Le basi per una società democratica della conoscenza

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In un saggio che abbiamo pubblicato, postumo, sul primo numero di Scienza&Società, nell’ottobre 2007, il filosofo Umberto Cerroni (1926-2007) notava come il secolo scorso, il XX dell’era cristiana, fosse stato caratterizzato da due processi decisivi: l’enorme espansione della scienza e l’enorme espansione della democrazia.
Umberto Cerroni parlava, in entrambi i casi, di progresso. E trovava che i due grandi processi di progresso non fossero indipendenti l’uno dall’altro. Insieme da circa mezzo secolo stanno determinando la transizione verso l’“economia della conoscenza” – la terza grande transizione nella storia economica di Homo sapiens, dopo la rivoluzione dell’agricoltura (circa diecimila anni fa) e la rivoluzione industriale (meno di tre secoli fa) – che ha ridisegnato i rapporti tra ricerca scientifica e società.
Nella “società della conoscenza”, l’intima interpenetrazione dei due processi indicati da Umberto Cerroni richiede una riflessione continua.
La riflessione riguarda sia la natura del nuovo rapporto tra scienza e democrazia – l’affinità elettiva e i conflitti tra ricerca e governo della polis nella società della conoscenza – sia l’emergere di nuovi diritti di cittadinanza in un contesto profondamente cambiato. Nel Seicento la scienza moderna nasce e si sviluppa essenzialmente in Europa. Oggi la ricerca scientifica ha una dimensione planetaria.

