Per un rilancio della carta del rischio

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Nella Costituzione italiana (art. 117), proprio come avviene concretamente nel territorio, la "tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali" costituisce una macro-tematica unitaria, anche se nei governi le responsabilità normative e le gestioni vengono tenute nettamente distinte.

La nozione complessa di ambiente, anche etimologicamente, evoca proprio la realtà nella quale tutti siamo immersi, pur con le singolarità irripetibili di ogni persona; e in Italia, più che altrove, l'ambiente appare con evidenza connotato dal paesaggio agrario, dalla disseminazione di centri abitati e città di antica formazione, da concentrazioni di opere d'arte e cimeli storici nelle chiese, nei musei, in archivi e biblioteche, in dimore private antiche e moderne. Un insieme che è anche tecnicamente inscindibile nel suo essere sintesi meravigliosa della creatività delle comunità italiane e della capacità di tante persone, singole o associate, di rischiare innovazione in ogni generazione, di investire in cultura. Così inscindibile, che quasi quaranta anni or sono Giovanni Urbani (allora direttore dell'Istituto Centrale del Restauro) si impegnò magistralmente, con un gruppo di colleghi e di esperti, a dimostrare come proprio dal contesto ambientale provengono i fattori di rischio più minacciosi per la conservazione ed il godimento del patrimonio culturale, nella consegna che ogni generazione ne fa alle successive. Venne allora riconosciuto che il patrimonio artistico, storico, paesaggistico compone una "risorsa non rinnovabile", perché, almeno nella cultura italiana, esso è andato definendosi come entità complessa, dai molteplici valori e sensi, non riducibile dunque soltanto ad una superficie preziosa, ad un'immagine "bella" che le moderne tecnologie ci consentano persino di clonare o, addirittura, pretendere di migliorare, rispetto all'effigie, offesa dalle cosiddette ingiurie del tempo, che ci è pervenuta dal passato, dalla storia.

E dell'eredità ricevuta merita prendersi cura in modo condiviso, proprio perché il patrimonio culturale, a partire da quello pubblico, chiamato ad essere goduto da ciascuno, ha un'appartenenza che trascende persino la proprietà.

Se dunque l'autorità di tutela resta pubblica (in Italia è statale o regionale), il continuo lavorio di riconoscimento del bene comune che ci riguarda, tutti e ciascuno, nell'amministrazione del patrimonio culturale e del territorio non può non essere responsabilità da condividere tendenzialmente con tutte le persone e le comunità che compongono il nostro popolo. Ce lo ricorda, con la vita professionale e gli scritti, Hugues de Varine (1935), l'ideatore degli ecomusei: pensiamo al sui libro "Le radici del futuro. Il patrimonio culturale al servizio dello sviluppo locale", pubblicato in Italia nel 2005; ma ce lo ricorda anche l'esperienza del nostro ambiente di vita quotidiana, se appena siamo attenti alle interdipendenze fra tutte le componenti della realtà in cui siamo immersi.

L'idea che la tutela dell'ambiente sia una leva fondamentale dello sviluppo, davvero essenziale nel presente momento economico, è stata riproposta più volte nel 2012 in particolare dal Ministro Corrado Clini: dal monitoraggio sistematico dei fattori di pericolosità territoriale ad una manutenzione davvero continuativa e pervasiva, anche in un'orizzonte di "vicinato", ad azioni integrate di prevenzione, Clini appare persuaso che questa sia la prospettiva di base per rilanciare in Italia lavoro e sviluppo. Né va ignorato che un approccio simile sia stato espresso anche dal Governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, che, in un'intervista al Direttore del Corriere della Sera del 7 luglio scorso ha così enunciato la sua ricetta per la crescita: "Un ampio progetto di manutenzione immobiliare dell’Italia, di cura del territorio, una terapia contro il dissesto idrogeologico. I soldi, mi creda, si trovano. Si diano gli incentivi giusti, soprattutto a chi ha cura della messa in sicurezza dell’ambiente e della sua estetica".

Cura del patrimonio culturale e della bellezza dell'ambiente sembrano dunque meritare un sintonico approccio di governo tra chi ha la responsabilità dell’ambiente e chi ha quella del patrimonio culturale, così da essere non solo metodo per la salvezza del bel paese, del suo aspetto esteriore, ma anche cura profonda del disagio sociale, morale ed economico: siamo troppo legati al destino del nostro territorio per pensare di separarcene. Clini ha ricordato che la manutenzione del territorio e i processi partecipati di cura dell'ambiente, ad esempio la raccolta differenziata dei rifiuti, sono un antitodo potente contro l'infiltrazione della malavita organizzata, che preferisce la gestione delle discariche tradizionali per rifiuti maleodoranti e infetti. C'è allora da chiedersi perché non sia stato dato sviluppo alla "Carta del rischio del patrimonio culturale", varata nel 1997 dal Ministero per i Beni e le Attività culturali - seguendo l’impostazione di Giovanni Urbani - e poi lasciata alla deriva, senza fondi, mentre avrebbe potuto divenire, con gli opportuni adattamenti ed aggiornamenti, proprio la base per l'integrazione delle politiche di conoscenza, monitoraggio, manutenzione e pianificazione urbanistica del territorio italiano. Il suo rilancio oggi potrebbe essere una priorità nella collaborazione fra Stato, Regioni, imprese, Università e centri di ricerca, associazioni di volontariato, supportando sia la gestione locale del territorio sia la programmazione strategica nazionale per il risanamento ambientale, sulla base di un approccio conoscitivo condiviso, nel quale lo stato di rischio dei monumenti sia riconosciuto come un significativo "elemento tracciante" di tutto lo stato del costruito storico italiano, anche quello di interesse non culturale; e, di pari passo, dovrebbe svilupparsi una radicale semplificazione procedurale nella tutela dei beni culturali, paesaggistici ed ambientali che renda davvero possibili il rigore ed il controllo, sulla base di regolamenti tecnici chiari (oggi è in vigore ancora il regolamento del 1913!), ben diversi da quelle norme farraginose che di fatto agevolano pratiche elusive ed abusive e che, alla fine, consentono la gestione di troppe autorizzazioni in base alla pura discrezionalità.

