I risparmi dell'open access

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La comunità scientifica produce e offre gli articoli originali. La comunità scientifica ne assicura la peer review, l’analisi critica e anonima a opera di esperti, colleghi degli autori. La comunità scientifica, infine, acquista le riviste. È una vera assurdità – sostiene l’americano Michael Eisen – che la comunità scientifica faccia tutto e poi siano solo altri a guadagnarci. Gli altri sono gli editori delle 25.000 riviste scientifiche riconosciute nel sistema metrico internazionale. In tre – Elsevier, Springer e Wiley – controllano il 40% degli articoli scientifici pubblicati al mondo.
Lui, Michael Eisen, è un biologo molecolare della University of California e, soprattutto, un profeta dell’open access: ovvero dell’idea che tutti, ricercatori e non, debbano avere libero accesso ai risultati della ricerca scientifica. Dell’idea, ma anche della pratica: nell’anno 2000 Eisen è stato tra i fondatori della Public Library of Science (PLoS): una casa editrice americana no-profit che pubblica in rete sette diverse riviste scientifiche con peer review e rigorosamente open access.
Nelle scorse settimane il tema dell’open access è tornato all’attenzione del grande pubblico perché il presidente Barack H. Obama ha stabilito che, negli Stati Uniti, le agenzie pubbliche con un budget superiore a 100 milioni di dollari possono finanziare solo le ricerche di scienziati che si impegnano a pubblicare open access i risultati ottenuti. L’accessibilità totale e gratuita deve essere garantita non più tardi di 12 mesi dopo la prima pubblicazione. Sebbene attualmente gli articoli scientifici open access rappresentino solo l’11% di quelli pubblicati nel mondo, molti analisti sostengono che questa politica di completa apertura modificherà dalle fondamenta un sistema che si è consolidato in più di tre secoli di attività. Anzi, di onorata attività: l’Elsevier – tanto per citare un nome – è la casa editrice che, quasi quattrocento anni fa, incurante dei possibili strali dell’autorità cattolica, nel 1638 pubblicò a Leida in Olanda i "Discorsi e Dimostrazioni Matematiche Intorno a Due Nuove Scienze di Galileo Galilei, prigioniero ad Arcetri". 

Insomma, la scossa è forte e le implicazioni, per il sistema di comunicazione della scienza, notevoli. È per tutto questo che giovedì 28 marzo la rivista inglese Nature ha dedicato uno speciale, con molti interventi che hanno analizzato molte sfaccettature della comunicazione open access. Lo speciale è intitolato A New Page, una nuova pagina. L’allusione alla rivoluzione prossima ventura nella comunicazione della scienza non poteva essere più esplicita. Le motivazioni che spingono Michael Eisen e tanti altri a impegnarsi per una comunicazione totale e gratuita dei risultati scientifici sono molte e di diversa natura. Etiche: la ricerca pubblica è realizzata con i soldi dei contribuenti e i suoi risultati devono essere a disposizione di tutti. Sociologiche: la scienza nasce, per dirla con lo storico delle idee Paolo Rossi, abbattendo il “paradigma della segretezza” e accettando di comunicare tutto a tutti. Epistemologiche: se tutti possono accedere a tutto, in un mondo in cui i ricercatori superano i 7 milioni di unità, il progresso della scienza può diventare più veloce ed esteso.