Dimensioni inseparabili

La società della conoscenza è caratterizzata dall’espansione della scienza e dall’espansione della democrazia, in un processo in cui le due dimensioni non sono più separate. In realtà mai la scienza e la democrazia moderne sono state indipendenti l’una dall’altra. Anzi, dal Seicento in poi attingono a valori comuni.
Nel suo saggio, tuttavia, Umberto Cerroni rilevava anche come, malgrado gli indubbi successi sia della scienza che della democrazia, alla fine del XX secolo fossero presenti nella nostra società due orientamenti critici con in comune l’idea della sostanziale insufficienza sia della scienza sia della democrazia. E del conseguente bisogno di una tutela per entrambe. Nulla di più sbagliato, concludeva Cerroni.
Né l’una né l’altra hanno bisogno di tutele dall’esterno o dall’alto. C’è invece bisogno di una più profonda comunicazione e integrazione fra ricerca scientifica e cultura democratica sia nel senso che la scienza “deve recepire le domande di benessere, dignità e felicità che salgono dalle grandi masse del ‘nuovi arrivati’, sia nel senso che quelle domande devono organizzarsi nel quadro della moderna civiltà democratica e nel fondamentale rispetto della scienza”.
In particolare, la libertà della scienza va garantita nell’ambito di un unico limite: quello delle garanzie positive costituite dai diritti e dai doveri sanciti dall’ordinamento democratico e dalle convenzioni internazionali. Cerroni concludeva il suo saggio sostenendo: “Tanto la scienza ha oggi bisogno della democrazia quanto la democrazia ha bisogno della scienza”.
Le affinità elettive tra le due protagoniste della nostra storia contemporanea sono indubbie. La scienza, anche in termini epistemologici, ha valori intrinsecamente democratici. Fin dalla rivoluzione del Seicento, i membri della comunità scientifica raggiungono un consenso razionale di opinione intorno ai fatti osservati nel mondo sulla base di un insieme di valori che Robert Merton ha riassunto nell’acronimo CUDOS (Comunitarismo, Universalismo, Disinteresse, Originalità e Scetticismo sistematico) e che noi potremmo tentare di sintetizzare in una frase: la conoscenza appartiene a tutti e la sua costruzione deve essere trasparente.
La “repubblica della scienza”, diceva Paolo Rossi, nasce nel Seicento abbattendo il “paradigma della segretezza”. Quindi con un intrinseco carattere democratico. Tutto deve essere comunicato a tutti. Tutti possono analizzare criticamente tutto. Ne deriva che ogni e qualunque proposizione assume validità solo se, appunto, è “agganciata ai fatti” e che nella scienza non esiste l’ipse dixit. Nessuno può parlare ex cathedra.
Proprio per questo nel dibattito scientifico le opinioni, le ipotesi, le teorie non sono tutte uguali ma distribuite lungo un gradiente gerarchico definito dalla capacità di “salvare i fenomeni”, ovvero di spiegare nella maniera più economica possibile i fatti osservati. Il criterio di validazione scientifica è così stretto che molte delle opinioni, delle ipotesi, delle idee che circolano fuori dalle mura della “repubblica della scienza” non possono essere neppure prese in considerazione.
La relatività generale non è stata accettata dalla comunità scientifica con un voto a maggioranza. E nessuno, con un voto di maggioranza, può reintrodurre in Chimica la teoria del flogisto.
Questo potrebbe apparire come uno dei fronti lungo il quale nasce un conflitto strutturale tra la scienza e la democrazia. Condizione necessaria, anche se non sufficiente, affinché una polis possa definirsi democratica è, infatti, quella per cui le decisioni vengono prese a maggioranza sulla base del principio “una testa un voto”.
Nel governo democratico della polis il criterio di selezione delle idee, delle opinioni, della difesa degli interessi legittimi avviene (anche, ma non solo) attraverso voti di maggioranza (temperati da costituzioni che difendono i diritti delle minoranze).
In realtà il conflitto strutturale tra scienza e democrazia è solo apparente, nasce solo quando la democrazia tradisce se stessa. Non solo perché è ormai un dato costitutivo di una società democratica l’autonomia della scienza – nessun parlamento democratico si sognerebbe di abrogare a maggioranza la teoria della relatività o di reintegrare la teoria del flogisto – ma anche perché nella democrazia politica ideale, proprio come nella repubblica della scienza ideale, le decisioni vengono prese non sulla base di un brutale braccio di ferro tra maggioranza e minoranza predefinite, ma sulla base di un consenso razionale di opinione profondamente agganciato ai fatti.
In definitiva, il governo della polis, proprio come la repubblica della scienza ideale, dovrebbe essere governata sulla base dei valori mertoniani. Naturalmente non viviamo in un mondo ideale. Cosicché nella nostra società ci sono almeno due tendenze che generano conflitto tra scienza e democrazia.
La prima è la tendenza di molte istituzioni democratiche a esprimersi, magari con un voto a maggioranza, sulla teoria della relatività piuttosto che sulla teoria del flogisto. Non è forse accaduto che alcune istituzioni di Paesi democratici hanno, con piglio autoritario, ridotto d’ufficio lo statuto di scientificità della teoria darwiniana (proprio come avevano fatto Stalin e Lysenko) oppure stabilito quale ricerca su quali cellule embrionali umane poteva essere effettuata o ancora elevato lo statuto scientifico di pratiche come la medicina omeopatica?
La seconda tendenza è quella che dà una cattiva interpretazione della cosiddetta “scienza partecipata”. Ovvero la convinzione e, talvolta, la pratica di una falsa democrazia scientifica, secondo cui coloro che hanno una posta in gioco debbono compartecipare a scelte di merito in un settore scientifico anche se non hanno le competenze per farlo. Ne sono esempio alcune pratiche di genetica agraria partecipata che prevede la compartecipazione sì dei contadini alla ricerca, ma su basi scientifiche fortemente controverse.
Un altro esempio recente, forse meno calzante ma piuttosto eclatante, è quello che ha visto tanti magistrati italiani entrare nel merito della scienza medica e ordinare la somministrazione di una terapia – quella del cosiddetto “metodo Stamina” – nonostante il parere contrario della comunità scientifica internazionale e delle stesse autorità sanitarie italiane.
Entrambe le tendenze costituiscono degenerazioni, che distorcono i giusti rapporti – anzi, le affinità elettive – tra scienza e democrazia.
Vale la pena sottolineare che valori fondanti di una società democratica della conoscenza sono la riaffermata libertà di ricerca e il diritto di accesso alla conoscenza. Ogni scorciatoia – sia di tipo autoritario, sia di tipo populista e demagogico – è pericolosa.

Occorrono, tuttavia, almeno due ulteriori specificazioni.
1. La scienza ha bisogno della democrazia. Nel senso che deve continuamente riproporre i suoi valori fondanti, secondo cui la conoscenza è di tutti e va costruita in maniera trasparente. In un’epoca – peraltro inedita – in cui i due terzi dei fondi alla ricerca e sviluppo nel mondo vengono da imprese private con obiettivi locali e non generali e un terzo viene da governi che agiscono seguendo i ritmi serrati delle elezioni, questi due principi vanno riaffermati con forza e determinazione. Altrimenti la scienza rischia di essere ridotta da grande e libera impresa di conoscenza a una prassi per risolvere problemi, di mercato o elettorali.

