Economia e ricerca nella Società della Conoscenza

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Da alcuni anni vengono evidenziate, in occasioni diverse, due questioni apparentemente tra loro divergenti. Il riferimento è da un lato alle affermazioni intorno allo stato dell’economia mondiale e, anche, di quella italiana, che traducono una valutazione a dir poco molto critica, e dall’altro alle indicazioni di ordine certamente più accademico e teorico, ma sempre in materia di sviluppo economico e sociale, del tutto differenti nella qualità e nelle prospettive che vengono avanzate e che sembrerebbero offrire uno scenario del tutto diverso e non conciliabile con quello precedente. Il riferimento in questo caso è alle sempre più frequenti citazioni dell’avvento della “Società della conoscenza”, della “Economia della conoscenza”.

La lettura della Società della Conoscenza in termini di Economia della Conoscenza non intende limitarne i significati, ma precisare i confini che in questo intervento vengono adottati.  
La contraddizione consiste – dovrebbe essere evidente – nel senso illuministico e progressivo dello slogan della “Società della conoscenza”, contrapposto all’evidente negatività dei contenuti della crisi economica e sociale in atto, e non da poco tempo.
E’ legittimo immaginare che dietro a quel titolo di Società della Conoscenza si possano trovare sia concezioni pentecostali e ipotesi di società della decrescita, sia visioni da guerre stellari, sia l’immagine di un nuovo rinascimento esteso a tutti e a tutto il globo, e sia, ovviamente, tutti i possibili incroci tra queste diverse ipotesi. La lettura della crisi economica e sociale internazionale si sviluppa, invece in un intreccio di notizie che non lasciano alcun spazio all’ottimismo, anche perché le guide ufficiali sembrano sostanzialmente prive di bussole funzionanti.  

Prima di tentare di esprimere qualche osservazione per verificare se e quando e in che termini queste due posizioni si possano conciliare, coesistere o meno, sembra necessario entrare nel merito di queste due “storie”. E individuarne i connotati, anche per definirne i confini e i significati cogliendo – fra i molti – quelli che più ci interessano. 

La crisi internazionale 

                                 
                                                             Fonte: Unctad

Nel grafico precedente è riportato l’andamento del Pil pro capite a partire dal 1971 sino al 2011, in uno scenario globale. Sono diverse le informazioni che se ne possono ricavare. Intanto emergono delle fasi di stasi, che si distribuiscono, tuttavia, lungo una linea crescente per cui sembrerebbe difficile prospettare ad oggi un’ipotesi di crisi strutturale a livello mondiale. Vale a dire che sono immaginabili periodi di arresto o di rallentamento della crescita, ma lungo una dinamica complessivamente sempre crescente.
Non va nemmeno dimenticato che un’indicazione in termini di Pil pro-capite nasconde gli effetti della "media alla Trilussa", per cui una cattiva distribuzione potrebbe annullare o ridurre questa valenza positiva della crescita.
Se, con questi caveat, distinguiamo all’interno di questo andamento globale gli andamenti economici ad esempio delle economie europee sviluppate e quelli dei paesi asiatici in via di sviluppo e ne analizziamo gli andamenti in termini di variazioni percentuali del Pil, le conclusioni precedenti devono cambiare.

       

                                                    Fonte: Unctad

Intanto si riconoscono le due crisi energetiche del 1973 e del 1981. Poi la crisi dei primi anni novanta connessa con l’unificazione tedesca e il “buco” eccezionale del 2007/2009, che traduce la prima grande crisi “da speculazione finanziaria” mondiale. Soprattutto in questi paesi europei si può osservare l’esistenza di segnali di una debolezza strutturale dello sviluppo con un’accentuazione nel corso del nuovo millennio.

Se nel corso dei decenni ’70 e ’80 la differenza nello sviluppo di queste due aree era dell’ordine di uno-due punti percentuali – differenza fortemente ridimensionata, se commisurata al valore assoluto del Pil - dalla fine degli anni ottanta questa differenza cresce non solo per un’accentuazione del ritmo di crescita dei paesi asiatici, ma anche per una riduzione della crescita del Pil dei paesi europei.