Ma c’è anche una dimensione meramente economica del problema. Con l’open access la comunità scientifica e i contribuenti possono risparmiare ingenti risorse, come ha spiegato in un lungo reportage il redattore di Nature, Richard Van Noorden. Risorse che possono essere impegnate altrove. Intanto le risorse sono davvero enormi. Secondo la Outsell, una società di analisi di Burlingame, California, sostiene che l’industria dell’editoria scientifica ha fatturato nel 2011 almeno 9,4 miliardi di dollari, pubblicando circa 1,8 milioni di articoli in lingua inglese. In pratica, ogni articolo pubblicato ha prodotto 5.000 dollari. La Wiley sostiene che il guadagno che le viene dalla pubblicazione delle riviste, prima delle tasse, è del 40%. L’Elsevier vanta un 37% di guadagno prima delle tasse. In media, sostengono gli analisti della Outsell, un editore che fa capo a un associazione pubblica (per esempio Science, pubblicato dalla Associazione americana per l’avanzamento delle Scienze) ottiene utili pari al 20% del fatturato, un editore accademico (per esempio la Chicago University Press) arriva al 25%, mentre un editore commerciale ottiene in media utili (per esempio la stessa Nature) pari al 35% del fatturato. Se ne ricava che il costo reale per pubblicare un articolo scientifico su una rivista cartacea è compreso tra i 3.500 e 4.000 dollari. E, infatti, Diane Sullenberger, direttore esecutivo dei Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), di Washington, sostiene che se la sua rivista dovesse diventare open access dovrebbe trovare il modo di coprire 3.700 dollari per articolo. Invece i dirigenti di Nature sostengono che il costo sulla loro rivista ammonta a 30.000 o 40.000 dollari per articolo. La differenza è dovuta al fatto che i PNAS sono di una società pubblica e Nature appartiene a un editore privato. I costi di dipendenti e collaboratori. Inoltre Nature pubblica solo l’8% degli articoli che riceve. Ma comunque deve valutare (con costi non banali) il restante 92%. Nelle riviste su abbonamento, l’autore non paga niente, A tirar fuori i quattrini è il lettore (che paga l’abbonamento). Nel sistema open access la condizione è capovolta. È l’autore a pagare, mentre il lettore legge gratis. Dunque se PNAS diventasse open access, a ogni autore (o gruppo di autore) verrebbero chiesti almeno 3.700 dollari. Una cifra alta, ma non enorme. Tanto più che a pagare sono le istituzioni scientifiche, le medesime che accendono gli abbonamenti. Il sistema consentirebbe un risparmio di almeno il 30% dei costi. Diversa è la situazione per riviste tipo Nature. Il costo per articolo sarebbe esorbitante. E pochi gruppi di ricerca potrebbero permetterselo. Anche se la pubblicazione su Nature assicura agli autori un ritorno (sottoforma di H index, indice di valore) altissimo. Ma i giornali open access attualmente in attività rendono più facile la vita agli autori. È vero che pubblicare su una rivista di alta qualità, come Cell Reports, può costare all’autore fino a 5.000 dollari. Ma lo stesso articolo può essere pubblicato su PLoS ONE o BioMed Central a soli 1.350 (o, al più, 2.250) dollari.

Diciamolo pure, sono prezzi esosi. La rivista PeerJ offre ai suoi autori di pubblicare un numero illimitato di articoli pagando solo 299 dollari. Ok, questo è il prezzo giusto. Per il semplice fatto che le riviste open access sono, in genere, solo su web e possono abbattere il prezzo della carta e della distribuzione. Molte case editrici open access, dunque, guadagnano. Gli utili della Hindawi, che ha in catalogo 523 riviste con peer review, tutte open access, ottiene utili peri al 50% del fatturato.
L’insieme di questa costellazione di numeri ci porta a cinque considerazioni, del tutto provvisorie:

  1. Il sistema open access è molto (fino a dieci volte) più economico del sistema attuale che prevede l’accesso a pagamento. 
  2. La convenienza è tale che, probabilmente, anche gli editori privati dovranno spostarsi sull’open access se vorranno sopravvivere. Anche a prescindere dalla decisione dei governi.
  3. È giusto che riviste open access facciano pagare per la pubblicazione una somma che è fino a dieci volte superiore ai costi? 
  4. Il sistema open access privilegia la rete. 
  5. È probabile che in futuro non avremo più riviste scientifiche cartacee.

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ritratto di Paola Galimberti

Va aggiunta una sesta considerazione In un futuro piuttosto vicino le quattro funzioni tradizionalmente attribuite agli editori (registrazione, certificazione, disseminazione e archiviazione) si distribuiranno su soggetti diversi modificando completamente il mercato delle pubblicazioni scientifiche. Il processo, in alcuni casi tipo PloS One, è gia in atto.

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Grazie, Obama!

