Zika, o della difficoltà di comunicare l’incertezza

Read time: 8 mins

Dichiarare un’emergenza è uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare. Davanti a una possibile grave minaccia alla salute pubblica internazionale, seppure con poche certezze scientifiche tra le mani, qualcuno deve prendersi la responsabilità di schiacciare tempestivamente il pulsante che attiva una catena di risposte coordinate (dalla cooperazione tra i governi alla produzione di farmaci e vaccini), e accettare così il rischio di dare un falso allarme. Oppure può decidere di aspettare di saperne di più, con la consapevolezza che in questo modo però si potrebbe arrivare troppo tardi. Davanti alla diffusione del virus zika in America Latina, per la terza volta almeno, negli ultimi anni, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Margaret Chan, si è trovata davanti a quel pulsante, senza che gli esperti potessero fornirle risposte certe alle domande più importanti.  

L’emergenza non è per l’infezione

L’incertezza è comune, al manifestarsi di una nuova minaccia infettiva, di cui per definizione si conosce poco. Zika però non è un nuovo virus emergente, come quello H1N1 responsabile della suina, l’H5N1 dell’aviaria, quello della SARS o della MERS. È noto agli esperti da almeno 50 anni, anche se nessuno si è mai preoccupato di studiarlo (figuriamoci investire su un vaccino!) per il fatto che è sempre apparso sostanzialmente innocuo: l’infezione si risolve con una settimana di febbre non troppo alta, dolori articolari, macchie sulla pelle.  Ben altri erano i problemi da affrontare con i magri finanziamenti messi a disposizione per lo studio delle malattie tropicali neglette. 

A convincere i 18 membri del Comitato di emergenza che occorre alzare il livello di allarme non è quindi la diffusione, per quanto definita “esplosiva”, del virus, quanto la concomitante segnalazione, da parte delle autorità brasiliane, di un numero sospetto di malformazioni e complicazioni neurologiche, ancora tutto da chiarire. È contro questa possibile implicazione che gli esperti mettono in guardia, non contro l’infezione in sé che, dopo aver colpito sicuramente più di un milione di persone in oltre 23 paesi, solo nell’ultimo anno, non ha provocato nemmeno una vittima, né casi gravi degni di rilievo.

«After a review of the evidence, the Committee advised that the recent cluster of microcephaly cases and other neurological disorders reported in Brazil, following a similar cluster in French Polynesia in 2014, constitutes an “extraordinary event” and a public health threat to other parts of the world» ha dichiarato Margaret Chan il primo febbraio, precisando quindi che l’emergenza di sanità pubblica di interesse internazionale (Public Health Emergency of International Concern, in sigla PHEIC) riguarda la rapida crescita nel numero di casi di microcefalia e di disturbi neurologici, in particolare la sindrome di Guillain Barrè, non l’infezione da zika. Secondo gli esperti convocati da Chan, l’associazione nello spazio e nel tempo tra il fenomeno e l’epidemia è fortemente sospetto, ma nessuno è ancora in grado di confermare che davvero un aumento significativo dei casi di microcefalia si sia verificato in Brasile, né che sia stato provocato dal virus.

I dubbi di chi getta acqua sul fuoco

Le ragioni di chi avanza dei dubbi sono ben motivate. Prima di tutto la microcefalia non è una malformazione specifica, ma il segno di uno scarso sviluppo del cervello e del cranio che può avere diverse cause. L’unico modo per definirla è tautologico: si parla di microcefalia quando la circonferenza del cranio è inferiore al terzo percentile. In altre parole, su una popolazione di riferimento di cento bambini, solo 3 hanno un valore uguale o inferiore a questo, da cui si deduce che in ogni Paese ci si dovrebbe aspettare che circa il 3 per cento dei neonati presenti questa anomalia.

Su circa 3 milioni di bambini che nascono ogni anno in Brasile, quindi, il numero di coloro che presentano microcefalia al momento del parto dovrebbe aggirarsi sui 90.000: molti più dei 3.500 circa di cui si parla come possibili conseguenze dell’infezione. La microcefalia inoltre spesso non provoca gravi conseguenze, neppure sullo sviluppo neurologico, per cui difficilmente viene segnalata nei registri delle malformazioni, perfino in paesi più avanzati del Brasile da questo punto di vista. Il dato di partenza, su cui si calcola l’aumento di venti volte di cui si parla in questi giorni, è perciò molto poco affidabile. Lo sarebbe probabilmente anche negli Stati Uniti o in Europa. Da quando è stato ipotizzato un legame con l’infezione, al contrario, la sorveglianza si è fatta più attenta, e tutti i casi sono segnalati con cura. Gli esperti lo chiamano “bias di conferma”.