2. La democrazia ha bisogno della scienza. Del suo rigore: perché le scelte sociali, economiche e politiche hanno molto da guadagnare se sono sorrette da un forte aggancio ai fatti. Della sua tolleranza: perché la scienza offre un esempio di cultura con una propensione universalistica alimentata dal metodo del reciproco rispetto. Questi bisogni si manifestano con maggiore urgenza quando la democrazia è chiamata a governare la tecnologia (che è cosa diversa dalla scienza, anche se della scienza è figlia).

Non è possibile tornare alla “torre d’avorio”. Nella società della conoscenza le scelte strategiche per lo sviluppo della scienza non sono più assunte in un regime di sostanziale indipendenza della comunità scientifica. La scienza è diventata il motore dinamico della società e dell’economia. Il mondo investe il 2% della ricchezza che produce in ricerca scientifica e sviluppo tecnologico.
Questo fa sì che oggi vivano sul pianeta più scienziati della somma degli scienziati che sono vissuti in epoche precedenti. E che questi scienziati abbiano a disposizione più risorse della somma di tutte le risorse avute dai loro colleghi in epoche precedenti. Se questo è vero, gli Stati (e a maggior ragione) le imprese non possono comportarsi – e, in ogni caso, non si comportano – come mecenati, ma come committenti. Io ti do tante risorse, ma in cambio tu mi devi restituire qualcosa. Quel qualcosa è “il benessere, la dignità e un pizzico almeno di felicità” per le grandi masse dei “nuovi arrivati” di cui parlava Umberto Cerroni.

In altri termini, le scelte strategiche intorno alla scienza sono sempre più realizzate nell’ambito di un complesso equilibrio dinamico che si stabilisce in ciascun Paese in ciascun tempo all’interno di un quadrilatero che comprende le comunità scientifiche, certo, gli Stati, le imprese e l’intera società, in tutte le sue articolazioni.
Una società scientificamente matura non è quella che ricostruisce le mura dell’antica torre d’avorio, ma quella che stabilisce l’equilibrio dinamico delle decisioni strategiche sulla base di scelte agganciate ai fatti e riconoscendo alla comunità scientifica la libertà di ricerca a ogni altro livello di definizione, nell’ambito, per ritornare a Cerroni, “delle garanzie positive costituite dai diritti e dai doveri sanciti dall’ordinamento democratico e dalle convenzioni internazionali”.

