce contributive con tasse annuali da 180 a 2500 euro. Invece di presentare modelli fondati su ipotesi irrealistiche e numeri inventati, tra l’altro con risultati piuttosto confusi, bisognerebbe analizzare la realtà.

C’è un fatto dato per scontato da Ichino ma che scontato non è. Quale indagine mostrerebbe che i ricchi vanno all’università più dei poveri? Per fare un esempio il 72% dei laureati del consorzio Alma Laurea (che comprende la maggioranza delle università ed anche la maggioranza dei laureati - 110.000 su 180.000 lauree triennali) “acquisiscono con la laurea un titolo che entra per la prima volta nella famiglia d’origine”. Assumendo che la ricchezza delle famiglie sia proporzionale al grado d’istruzione (anche questa ipotesi da verificare, soprattutto in Italia ed alla luce dell’evasione fiscale) questo dato mostra che non è affatto ovvio affermare che la maggioranza di chi frequenta l'università è ricco (3 ricchi contro 1 povero nell'esempio di Ichino).

Prendo atto che Ichino riconosce che l’università italiana non è gratuita e dunque smentisce quanto scritto nel suo precedente articolo. La rilevanza di affermare che l’università sia gratuita e di scarsa qualità sta proprio nel fornire una base ideologica alla proposta di introdurre un sistema che cambi radicalmente la dinamica del finanziamento, dell’accesso e dell’indipendenza dell’istituzione universitaria: un sistema che funziona abbastanza bene ma che ha criticità diffuse si deve e si può riformare, un sistema completamente corrotto e inefficiente va rifondato dalle fondamenta.

Come paragone internazionale possiamo considerare, ad esempio, la Francia, dove: le tasse universitarie sono minori che in Italia, la percentuale di studenti che usufruiscono di borse di studio è più alta, il diritto allo studio è tutelato grazie anche ad un serio impegno in infrastrutture. Dove, inoltre, l’investimento in università e ricerca è maggiore che in Italia: non si capisce perché nel considerare i confronti internazionali si debba tacere sempre che la spesa nell’istruzione terziaria in Italia è tra le più basse dei paesi OCSE. O forse si assume che abbia ragione Roberto Perotti quando afferma, normalizzando in maniera arbitraria i dati OCSE, che “la spesa italiana per studente equivalente a tempo pieno diventa 16.027 dollari, la più alta del mondo dopo Usa Svizzera e Svezia” ?

Circa la qualità dell’università italiana, di nuovo la denigrazione continua fatta da Ichino e dai suoi colleghi non ha certo giovato ad una serena discussione su come sia possibile migliorare l’esistente. Come illustrato nel libro che ho scritto con Stefano Zapperi e in un altro contributo l’uso dell’impact factor per la classificazione in qualità dei paesi, come fatto nell’articolo citato da Ichino, è del tutto arbitrario e non giustificato. L’H-index è una misura più significativa dell’impatto. Il suo valore globale, o diviso per settori, mostra che l’Italia si colloca settima al mondo. Per capire l’efficienza del sistema è necessario normalizzare questo dato rispetto alle risorse investite nel sistema universitario e della ricerca: da ciò risulta che il sistema italiano è anche ragionevolmente efficiente. Data però l’inefficienza di una parte del sistema, che nessuno mette in dubbio, la caratteristica principale del sistema universitario e della ricerca italiane è la sua eterogeneità. La qualità di tanti gruppi di ricerca italiana, in cui sicuramente molti ricercatori stranieri ambirebbero a entrare, è testimoniata anche dal fatto che tanti giovani studenti che vanno all’estero riescono ad ottenere posizioni permanenti o borse di studio prestigiose come quelle erogate dall’European Research Council.