Infine, il fatto che durante la gravidanza la mamma abbia contratto zika è davvero poco significativo, vista la diffusione della malattia in questi mesi. Sarebbe come associare un’anomalia al fatto che una donna ha avuto il raffreddore in gravidanza: probabilmente è capitato quasi a tutte, ma questo di per sé significa poco. 

La precauzione è d’obbligo

Più preoccupante è stato il riscontro del virus nel liquido amniotico di sei donne e nel tessuto cerebrale di due bambini deceduti per una forma grave di microcefalia e sottoposti ad autopsia: un dato di cui tenere conto, perché dimostra la capacità del virus di passare la barriera placentare, ma che è ancora poco per parlare di un rapporto di causa ed effetto. 

Nella famiglia a cui appartiene zika non ci sono virus che tipicamente provocano malformazioni nel feto, come fa per esempio quello della rosolia, ma alcuni che provocano encefalite sì. Sebbene ancora manchi la prova della pistola fumante, la precauzione è quindi d’obbligo. La posta in gioco potrebbe essere la salute di centinaia di migliaia di bambini che nasceranno nei prossimi mesi in America Latina, ma anche in altre zone temperate, se l’infezione continuerà la sua corsa. 

Uno sforzo globale per fermarla è quindi più che giustificato, soprattutto sostenendo i Paesi colpiti nelle campagne di disinfestazione contro le zanzare, invitando le persone a proteggersi il più possibile dalle punture, consigliando prudenza alle donne che intendono iniziare una gravidanza, rimandandola o astenendosi, se possibile, dal viaggiare in quelle zone.

Giustamente invece l’Organizzazione mondiale della sanità non sconsiglia i viaggi in generale, provvedimento che metterebbe in ulteriore difficoltà i Paesi colpiti, soprattutto in vista delle Olimpiadi di Brasile 2016. Il rischio in questione, al di fuori di una gravidanza possibile o in corso, è inferiore a quello di molte altre malattie, non ultima l’influenza H1N1 che, al contrario di zika, sta provocando vittime in tutto il mondo, Brasile compreso.

Il rischio è diverso da come lo sentiamo

La percezione del rischio legato a zika però, è molto più elevata. Colpa solo dei media, che si sono buttati sull’argomento? No. La scienza della comunicazione del rischio insegna che ognuno di noi percepisce un pericolo in maniera maggiore o minore in relazione a fattori che hanno poco a che fare con le probabilità statistiche di una conseguenza negativa. In questo caso la percezione del rischio è amplificata dal fatto che la minaccia è esotica, ed è rivolta soprattutto ai più deboli, i nascituri. L’incertezza di cui è circondata la vera entità della minaccia, infine, invece di rappresentare un correttivo all’ansia, ce la fa sentire come più insidiosa di un’influenza che, per quanto molto più aggressiva, consideriamo familiare e di cui pensiamo di sapere tutto.

Comunicare questa incertezza all’inizio di un’epidemia è sempre difficile. Non perché le autorità non ci provino: in tutti i comunicati si ribadisce che mancano ancora prove scientifiche del legame tra zika e microcefalia, e che tutti i provvedimenti si basano su un principio di precauzione. Ma questo non basta. Se, come c’è da sperare, l’associazione sarà smentita, l’OMS rischia di essere nuovamente sospettata, come nel caso della pandemia del 2009, di aver gettato benzina sul fuoco, a vantaggio dell’industria farmaceutica che si appresta a cercare un vaccino. Già alcuni blogger complottisti stanno avanzando teorie alternative a sostegno di questa tesi. 

D’altra parte, se l’Agenzia avesse temporeggiato in attesa di conferme scientifiche, sarebbe stata accusata di non aver imparato la lezione dell’epidemia di ebola in Africa occidentale, dove il ritardo dell’intervento internazionale costò la vita a migliaia di persone ed ebbe un impatto terribile sull’economia e la società dei Paesi colpiti. Sia la scelta di intervenire, in un caso, sia quella di attendere, nell’altro, furono considerate gravi errori che minarono la reputazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e la fiducia del pubblico nelle istituzioni sanitarie. 

Strette tra queste due opposte critiche, l’Agenzia internazionale ha deciso questa volta di rischiare per eccesso di precauzione, piuttosto che essere accusata di una trascuratezza che potrebbe provocare un impatto enorme, se zika si diffondesse con la stessa facilità anche ad altre aree estese del pianeta, segnando una generazione, in una sorta di caso talidomide elevato all’ennesima potenza.