La cittadinanza scientifica

Lo abbiamo più volte segnalato su Scienza&Società, lo ha rilevato di recente la Royal Society, una delle più antiche accademie scientifiche del mondo e da qualche anno lo ricorda con una certa sistematicità la National Science Foundation nei rapporti che – ogni gennaio degli anni pari – prepara per il Congresso e per il Presidente degli Stati Uniti d’America.
È cambiata la geografia della scienza. E, di conseguenza, la geografia della conoscenza. Per uomini e mezzi messi a disposizione della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica l’Asia supera, ormai, l’America del Nord e ha nettamente superato l’Europa. Mentre un’importante attività scientifica ha iniziato a manifestarsi in America Latina e anche in Africa.
La scienza ha dunque acquisito una dimensione universale attuale e non solo tendenziale. Non si tratta di un cambiamento come tanti, si tratta di un mutamento storico, forse persino epocale perché la conoscenza scientifica non è più uno tra i tanti elementi che alimentano la cultura e rimodellano la vita individuale e collettiva degli uomini. Ma è, da qualche tempo, il motore principale del sistema produttivo e della stessa dinamica sociale del pianeta, l’elemento che caratterizza la nostra epoca.
Questa nuova era che definiamo “della conoscenza” sta determinando una profonda ristrutturazione della società e dello stesso modo di vivere degli uomini. Ciò comporta anche una rivisitazione del processo democratico e del concetto stesso di democrazia, attraverso una nuova e più completa estensione dei “diritti di cittadinanza”.
La democrazia – ci dicono gli storici e i filosofi – non è infatti una condizione assoluta ma, appunto, un processo storicamente determinato. In tempi moderni il processo democratico è stato segnato, quasi a ogni secolo, dalla progressiva estensione dei diritti di cittadinanza.
Così, a costo di tagliare la storia con l’accetta, possiamo dire che il XVIII secolo è stato il secolo che ha avviato il processo di affermazione della democrazia in Occidente (Europa e America del Nord) così come la intendiamo oggi, grazie alle sue tre grandi rivoluzioni (due di natura politica, la francese e l’americana, e un’altra di natura sociale ed economica, la rivoluzione industriale iniziata in Inghilterra intorno al 1760). Ebbene, nel XVIII secolo la democrazia moderna inizia il suo lungo e tortuoso percorso cominciando a sottrarre al sovrano la titolarità di alcuni diritti per consegnarla a tutti i cittadini. L’estensione dei diritti – da uno, il sovrano, a tutti, che da popolo diventano cittadini – riguarda in questa fase i diritti di cittadinanza civile, a partire da i “diritti naturali”: vita, libertà di pensiero e di parola, uguaglianza di fronte alla legge e anche diritto di proprietà, proprio come aveva teorizzato nella seconda metà del Seicento John Locke, considerato il padre del liberalismo.
L’affermazione dei diritti di cittadinanza civile rende possibile la nascita degli Stati moderni e, in un intreccio certo non lineare eppure reale, consente lo sviluppo del sistema di produzione industriale.
La nascita e lo sviluppo della società industriale, con una crescente urbanizzazione, un’estensione del lavoro salariato e una maggiore articolazione della società con la nascita di nuove classi, fa emergere una consapevolezza crescente che non bastano i diritti civili per un pieno sviluppo della democrazia, neppure della democrazia formale. Nel XIX secolo si pone, anzi si impone, il problema della partecipazione – attiva e passiva – dei cittadini al governo della cosa pubblica.
Nasce l’esigenza di estendere i diritti di cittadinanza alla politica. Non basta, infatti, essere formalmente uguali di fronte alla legge, occorre essere uguali anche nel concorrere e “fare le leggi”, a eleggere e a farsi eleggere in parlamento, a organizzarsi in partiti e sindacati.
Non è un cammino né facile né, lo ripetiamo, lineare. E tuttavia è un cammino tendenziale. Il riconoscimento dei diritti politici – possibilità di votare in libere elezioni (elettorato attivo), possibilità di candidarsi a incarichi pubblici (elettorato passivo) – diventa un elemento coessenziale del concetto stesso di democrazia. La storia del XIX secolo e della prima parte del XX secolo è troppo ricca e complessa per poter essere ricostruita in poche pennellate. Tuttavia, è innegabile che alla fine di questo percorso – che potremmo, sempre continuando a tagliare la storia con l’accetta, far coincidere con la fine della seconda guerra mondiale – in tutto l’Occidente i diritti politici vengono riconosciuti a tutti i cittadini adulti, a prescindere dal censo e dal sesso.