Per quanto riguarda l’assenza di ricercatori stranieri in Italia, le cause sono molteplici e non è questa la sede per approfondire la questione. Consiglio però di provare a leggere un bando di un concorso, per esempio, del CNR e di confrontarlo con un del CNRS francese, o fare un semplice schema per comprendere quando sono banditi i concorsi in Italia o in Francia (in fase con la rotazione della Terra) e quando sono assegnati i posti, o considerare quanto guadagna un ricercatore appena assunto. Un semplice paragone può mostrare le problematicità del sistema italiano, e il motivo per cui un gran numero di ricercatori italiani sta emigrando in Francia da qualche anno a questa parte. La differenza salariale è solo una parte del problema.

Per quanto riguarda la Bocconi, il mio riferimento era alle classifiche internazionali generaliste, che d’altronde sono quelle sempre citate quando si discute del cattivo posizionamento delle università italiane. Se invece si considerano le classiche scorporate per campi disciplinari si trovano delle sorprese, e il caso più eclatante è sicuramente la ventesima posizione della facoltà di scienze dell’università Sapienza di Roma. D’altro canto la Bocconi si posiziona, nella categoria scienze sociali ed economiche, a metà classifica delle prime cento ma a poca distanza dalla facoltà di economia dell’università di Bologna (a volte anche dietro di questa): non solo per produzione scientifica ma anche per gli altri parametri che le diverse classifiche usano per misurare la qualità. Se si misura la qualità in base al ranking in queste classifiche, sorge un dubbio: perché pagare dieci volte le tasse universitarie per andare alla Bocconi anziché all’università di Bologna?

La proposta di Ichino non “consiste affatto nel far pagare l'università di più ai ricchi (quelli di oggi subito e quelli di domani in modo differito) e di farla pagare di meno ai poveri”. Quello che succederebbe è di escludere i ceti meno abbienti dall'istruzione universitaria, bloccando così uno dei maggiori veicoli di mobilità sociale e condizionare anche la scelta del corso di studi. Come ho già illustrato, la Costituzione prevede un meccanismo chiaro ed efficace (se lo si adopera bene) per fare pagare ai ricchi i servizi pubblici in modo differenziale: la progressività dell'imposizione. Inoltre: (a) per chi è già ricco, pagare l'università ha un impatto relativamente poco rilevante sul reddito e lo può fare senza indebitarsi. Chi è povero, se riesce a usufruire dell'ascensore sociale, deve pagare interamente (anche se in modo differito) la sua ascesa. Rapportato al reddito (suo e/o della sua famiglia) nel corso della vita l'impatto percentuale è più alto per un meno abbiente che per un più abbiente. Insomma, rimanere o arrivare in fascia alta costa uguale per tutti: peccato però che per chi è già in fascia alta, questo costo sia meglio sopportabile. (b) Ammesso che l'ascensore sociale funzioni, chi è povero deve valutare se gli conviene al netto della restituzione del debito. Potrebbe essere meglio un uovo oggi (lavorare dopo la maturità) piuttosto che una gallina domani (laurea e successiva restituzione del debito). Nel complesso, un disincentivo a conseguire titoli di studio che si ripagano troppo poco o troppo tardi. (c) Rendere più aleatorio il finanziamento di un servizio pubblico è il primo passo per smantellarlo. In particolare, verrebbero messe a rischio le università nelle regioni economicamente svantaggiate dove bisognerebbe invece favorire la crescita del capitale umano. (d) Ci sono ottime ragioni perché scienza e cultura siano libere. Su temi legislativi, etici, nucleare, OGM, salute, effetti delle nuove tecnologie su salute e società, ecc., è bene che ci siano ricercatori liberi. Se prevale l'aspetto economico, i finanziamenti d’aziende energetiche, alimentari, farmaceutiche condizionerebbero in modo pesante la libertà d’insegnamento e d’ opinione.