Anche il fatto che il rischio di zika sia sopravvalutato tuttavia potrebbe avere gravi conseguenze, e non solo quelle economiche su Paesi, come quelli caraibici, che fondano buona parte del loro PIL sul turismo. Come ha messo in luce il progetto TELL ME sulla comunicazione in caso di epidemie, quando queste sono “esotiche” il rischio di stigma e discriminazione per chi ha origine dalle aree colpite o ne è in qualche modo legato è sempre in agguato; come sottolinea il progetto ASSET, che mira a sensibilizzare tutte le parti in causa sulle implicazioni sociali delle epidemie stesse, l’epidemia di zika colpisce in particolare il genere femminile, e la gravidanza, aspetti, questi, troppo spesso trascurati nella ricerca infettivologica.

Infine, ogni epidemia porta con sé questioni etiche, che spesso riguardano la limitazione della libertà personale, per esempio per quanto riguarda la quarantena. In questo caso le implicazioni di un eventuale falso allarme potrebbero anche essere più gravi: la paura di dare alla luce bambini con malformazioni, in Paesi in cui la contraccezione è poco diffusa, potrebbe indurre una corsa alle interruzioni di gravidanza. Sebbene Paesi come la Colombia abbiano già esplicitamente incluso l’infezione da zika tra le condizioni che autorizzano a praticare l’intervento legalmente, le possibilità di accedervi sono limitate ed è lecito temere quindi che un’impennata di aborti clandestini, in condizioni poco sicure, potrebbero provocare più vittime del tanto temuto virus zika.

Aggiungi un commento

Canaletto e Bellotto: pittori o geometri?

Read time: 9 mins
Canaletto, Campo Santi Giovanni e Paolo, 1738 circa.

Dovendo scegliere tra un pittore e un topografo, a chi affidereste il compito di rappresentare realisticamente ed efficacemente un determinato paesaggio, urbano o rurale? Ipotizziamo che decidiate di affidare il lavoro a un artista con cui pattuite l’esecuzione di un dipinto a olio su tela. E se l’artista che avete incaricato facesse uso di mezzi tecnici, ad esempio di apparecchiature ottiche, in un certo senso invadendo il campo e appropriandosi dei trucchi del mestiere e delle competenze della concorrenza? Denuncereste la violazione del patto - non scritto - che ha stipulato con voi e lo giudichereste un artista che bara o addirittura un artista dimezzato?

È questo il dubbio che devono essersi posti, già nella prima metà del Settecento, Antonio Canal, detto Canaletto e suo nipote Bernardo Bellotto (pure lui per un certo periodo noto come Canaletto, diciamo per mere ragioni di marketing). I due, infatti, il primo essendo maestro del secondo, fecero ampio e documentato uso di un’apparecchiatura ottica nota come camera obscura senza peraltro mai molto sbandierare questo loro “segreto industriale”: la utilizzarono costantemente come sussidio per tracciare con sicurezza le linee portanti dei volumi dei loro dipinti e le sagome dei monumenti e degli edifici che hanno rappresentato negli affascinanti dipinti a olio presenti in musei, gallerie e collezioni di enti e di privati in tutto il mondo. Sono stati, Canaletto e Bellotto, tra i primi e certamente i più noti esponenti del cosiddetto vedutismo, genere pittorico nato a Venezia nel primo Settecento. Molti loro schizzi (“scaraboti”) e disegni preparatori, a matita e penna su carta, sono arrivati fino a noi e sono conservati, raccolti in quaderni, in vari musei, tra cui le Gallerie dell’Accademia a Venezia.

La camera oscura portatile in legno appartenuta secondo alcuni studiosi a Canaletto. Si può vederla all'ingresso della mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano.

Come porsi, dunque, di fronte alla legittimità e opportunità dell’uso intensivo della camera obscura da parte di quei pittori? Si tratta semplicemente di un utile strumento ausiliario o è invece una criticabile pratica tecnica che, se applicata in modo pedissequo nella realizzazione dei dipinti, minaccia di ostacolare e compromettere la creazione artistica, esponendo così il pittore al rischio di vedersi relegato nell’angusto e sgradito ruolo esecutivo di “geometra dell’ufficio tecnico”?

Per rispondere a questa domanda, serve forse chiedersi perché  alcuni pittori, soprattutto settecenteschi, abbiano sentito l’esigenza di utilizzare la camera obscura, o camera ottica. La risposta molto probabilmente va cercata nel clima culturale dell’epoca di cui stiamo parlando: con l’Illuminismo, infatti, si impone un nuovo sguardo sulla realtà, più oggettivo, più scientifico e l’esattezza della rappresentazione pittorica del paesaggio è solo uno dei campi in cui questa nuova visione del mondo si manifesta.