La conoscenza ha assunto un nuovo ruolo. È diventata il motore dell’economia

Nella parte finale del XX secolo questa estensione dei diritti di cittadinanza politica diventa tendenzialmente universale. Tant’è che Umberto Cerroni, acuto filosofo della politica, può sostenere che il XX è stato il secolo della democrazia.
Ma proprio alla fine della seconda guerra mondiale diventa evidente – diventa egemone – l’idea che i diritti di cittadinanza civile e politica sono elementi necessari ma non sufficienti per una democrazia sostanziale. Occorre, per una democrazia vera, un’ulteriore estensione dei diritti di cittadinanza.
Occorre riconoscere come imprescindibili, per esempio, i diritti alla salute, all’istruzione, al lavoro. In altri termini occorre riconoscere i diritti di cittadinanza sociale. Ancora una volta questa estensione dei diritti sociali parte dall’Europa: il 5 luglio 1948 la Gran Bretagna è il primo Paese a dotarsi di un servizio sanitario nazionale e a riconoscere la salute come un diritto universale.
Ma il riconoscimento dei diritti di cittadinanza sociale diventa esso stesso universale: il 10 dicembre 1948, infatti, le Nazioni Unite approvano la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, citando esplicitamente sia i diritti civili e politici, sia i diritti sociali, economici e culturali. A due terzi di secolo dalla sua approvazione, quella Dichiarazione conserva intatta la sua validità, sebbene  alcuni oggi tendano a porle dei limiti. A sottoporre – nel senso letterale del termine – i diritti sociali (e culturali) ai vincoli di bilancio, quasi a dimostrare che ogni estensione dei diritti di cittadinanza non è mai data, ma va continuamente riconquistata. Proprio nel momento in cui alcuni diritti che sembravano acquisiti vengono messi in discussione, emerge l’esigenza di estendere ancora una volta i diritti di cittadinanza: dopo il riconoscimento dei diritti di cittadinanza civile, politica e sociale nasce una domanda di cittadinanza scientifica (e, più in generale, della conoscenza). In cosa consiste questa domanda?
In primo luogo occorre riconoscere, come abbiamo detto all’inizio, che siamo entrati in una nuova fase della storia sociale ed economica dell’uomo dove la conoscenza ha assunto un nuovo ruolo. È diventata il motore dell’economia.
Se nella società industriale il valore delle merci scambiate era la somma del costo delle materie prime e del costo del lavoro fisico necessario per trasformare, oggi il valore di una quantità crescente e sempre più egemone delle merci e dei servizi è dato dalla quantità di conoscenza incorporata.
Il costo del computer con cui chi scrive sta componendo questo articolo, per esempio, non è dato dai pochi spiccioli necessari per procurarsi la plastica, il silicio e le terre rare di cui è materialmente costituito e neppure dal costo del lavoro degli operai che hanno assemblato le varie componenti ma dalla quantità di conoscenza informatica che esso contiene. Ma non si tratta solo dei computer. Persino in una bottiglia di buon vecchio vino il valore aggiunto oggi non è dato dalla fatica dei contadini, quanto dalla conoscenza degli enologi.
Malgrado la crisi europea, e in particolare italiana, sembrino dirci il contrario, a livello planetario l’economia e la società della conoscenza stanno producendo una quantità di ricchezza che non ha precedenti nella storia dell’umanità. Tuttavia la mancanza di democrazia sostanziale nella società e nell’economia della conoscenza ha fatto sì che mai come in questo momento la disuguaglianza tra le nazioni e all’interno delle nazioni sia stata così grande. Mai il mondo è stato così ricco, mai è stato così ineguale. Perché? Una parte della risposta è che i diritti sociali, politici e civili riconosciuti sulla carta non vengono riconosciuti nella realtà. Ma l’altra parte della risposta è che non si sono ancora affermati i diritti per il controllo democratico della risorsa conoscenza. Non si sono affermati i diritti di cittadinanza scientifica, appunto.
Ma in cosa consiste, più esattamente, la cittadinanza scientifica? Ci sono diversi livelli in cui essa si esprime. I principali sono due: uno è a livello degli Stati, l’altro è a livello dell’intera società. Il primo riguarda la politica della ricerca scientifica e dell’alta formazione, l’altro il governo democratico della conoscenza.
Nella nuova era gli investimenti in ricerca scientifica e tecnologica hanno assunto un valore macroeconomico. La Cina investe, ormai, in ricerca e sviluppo (R&S) il 2% della ricchezza che produce e da quasi venti anni aumenta gli investimenti al ritmo senza precedenti del 20% annuo. In alcuni Paesi la spesa in R&S ha superato da tempo il 2,5% della ricchezza prodotta (Stati Uniti, Germania), in altri Paesi (Giappone, Corea del Sud, Svezia, Finlandia) gli investimenti in R&S hanno superato addirittura il 3,5% del PIL. In Israele supera il 4,0%. La media mondiale, secondo le ultime statistiche pubblicate dal R&D Magazine, si attesta intorno al 2%. L’Italia, sia detto per inciso, investe in ricerca meno della metà della media mondiale.