Per intraprendere tutto questo, ci assicura la Banca d'Italia, i soldi si possono trovare. Le competenze tecnico-scientifiche invece già ci sono, in particolare nell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, che ha tenuto in vita il sistema informativo nazionale della Carta del Rischio, nella speranza che possa venirne finalmente rilanciata l’implementazione. Sentiti gli esperti, basterebbe un finanziamento di appena un paio di milioni di euro ripartiti in due o tre annualità finanziarie.

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Il delirio di onnipotenza di un medico di campagna

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Il film di Thomas Lilti Il medico di campagna, da tempo nelle sale cinematografiche, racconta di un dottore della provincia francese che esercita, indefesso, il suo mestiere oscuro ed eroico, perfino quando gli viene diagnosticato un tumore al cervello, elargendo consigli di salute e di vita, conforto e speranza e avendo in odio il lavoro di gruppo, i computer e gli ospedali stessi. Infatti, vede come un’ingerenza la collaborazione che gli offre una collega, scrive a mano appunti sui malati che poi cela gelosamente dove lui solo sa ritrovarli e preferisce mantenere i suoi assistiti lontano dalle corsie.

Poiché ogni film è un’opera d’arte, il suo autore ha il diritto di disegnare il protagonista come meglio crede e anche di circondarlo di un’aureola di santità; non è, però, un bene, per il pubblico coltivare la convinzione che gran parte dei guai della sanità italiana sarebbero ridimensionati, se tutti i medici di famiglia assomigliassero al dottor Jean-Pierre Werner.

E’ vero: la maggior parte degli spettatori (così come dei critici cinematografici) è composta da pazienti potenziali o effettivi che possono desiderare di ricevere le cure di un medico/genitore al punto di perdonargli il paternalismo e l’autoreferenzialità che fanno da contorno.

Chi, però, ha alle spalle più di 35 anni di medicina di famiglia, guarda alla figura del collega cinematografico con maggiore senso critico: sono tanti i colleghi coetanei che, come il dottor Jean-Pierre, hanno praticato, nei primi anni del loro ingresso nel Servizio sanitario, una medicina senza orari, senza tregua, senza prezzo, che, però, era, al contempo, una medicina senza confronto tra pari, senza una registrazione dei dati cui altri (sostituti, successori, medici ospedalieri) potessero accedere e, in definitiva, senza concessione al paziente del primato sulla sua salute.

L’esercizio eroico della medicina ha sempre un fascino irresistibile: lo testimoniano il moltiplicarsi delle serie televisive a partire da quella sulla famosa Emergency Room del County Hospital di Chicago, dove tutti i momenti si facevano respirare gli asfissiati con la tracheotomia, ripartire cuori in arresto (“libera!”) e nascere bambini in presentazione podalica. Due veri medici di Pronto Soccorso, A Ross e H Gibbs, consulenti di Michael Crichton per la sceneggiatura di ER, hanno poi scritto in un libro che l’altruismo dei personaggi era realistico, ma che “se i dottori si comportassero così nel mondo reale, emergerebbero gravi responsabilità e seri grattacapi che farebbero venire gli incubi agli amministratori”.

L’altruista medico di campagna francese che sfida gli elementi della natura, i dissesti stradali e la propria caducità per lenire le altrui sofferenze, ha un modello di riferimento nel libro “Appunti di un giovane medico” di Michail Bulgakov. Si tratta di una raccolta di otto avvincenti racconti autobiografici che narrano il cimento con la malattia e con la morte di un neolaureato del 1916 mandato a coprire un posto vacante in un remoto governatorato russo, dove riscuoterà la riconoscenza dei suoi molti beneficati

Nel film, il figlio del medico di campagna, dice: “Mio padre, da queste parti, è come un dio che regge le sorti della comunità; quando non ci sarà più, anche la comunità finirà”. Ma i medici di famiglia proiettati nel futuro, che non intendono affatto abdicare alla cura della persona anche nei suoi aspetti psicologici e sociali, sanno, invece, che l’interesse del paziente sta nell’essere trattato non solo con il maggior calore umano, ma con la miglior certezza scientifica e con le più avanzate tecnologie disponibili.

Nessun medico di buona volontà, solo in mezzo a un campo, è in grado di salvare un uomo con l’arteria femorale tranciata, come fa credere il film: per fare il miracolo occorre un efficiente 118 e un chirurgo vascolare con annessa sala operatoria.

E quando un medico lascia la professione, per pensionamento o peggio, nessuna comunità dovrà estinguersi o patirne, se egli avrà lasciato, a chi lo rimpiazza, cartelle cliniche dettagliate ed esplicative e pazienti che confidano non nella sua persona, ma in una medicina responsabile e in una sanità realmente democratica.