Questa tematica complessa, di cui cercheremo di fornire qualche utile elemento di conoscenza e di riflessione, colpisce immediatamente il visitatore della bella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano. Nelle quasi cento opere in mostra si possono ammirare le precise rappresentazioni (quanto precise effettivamente siano, tra poco lo scopriremo) di palazzi e canali, campi (nel senso veneziano della parola) e piazze di città del centro Europa, campagne e scorci di ruderi dell’antichità talmente dettagliate da sembrare fotografie, il tutto sempre sapientemente illuminato da luci oblique e radenti, perfettamente adatte a scolpire la tridimensionalità degli edifici. Per meglio comprendere il senso di queste immagini si rende necessario, però, un salto indietro nella storia della scienza e della tecnica.

La conquista della prospettiva

Nel corso degli ultimi tre millenni, non sono mancati studi teorici e sperimentazioni pratiche per cercare di risolvere un problema, sia concettuale, sia concreto: quello della rappresentazione della realtà tridimensionale su una superficie piana, bidimensionale. Problema che stava a cuore a due categorie apparentemente assai distanti tra loro di esseri umani: i matematici e i pittori, vale a dire, in un senso più ampio, gli scienziati e gli artisti.

Precisiamo, per quanto possa sembrare a questo punto scontato, che stiamo parlando di “prospettiva” e di “geometria proiettiva”. Nelle prime testimonianze visive arrivate fino a noi, quelle raffiguranti scene di caccia rinvenute nei dipinti rupestri delle grotte paleolitiche, i nostri antenati non sembrano essere stati sfiorati dal desiderio di suggerire un senso di profondità alle loro immagini. Occorre quindi fare un balzo temporale in avanti di parecchi millenni per vedere qualche tentativo di rappresentazione prospettica del reale: in qualche disegno di epoca egizia, duemila anni prima di Cristo, appaiono molto timidamente i concetti della similitudine e della prospettiva, con edifici rappresentati in pianta e alzato, per quanto, a dire il vero, la maggior parte delle immagini egizie giunte fino a noi raffigurino piuttosto una realtà prevalentemente bidimensionale (di profilo). Nemmeno l’epoca della cultura Assiro Babilonese sembra sentire l’urgenza di descrivere un mondo a tre dimensioni e, ad esempio, i bassorilievi di leoni e altri animali presenti sulle pareti della Porta di Ishtar (sec. VI a.C.), conservata al Pergamon Museum di Berlino, ci appaiono nella loro fissità, isolate e di profilo su uno sfondo uniforme, privo di profondità. In estremo oriente la prospettiva, almeno a livello di studi teorici, sembra far capolino solamente in un trattato cinese per la determinazione delle ombre del IV secolo a.C., ma risalente secondo alcuni storici addirittura al 1100 a.C.

Ma è solo con i grandi matematici greci che inizia uno studio rigoroso delle regole di rappresentazione geometrica dello spazio. Spicca tra tutti il nome di Euclide, vissuto ad Alessandria (allora una colonia greca) a cavallo tra quarto e terzo secolo a.C., noto per la sua imponente opera Elementi grazie alla quale è passato alla storia della matematica.  Nell’Ottica, suo meno noto trattato, Euclide pone invece le fondamenta della geometria descrittiva, chiamata poi, a partire dal diciannovesimo secolo, “geometria proiettiva”.

Proseguendo nella nostra carrellata storica, la civiltà romana sembra da un lato orientata alla sperimentazione pittorica, dall’altro lato alla teorizzazione. Sul versante pratico, attraverso dipinti e mosaici (ad esempio nel mosaico pompeiano di Alessandro alla battaglia di Isso), si assiste alla rappresentazione della tridimensionalità, pur essendo chiaro che non era ancora maturata una consapevolezza precisa delle regole della convergenza verso un unico punto. Dall’altro lato, quello più teorico, attraverso gli scritti di Vitruvio (architetto e scrittore del primo secolo a.C.) si approfondiscono i problemi legati alla scenografia e alla rappresentazione degli edifici.

Il più antico disegno pubblicato noto di una camera oscura si trova nel trattato "De Radio Astronomica et Geometrica" (1545) del medico, matematico e costruttore di strumenti olandese Gemma Frisius (nato Jemme Reinerszoon), in cui l'autore descrive ed illustra come ha usato la camera oscura per studiare l'eclissi solare del 24 gennaio 1544.