Le basi per una società democratica della conoscenza 

In quasi tutti i Paesi solo un terzo di questa spesa è finanziata direttamente dagli Stati: i due terzi ormai sono investimenti di imprese private. In tutti i Paesi, però, la spesa – pubblica e privata – è influenzata in maniera decisiva dalla politica. In tutti i Paesi è frutto di una “politica della ricerca”, che significa non solo determinare quanto si spende nella produzione di nuova conoscenza, ma anche in quale tipo di conoscenza e per quali applicazioni. Non si tratta di decisioni astratte ma di decisioni che informano l’economia, rimodellano la società, investono l’etica.
Ci sono due modelli decisionali che si fronteggiano: quello elitario e quello pubblico. Nel primo modello, in nome della (presunta) estrema specializzazione del discorso, si tende a delegare la decisione a élite ristrette (shareholders).
Nel secondo modello si tende, appunto, ad affermare i nuovi diritti di cittadinanza scientifica e a sostenere che devono compartecipare alle scelte tutti coloro che hanno una posta in gioco (stakeholders). E quindi, nel caso della politica della ricerca complessiva, tutti i cittadini. Per cause diverse (a volte economiche, a volte sociali, etiche e persino religiose) in molti Paesi un numero crescente di stakeholders chiede che la politica della ricerca – soprattutto in campo biomedico e in campo ambientale – sia oggetto di dibattito pubblico.
Ma l’estensione dei diritti di cittadinanza scientifica non riguarda solo la definizione della politica della ricerca a livello dello Stato, in tutte le sue articolazioni. Riguarda, sempre più e in modo per certi versi più profondo, l’intera società e assume almeno altre tre dimensioni: quella culturale, quella sociale e quella economica.
Dal dibattito sulla Legge 40 a quello sul testamento biologico, dai fatti di Scanzano Ionico a quello dell’Ilva di Taranto, la richiesta di “partecipare alle scelte” in materie che sono anche di natura scientifica e tecnologica sono innumerevoli. D’altra parte la discussione infinita e a ogni livello sui cambiamenti climatici non è forse il più clamoroso esempio di una domanda di cittadinanza scientifica a carattere globale?

Scienza e partecipazione nell’era della conoscenza

Tutte queste vicende e altre ancora appaiono come espressioni e talvolta forti perturbazioni nell’ambito del quadrilatero all’interno del quale, dopo la seconda guerra mondiale, si consuma il complesso rapporto tra scienza e società, che è alla base a sua volta del complesso sviluppo della società della conoscenza.
È all’interno di questo quadrilatero che infatti si vanno affermando diritti di cittadinanza emergenti: i diritti di cittadinanza scientifica che, come nota Scienza e democrazia il sociologo Giancarlo Quaranta, non sono semplicemente diritti (pur importanti) di accesso all’informazione scientifica ma diritti di “socializzazione” della scienza, la forma di produzione di nuova conoscenza che ha assunto una posizione centrale nella società e nell’economia della conoscenza.
Tenendo conto di quel quadrilatero (Stato, comunità scientifica, imprese, società tutta), possiamo in maniera del tutto schematica – e, quindi, necessariamente incompleta – cercare di definire le sei linee di sviluppo principali della cittadinanza scientifica.

1. I diritti di cittadinanza scientifica implicano un rapporto tra Stato e comunità scientifica stretto, trasparente e rispettoso delle reciproche prerogative. Implicano un “dibattito pubblico” sulle scelte di politica della ricerca, come quello che si svolge ogni anno al Congresso degli Stati Uniti. Implicano un “dibattito maturo”, il che significa da un lato che i politici devono acquisire una più solida cultura scientifica e dall’altro che gli uomini di scienza devono acquisire una più solida cultura politica e una crescente consapevolezza del loro ruolo sociale. Implicano, infine, un “dibattito rispettoso”: perché se la politica tenta di prevaricare e di indicare agli scienziati come si fa ricerca, la ricerca si impoverisce e i danni alla società (basti ricordare il caso Lysenko nell’Unione Sovietica) sono enormi; ma è anche vero che se gli scienziati – fatta salva la quota parte di ricerca curiosity-driven – chiedono una totale indipendenza, senza che la politica indichi gli obiettivi generali verso cui dirigere la ricerca, verrebbe meno il presupposto stesso della società della conoscenza. L’equilibrio è delicato ma trovarlo è indispensabile.

2. I diritti di cittadinanza scientifica implicano un rapporto altrettanto maturo, trasparente e rispettoso delle reciproche prerogative tra comunità scientifica e imprese. L’economia della conoscenza si regge su due gambe – la produzione di nuova conoscenza e l’innovazione tecnologica – che poggiano entrambe sul terreno della scienza. Le imprese della conoscenza sono imprese che si rivolgono alla comunità scientifica per aumentare le proprie conoscenze e le proprie capacità d’innovazione. La comunità scientifica riceve in cambio risorse enormi per svolgere la propria attività di ricerca: i due terzi dei fondi a disposizione dei ricercatori nel mondo è di provenienza privata. Trovare l’equilibrio tra l’esigenza di produrre utili delle imprese e l’esigenza di svolgere in autonomia – e anche in serenità – l’attività di ricerca non è facile. E in questi anni, anzi, è stato fortemente squilibrato dalla richiesta delle aziende di “privatizzare” la conoscenza, che invece è percepita dagli scienziati (ed è) un “bene comune”.