Se poi confrontiamo gli andamenti medi di questi paesi europei con quello del nostro paese (si veda il Grafico 3 del documento allegato) si evidenzia come per l’Italia, con la fine degli anni ’80, si vada esaurendo, rispetto all’area Euro, la maggiore capacità relativa di sviluppo misurabile in termini di Pil pro-capite, sino a un andamento nel nuovo millennio mediamente intorno a 0,25 punti percentuali all’anno: la metà di quanto raggiunto dagli altri paesi europei. Un andamento negativo che si riscontra anche con le quote delle nostre esportazioni mondiali confermando l’emergere, intorno alla metà degli anni ’80, di un periodo di crescenti difficoltà. Questo ci dice che per quanto riguarda l’Italia, attualmente non si verificano solo gli effetti della crisi internazionale, ma il modo in cui questa si sia sovrapposta ad una preesistente e specifica difficoltà del nostro paese. 

La crisi economica in italia

Prima di affrontare il concetto di società della conoscenza sono opportune alcune considerazioni in materia di crisi del nostro paese che, come già anticipato, ha contenuti e cause che non si esauriscono nei dati della crisi economica internazionale. La questione appare di particolare rilevanza, in quanto mentre la crisi internazionale deve trovare degli interpreti e delle terapie analogamente internazionali, i problemi e i deficit specifici del nostro paese non solo non possono pretendere un analogo trattamento, ma difficilmente possono essere affrontati al di fuori della nostra partecipazione. Il superamento della crisi internazionale non implica, quindi, il superamento della nostra condizione di crisi, ma potrebbe anche voler dire esattamente il contrario. In questo scenario è, dunque, di un qualche interesse porsi la domanda: come si colloca il nostro paese? Venendo da un dopoguerra dove era molto evidente la condizione di paese agricolo con un forte ritardo nelle strutture industriali e sociali, oltre che con il lascito delle rovine di una guerra sbagliata, il ritrovarsi nel giro di alcuni lustri tra i primi paesi industriali è stato certamente una prestazione che giustifica quel miracolo economico che, con pareri unanimi, ci venne riconosciuto. I nostri indicatori dello sviluppo economico segnavano, infatti, ritmi di crescita non solo elevati, ma mediamente superiori a quelli dei paesi nostri partner a livello internazionale. Verso la metà degli anni ottanta queste tendenze mostrano un arretramento progressivo e pressoché costante, sino ad incrociare la crisi finanziaria ed economica internazionale di questi anni. Questo nostro declino, come si vede, non ha perciò nulla a che fare con la crisi finanziaria ed economica internazionale, se non per il fatto che ha offerto un terreno già indebolito.

Sulla lettura della specificità della crisi italiana non sembra facile, tuttavia, che si diradi il velo che tende a confonderla, in buona misura, con la crisi internazionale, magari con le aggravanti dei “difetti” nazionali. E tra questi difetti in primo piano è stato messo quello del lavoro in termini di scarsa flessibilità, costo complessivo, rigidità sindacali, eccetera. Insomma, il sistema economico italiano sarebbe stato bloccato da un mercato del lavoro che non consentiva il libero gioco del mercato. 
Poiché queste concezioni hanno un fondamento teorico-sperimentale a dir poco controverso, era facilmente prevedibile il fallimento di questi interventi che pur lasciavano morti e feriti sul campo. La gravità di questa nostra situazione veniva così esaltata in conseguenza del fatto che poiché nel frattempo restavano all’opera le cause vere della nostra specifica crisi, queste stesse non solo continuavano ad operare, ma non essendo contrastate, accrescevano i loro effetti negativi. Il corretto riconoscimento delle cause di una crisi economica non è, infatti, un puro esercizio accademico, ma è l’ovvia premessa per individuare una terapia corretta senza la quale gli esiti negativi sono scontati. 