Prima di arrivare al Rinascimento italiano, nel XIV secolo, durante il quale architetti/pittori/matematici, da Filippo Brunelleschi a Leon Battista Alberti e da Piero della Francesca fino a Leonardo da Vinci, applicando rigorosi metodi matematici hanno definito in maniera fino ad allora sconosciuta le regole della prospettiva, è necessario menzionare altri studiosi medievali che li hanno preceduti. Tra questi vale la pena ricordare in particolar modo lo scienziato/filosofo arabo Al-Kindi (IX secolo) e soprattutto  il matematico, fisico, medico e filosofo Alhazen (XI secolo), nato a Bassora ma trasferitosi presto al Cairo. A quest’ultimo, autore del trattato in sette volumi sull’Ottica Kitab al-Manazir, tradotto in latino da Gherardo da Cremona nella seconda metà del XII secolo, sono attribuite le prime osservazioni relative al passaggio dei raggi di luce attraverso un foro e al loro viaggiare in linea retta senza mai confondersi, generando su una superficie, posta al di là del piano contenente il foro, immagini rovesciate direttamente corrispondenti alle forme degli oggetti dai quali la luce proviene.

Bellissime scientifiche finzioni

Si tratta esattamente della descrizione del principio della camera obscura (o camera oscura, detta anche camera ottica) strumento che finalmente ci porta a parlare del lavoro di Bellotto e Canaletto, noti soprattutto per le vedute di Venezia, ma attivi anche in altre città d’Italia e d’Europa visitate durante viaggi di lavoro o in alcuni casi diventate luogo di residenza (Roma, Firenze, Verona, la Lombardia, Londra, Dresda, Vienna, Monaco di Baviera, Varsavia). All’ingresso della mostra delle Gallerie d’Italia di Milano (visitabile fino al 5 marzo), il primo oggetto che ci accoglie, racchiuso entro una teca trasparente, è proprio una camera oscura portatile in legno appartenuta forse (ma secondo alcuni studiosi probabilmente no) a Canaletto. Il primo quadro della mostra, una tela di Canaletto, è il Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738), di cui sono arrivati a noi anche gli schizzi preparatori (visibili in mostra su un monitor), fatti certamente con l’ausilio di una camera obscura.

Schizzi preparatori per la tela Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738) di Canaletto.

Quello che colpisce a prima vista nel quadro è una precisione e un apparente realismo “di qualità fotografica”, ma un confronto diretto con quell’angolo di Venezia, tutt’oggi conservato quasi esattamente come all’epoca del dipinto, permette di scoprire che l’artista ha, sì, operato partendo da una ricognizione fatta per mezzo della camera ottica, ma ha anche arbitrariamente spostato il suo punto di osservazione tra uno schizzo e l’altro, tra una seduta di disegno e l’altra. Così facendo, ma ricomponendo con maestria più “riprese” fatte da punti di osservazione distinti, come dimostrato nel 1959 dallo storico dell’arte e massimo studioso della prospettiva Decio Gioseffi, Canaletto crea l’illusione di un punto di vista unico, più lontano, ma oggettivamente impossibile da realizzare nella pratica per la presenza di edifici al di qua del canale, il Rio dei Mendicanti, che si trova in primo piano nel quadro. Nelle parole della curatrice della mostra, Bożena Anna Kowalczyk: “un’immagine altamente sofisticata, irreale nelle proporzioni dei monumenti e nelle distanze, ma di grande bellezza.”

E qui torniamo alla domanda con cui abbiamo aperto l’articolo: per rappresentare la realtà del mondo preferiamo un pittore o un topografo, un artista o un geometra? La risposta, visti i risultati e soprattutto considerati i procedimenti e le strumentazioni utilizzate, sembra essere meno netta del previsto. Svelato il mistero dell’utilizzo “creativo” di uno strumento di conoscenza oggettiva come la camera ottica opteremmo per un tipo particolare di artista, come appunto Bellotto e Canaletto, che abbia fatta sua un’impostazione come quella qui ben descritta:

“Quelli che s’innamorano della pratica senza la scienza, sono come i nocchieri che entrano in naviglio senza timone o bussola, che mai hanno certezza dove si vadano. Sempre la pratica dev’essere edificata sopra la buona teorica, della quale la prospettiva è guida e porta, e senza questa nulla si fa bene” . Leonardo da Vinci – Trattato della Pittura, parte seconda - 77. Dell'errore di quelli che usano la pratica senza la scienza.

 

Cover: Antonio Canal, detto il Canaletto, Campo santi Giovanni e Paolo, 1738 ca, olio su tela, 46,4x78,1 cm, Londra, Royal Collection. Prestato da Sua Maestà Elisabetta II e visibile nella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, dal 25 novembre 2016  al 5 marzo 2017 alle Gallerie d’Italia, Piazza della Scala, Milano.