Inoltre, come ha ben messo in luce Alessandro Figà Talamanca “Se per l’istruzione si deve, prima o poi, pagare, è naturale che vengano incentivate le scelte che offrono maggiori prospettive di guadagni futuri. Se gli studi universitari sono considerati alla stregua di un investimento personale, l’accorto investitore-studente sceglierà quelli potenzialmente più remunerativi. E’ proprio questo che vogliamo? Un tale effetto può essere ritenuto positivo solo da chi ritiene che il valore sociale di un’attività lavorativa sia misurato dal reddito che se ne ricava. In altre parole da chi ritiene che la differenza di reddito tra un consulente finanziario ed un maestro elementare misuri la differenza del valore sociale attribuibile alle loro attività. Ma questa non è tanto o solo una posizione decisamente di destra, ma è piuttosto una posizione ideologica che ignora la realtà. Ignora, ad esempio, che per la professione di maestro elementare, o di fisico teorico, siamo ben lontani da condizioni “di mercato”.”

Infine vorrei far notare che qualche giorno fa, proprio in relazione con le politiche del governo inglese che si vorrebbero adottare in Italia, una risoluzione dell’università di Oxford, votata da 283 professori (5 i contrari), afferma che “l'Università di Oxford non ha alcuna fiducia nelle politiche del Ministro per l'istruzione superiore”.

17 giugno, 2011 da Francesco Sylos...


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#1 L'erba del vicino è sempre più verde

ritratto di Stefano Zapperi
17 giugno, 2011 - 09:18 da Stefano Zapperi
I professori dell'Università di Oxford non hanno alcuna fiducia nelle politiche del Ministro per l'istruzione superiore. A quanto pare invece molti professori italiani hanno grande fiducia nelle politiche del Ministro (inglese).
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#2 Un commento

ritratto di Marco Antoniotti
17 giugno, 2011 - 12:08 da Marco Antoniotti (non verificato)
Non credo che le proposte "inglesi" di "prestito con ripagamento" avranno l'effetto di far pagare di più l'istruzione terziaria ai meno abbienti. Il problema è invece ben evidenziato da Perotti nel suo libro "L'Univeristà Truccata" (p.g. 172) "Una conseguenza potenzialmente più grave di questa competizione per i talenti è che i costi aumenteranno, rischiando di spiazzare alcune famiglie della classe media che non hanno diritto ai sussidi. A questo stadio non è chiaro quanto ci si debba preoccupare di questo fenomeno. ..." In altre parole, questo tipo di riforme, rischia di comprimere invece la "classe media", cosa peraltro già ampiamente in atto. Secondo me questo è il vero tallone d'Achille della proposta di Ichino. Naturalmente confesso di aver usato strumentalmente la citazione di Perotti :) ma tant'è.
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#3 scambio di mail con Ichino