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E’ giunta al termine una Presidenza, quella di Barack Obama, che lascerà il segno negli USA. Un segno importante nella ricerca scientifica e nell’innovazione tecnologica, in un Paese che negli ultimi 80 anni è stato all’avanguardia nella scienza e nella tecnologia.

Durante i suoi due mandati alla Casa Bianca, Obama ha fortemente enfatizzato la visione della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica come uno dei pilastri della leadership degli USA nel mondo. E ha effettuato, a sostegno, gesti significativi - come ricevere alla Casa Bianca Emily Whitehead, bimba di 6 anni guarita dalla leucemia grazie alle nuove terapie immunologiche - e scelte finanziarie anche coraggiose. Ad esempio, investendo miliardi di dollari per favorire la ricerca, attraverso finanziamenti competitivi, nel momento di più profonda crisi finanziaria. Andando, quindi, controtendenza.

Emily Whitehead, la bambina di 6 anni, guarita dalla leucemia grazie alle nuove terapie immunologiche, ricevuta alla casa Bianca da Obama. Di fianco, la... giustifica per l'assenza da scuola

Questa mia percezione è stata confermata anche da alcuni amici, membri della National Academy, che hanno avuto modo di incontrare l’ormai ex Presidente USA personalmente.

Vale la pena ricordare le ultime due iniziative di Obama in questi ambiti. La prima è la Medicina di Precisione, che Obama ha non solo indicato come frontiera, ma anche concretamente sostenuto. Si tratta di una visione della medicina che incrocia le caratteristiche genetiche dell’individuo, lo stile di vita e l’ambiente in cui vive, e che utilizza i progressi della genomica per identificare strategie preventive e terapeutiche più efficaci e personalizzate. Una sfida che richiede l’integrazione di competenze diverse - medici, medici-ricercatori, ricercatori preclinici, tecnologie avanzate - al servizio del paziente. La “Precision Medicine Initiative” di Obama, annunciata nel 2015, ha visto un investimento di 215 milioni di dollari nel 2016: nel giro di poco tempo, dunque, si è passati da un annuncio di visione all’implementazione di azioni a sostegno.

La seconda iniziativa è l’operazione “Moonshot”, balzo sulla luna, per accelerare la ricerca sul cancro e trovare nuove cure per questa malattia che rappresenta, appunto, la luna da conquistare grazie all’avanzamento delle conoscenze, significativo negli ultimi 30 anni, ad esempio nel settore dell’immunologia e immunoterapia. Al lancio del Cancer Moonshot, sono seguiti una serie di finanziamenti e di azioni concrete, guidate dal vicepresidente Joe Biden, mirate non solo a rendere disponibili per i pazienti nuove terapie, ma anche a migliorare la capacità di prevenire il cancro e diagnosticarlo in fase precoce. E’ stata inoltre creata una task force di esperti, composta da alcuni dei migliori cervelli degli USA, che ha indicato le nuove sfide del settore ed una serie di azioni da intraprendere per raggiungere l’obiettivo Cancer Moonshot.

L’eredità che lascia Obama, dunque, dal punto di vista della ricerca scientifica per la salute è un’eredità di visione e di scelte - coerenti per contenuto e tempistica - mirate a realizzarla concretamente. Ci auguriamo che le prossime amministrazioni negli USA continuino sulla stessa linea. Per il bene di tutti.

Questa riflessione sulle scelte della presidenza Obama non può non farci interrogare su quanto accade nel nostro Paese. L’orizzonte tracciato negli USA è quello in cui dobbiamo muoverci anche noi. Per ora, siamo purtroppo sostanzialmente fermi al palo, ma non è troppo tardi: abbiamo un patrimonio di risorse intellettuali e di passione, nei nostri giovani, che ci consentirebbe al di fare un “moonshot” sul cancro e, più in generale, sulla ricerca scientifica. Dobbiamo quindi raccogliere la sfida che Obama ha lanciato: visione, scelte e sostegno economico alla ricerca. Per il futuro del nostro Paese.

Pubblicato su La stampa il 15/1/2017.