Tuttavia, le interpretazioni alternative a quelle che cercavano le soluzioni sul fronte del lavoro, dopo quel fallimento tendono ad attribuire la nostra crisi alle politiche avviate dal 1992 con i percorsi di partecipazione alla creazione dell’Unione Europea, al Trattato di Maastricht, ecc. Tutti i dati confermano come i provvedimenti presi per entrare in Europa hanno rappresentato un appesantimento della nostra situazione. Ma appare difficile attribuire a queste cause anche le difficoltà che preesistevano da non pochi anni: per essere convincente questa ipotesi dovrebbe assumere che sino agli anni precedenti al 1992 il sistema economico nazionale non aveva da affrontare quegli stessi vincoli resi evidenti dai processi di unificazione europei. Ma questa assunzione è indimostrabile per il semplice motivo che da tempo il nostro sistema produttivo perdeva competitività e capacità di sviluppo. 

In definitiva il nostro declino economico era precedente agli anni ’90 e sin dalla fine degli anni ‘70 la nostra competitività si reggeva su forti interventi di svalutazioni competitive e con questa copertura potevamo anche illuderci che il sistema delle nostre PMI, del made in Italy, che pur avevano rappresentato, compreso i Distretti Industriali, il nostro fattore di successo, potesse continuare ad esserlo anche quando le cose a livello internazionale e comunitario sarebbero cambiate. Ma questa ipotesi, già di per sé poco ragionevole, non si basava su alcuna analisi e valutazione di un qualche spessore. A conferma di tutto ciò si può ricordare uno studio condotto da Momigliano e Siniscalco e pubblicato nel 1985. A un certo punto di quella pubblicazione si dice: “ Anche se l’interpretazione è stata puramente descrittiva, i risultati ottenuti, insieme ad altre indagini più dettagliate soltanto per prodotti ( che hanno posti in luce una persistente e crescente inferiorità dell’Italia nell’export dei prodotti ad elevato contenuto tecnologico), hanno tuttavia indotto una nota e diffusa preoccupazione: quella di un paese specializzato in prodotti maturi, a basso contenuto tecnologico e domanda scarsamente dinamica, sottoposti , per la legge di imitabilità delle tecnologie, alla crescente competizione dei paesi di nuova industrializzazione ed in via di sviluppo. “  Da allora ad oggi quelle preoccupazioni si sono trasformate in certezze, avendo trovato conferma prima di tutto negli andamenti negativi dei nostri saldi commerciali nei prodotti ad alta tecnologia, mentre, come appare dai dati sulla percentuale di prodotti ad alta tecnologia esportate dai paesi dell’Unione è proprio su questo fronte che ogni paese difende il proprio equilibrio negli scambi commerciali.

Lungo questa riflessione occorre aggiungere che da parte di molti si è cercato – e tutt’ora si pretenderebbe - di semplificare il tema delle politiche industriali da mettere in opera, riducendole ad un problema di aiuti ed incentivi alle spese in Ricerca a favore delle imprese. Si assume, cioè, che la scarsa spesa in ricerca sia il frutto di un atteggiamento un po’ avaro dei nostri imprenditori nei confronti degli investimenti in R&S. Può sembrare strano ma l’ovvia considerazione che la spesa in ricerca delle imprese dipende in prima e in seconda battuta dalla dimensione dell’impresa e dalla specializzazione produttiva e che, quindi, i raffronti internazionali dovevano essere condotti “ a parità “ di condizioni, ha rappresentato uno strano vuoto metodologico. 

Ricerca e innovazione nella cultura dell'economia 

E’ importante rilevare come alcune debolezze strutturali del nostro sistema produttivo si siano pur lentamente evidenziate anche, come si è visto, a livelli “ufficiali”; tuttavia quando poi si cercano di definire delle politiche d’intervento per correggere quelle limitazioni allo sviluppo del Paese, si ritorni a parlare di altre questioni – anche importanti, come la disfunzione dell’amministrazione pubblica, la corruzione, ecc. – mentre le terapie per una questione che ha uno spessore strutturale che coinvolge il tema della cultura economico-produttiva, della ricerca, dell’innovazione, della competitività internazionale, della politica industriale, restano a zero.