ritratto di Paolo Roberti
17 giugno, 2011 - 17:06 da Paolo Roberti (non verificato)
Le incollo l'ultima mail che ho inviato ad Andrea Ichino, con cui ho avuto un interessante scambio di idee. Per quanto riguarda la proposta in sé ci sono alcuni punti della nostra discussione che vorrei evidenziare, per fare un riassunto e senza pretendere ancora una sua risposta, dato che alcuni sono già stati dibattuti: 1 io concordo sul fatto che la sua proposta possa essere redistributiva. Tutto dipende da come è impostata la soglia di reddito per la restituzione del debito. 2 credo che invece non si possa eliminare in alcun modo la sua natura discriminante. Discriminante perché gli studenti ricchi possono comunque accedere a delle università private, nelle quali, come lei afferma, pagheranno pure delle tasse esorbitanti, ma comunque mantengono questa possibilità. Gli studenti poveri non possono farlo, e subiranno una selezione basata su dei test di merito. Questo accade perché l'università/lo Stato vorrà selezionare dei buoni debitori, gente che potrà restituire il debito. Lei afferma che anche gli studenti ricchi dovranno affrontare una selezione di merito, ma poi questi possono andarsene alla privata se non passano, cosa che i poveri non possono fare. 3 Il fatto che con la sua riforma l'università pubblica possa veramente fare solo una selezione di merito senza guardare ai redditi è questionabile. Infatti mi sembra di capire che ci sono due modi per attuare la sua proposta. Una è rendere le università indipendenti dai finanziamenti statali, anche per quanto riguarda le risorse che servono a coprire i futuri prestiti insoluti. Allora necessariamente le università diventeranno dipendenti dalle tasse degli studenti ricchi, e dovranno facilitare il loro ingresso, evitando di selezionarli attraverso il merito, come invece lei suggeriva. Quindi abbiamo un'altra discriminazione. Se invece è lo Stato a garantire quei prestiti, sarà attraverso la fiscalità generale che finanzierà quei fondi, quindi si ritorna al punto di partenza, cioè alla situazione attuale, solo che sarà comunque discriminatoria per il punto 2. Se invece lo Stato vorrà fare in modo che la riforma sia a costo zero, cioè che non pesi sulla fiscalità generale, si ritroverà sempre nella condizione di rincorrere gli studenti ricchi, quindi facilitarne l'ingresso nelle università pubbliche, a scapito di ogni criterio di merito. Quindi alla discriminazione del punto 2 si aggiunge quella del punto 3, cioè che gli studenti ricchi saranno avvantaggiati anche nelle università pubbliche. 4 Non credo che far pesare l'università pubblica sulla fiscalità generale sia un'assurdità, o un sistema per far pagare ai redditi poveri l'università per i ricchi. Proprio come lei afferma nell'articolo che ci ha inviato l'università dovrebbe diventare un bene pubblico, a cui tutte le classi sociali accedono nella stessa misura. Questo non può accadere con la sua riforma perché è intrinsecamente discriminatoria, per i punti 2 e 3. 5 Riferendomi al punto 1, cioè che la sua riforma possa essere redistributiva, devo ammettere che anche se ne affermo la possibilità, ho quasi la certezza che se fosse implementata nell'attuale scenario politico italiano si finirebbe per porre una soglia di restituzione troppo bassa, in modo che pochi studenti provenienti dalle famiglie povere si arrischierebbero a fare l'università. Consideri che l'attuale maggioranza parlamentare non ha mostrato alcun interesse ad avere un'università pubblica, di alcun tipo. Per questo sarei curioso di capire a cosa si riferisce quando parla di spiraglio istituzionale. 6 Per emendare la sua proposta di tutte le iniquità bisognerebbe: porre una soglia di restituzione molto alta, eliminare i test d'ingresso per evitare la discriminazione del punto 2 e la quota di prestiti insoluti dovrebbe essere a carico dello Stato e non delle singole università. A questo punto però la sua proposta sarebbe snaturata perché sarebbe in realtà la fiscalità generale a sobbarcarsi gran parte della riforma.
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#4 Avevo apprezzato l’intervento

ritratto di Visitatore sergio
17 giugno, 2011 - 21:59 da Visitatore sergio (non verificato)
Avevo apprezzato l’intervento di Francesco Sylos Labini per la precisione dei riferimenti, la logica delle argomentazioni, la natura etica di fondo che ispirava il tutto. Insomma si sentiva che all’origine c’era un ricercatore. Visto la diverse competenze e la diversa storia professionale del suo interlocutore – il prof. Andrea Ichino - ci si sarebbe potuto aspettare una qualche esitazione o una qualche difficoltà a reggere il confronto. Ma cosi non è stato, almeno questa è la mia impressine e penso che ci sia motivo che va al di là dei meriti di Sylos. Se si tiene a mente la valutazione del ministro Ruberti - che se ne intendeva - secondo il quale i poveri spendono peggio dei ricchi. Dove inizino e dove finiscano gli effetti negativi di questa condizione non è facile, ma è evidente che discettare sugli errori e sui difetti del sistema nazionale della ricerca e delle Università facendo finta che quella osservazioni di Ruberti non esista e non produca delle conseguenze, è a dir poco una operazione miope, poco convincente e culturalmente inconsistente. Se poi si pretende di avviare delle riforme facendo leva sugli effetti di quella cattiva spesa, ma sempre dimenticando Ruberti, allora gli obiettivi di queste riforme o sono inconfessabili o sono stupidi. Esiste una terza ipotesi che non sia la somma delle due precedenti?.
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