Tentare di spiegare questo “vuoto” vorrebbe dire andare su un terreno molto differente da quello sin qui affrontato ma non ancora concluso. Occorre, infatti, rilevare come nel frattempo la crisi italiana si stia avvitando e i ritardi accumulati dalla mancanza di opportune politiche industriali non vengano recuperati, ma, ovviamente, tendano ad allargarsi: Il numero di persone addette ad attività di R&S è meno della metà di quello presente in quasi tutti gli altri paesi europei,  e tuttavia questo divario tende ad aumentare, in parallele con la minore spesa relativa da parte delle imprese italiane in R&S, dove si notano anche agli apporti negativi delle politiche di privatizzazioni degli anni ’90. 

Ma le politiche pubbliche in materia di finanziamenti alla R&S appaiono ancora più miopi di quelle del sistema delle imprese dal momento che tendono a penalizzare anche il sistema della ricerca pubblica. 
O forse traducono un approccio ideologico di politiche industriali e dello sviluppo basate sulle privatizzazioni e sul “non intervento” rispetto alla libera iniziativa, in questi casi con esiti, ovviamente, contrari alle attese.

                    
           
C’è un altro importante aspetto che occorre sottolineare e che rappresenta una dimensione politica e culturale che viene tendenzialmente esclusa dai dibattiti; in sostanza se è vero come è vero che con le nuove capacità tecnologiche si possono elaborare e programmare delle soluzioni per i problemi della società, può essere questa potenzialità estranea alle responsabilità delle istituzioni pubbliche?
Là dove si manifesta un ritardo culturale-tecnologico si creano le condizioni non solo perché si sviluppi un divario economico ma anche un abbassamento del livello civile e democratico con una prevalenza delle visioni soggettive dei problemi e delle soluzioni. 

Nel frattempo si può comprendere perché possono convivere le questioni della pesante crisi internazionale ma anche delle reali prospettive di segno diverso; si tratta di una convivenza storica: tutti i paesi devono fare i conti con la crisi internazionale ma non tutti con gli stessi strumenti e alcuni che si trovano ai margini, con strumenti del tutto inefficaci.

Gli stessi contenuti di una ”Società della conoscenza” non si esauriscono nei contenuti di una società che intende sviluppare una Economia della Conoscenza, ma sembra ancor più difficile immaginare ai giorni nostri una tale Società come estranea ai processi e ai percorsi di una economia di questo tipo. Anche nel dibattito pubblico questi collegamenti tra conoscenze scientifico-tecnologico, sviluppo economico e qualità sociale non sono una novità, né di ieri né di oggi. Limitandoci alla storia più recente possiamo, infatti, ricordare elaborazioni come quelle contenute nella pubblicazione nel 1972 del Rapporto sui limiti dello sviluppo da parte del Club di Roma, precedendo di poco la prima crisi petrolifera e poi, nel 1987 su iniziativa dell’ONU, nel Rapporto Brunbland – primo ministra norvegese – dal titolo “Il futuro di tutti noi” dove venivano indicate le caratteristiche che avrebbe dovuto avere lo sviluppo mondiale per essere sostenibile.  

Questo sviluppo dovrebbe rispondere a tre requisiti: consentire un bilancio positivo nell’uso dei beni naturali, nelle condizioni sociali e, dunque, nel lavoro e nelle condizioni economiche. Per iniziativa dell’UNESCO questa sostenibilità è stata poi ampliata anche alla conservazione e allo sviluppo dei beni culturali.

In definitiva la formula che oggi chiamiamo “Economia della conoscenza”, prevede la possibilità di aggiungere agli strumenti convenzionali della politica economica, uno strumento quale quello della “conoscenza scientifica”. Non perché in precedenza non venisse utilizzata, ma per il fatto che attualmente il patrimonio accumulato delle conoscenze scientifiche e tecnologiche sta cambiando la strumentazione a nostra disposizione per fare politica economica e questa capacità di programmare le innovazioni rappresenta un cambiamento essenziale.

In questo passaggio – da limiti dello sviluppo, a sviluppo sostenibile, a economia della conoscenza - sembra di cogliere una possibile evoluzione verso l’ottimismo. 

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