3. I diritti di cittadinanza implicano un rapporto particolare tra Stato e imprese. Anche questo trasparente e maturo. Lo Stato deve essenzialmente svolgere cinque funzioni in questo rapporto: indicare gli indirizzi generali di sviluppo; finanziare la ricerca di base, o curiosity-driven o comunque non immediatamente applicabile, verso cui le imprese non hanno interesse eccessivo; garantire che l’accesso alla conoscenza “bene pubblico” sia pieno e non venga svuotato di contenuto; garantire che l’uso della conoscenza sia libero e sia praticabile, in linea di principio, da tutti; favorire la costruzione di un ambiente adatto all’innovazione.

4. I diritti di cittadinanza implicano un dialogo – ancora una volta stretto, maturo, rispettoso – tra comunità scientifiche e cittadini. Questo dialogo deve avvenire attraverso tutti i canali di comunicazione, in maniera diretta, attraverso i media ma anche attraverso le scuole e la stessa Università che proprio per questo è chiamata a una “terza missione”, oltre quella della formazione e della ricerca: la costruzione di una cultura diffusa della cittadinanza scientifica.

5. A ben vedere, l’espressione dei diritti di cittadinanza scientifica implica un nuovo rapporto anche tra cittadini e imprese della conoscenza in almeno tre sensi. Le imprese hanno dei doveri nei confronti dei cittadini: fare in modo che le leggi di mercato, per esempio, non mettano mai in discussione i diritti dei cittadini ad avere accesso alla conoscenza e alle sue applicazioni fondamentali. Il secondo è che i cittadini abbiano accesso a informazioni sulle imprese relative alla propria sicurezza: non deve succedere, in una società democratica della conoscenza, che ai cittadini vengano negate informazioni essenziali sulla propria salute o su quella dell’ambiente in cui vivono.
Infine insieme, cittadini e imprese, devono trovare forme di cooperazione per creare e sviluppare un ambiente democratico adatto all’innovazione.

6. I nuovi diritti di cittadinanza scientifica, infine, implicano un rapporto nuovo tra Stati e cittadini sia attraverso forme di partecipazione attiva dei cittadini alla definizione delle politiche scientifiche (dall’allocazione dei fondi all’elaborazione di normative su temi eticamente sensibili) sia attraverso forme che diano sostanza all’idea che la cultura scientifica (e, più in generale, la conoscenza tout court) sia non solo accessibile a tutti, ma utilizzabile da tutti.

L’insieme – che abbiamo abbozzato in maniera forse eccessivamente schematica – di queste relazioni forma una rete grazie alla quale la società della conoscenza, attingendo a quella risorsa infinita che è appunto la conoscenza, cessa di generare quelle che Joseph Stiglitz chiama “promesse infrante” – cessa di generare la maggiore quantità di ricchezza materiale e la maggiore quantità di ingiustizia mai prodotte dall’uomo – e inizia a realizzare l’ideale che Francis Bacon poneva all’inizio del Seicento come valore fondamentale della nuova scienza: la scienza non deve essere a vantaggio di questo o di quello, ma dell’intera umanità. Se tutto ciò si verifica, allora l’espansione della scienza e l’espansione della democrazia che caratterizzano il nostro tempo in trasformano, come diceva Umberto Cerroni, in progresso.

Tratto da Scienza & società -  Scienza e Democrazia, Editore Egea

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Canaletto e Bellotto: pittori o geometri?

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Canaletto, Campo Santi Giovanni e Paolo, 1738 circa.

Dovendo scegliere tra un pittore e un topografo, a chi affidereste il compito di rappresentare realisticamente ed efficacemente un determinato paesaggio, urbano o rurale? Ipotizziamo che decidiate di affidare il lavoro a un artista con cui pattuite l’esecuzione di un dipinto a olio su tela. E se l’artista che avete incaricato facesse uso di mezzi tecnici, ad esempio di apparecchiature ottiche, in un certo senso invadendo il campo e appropriandosi dei trucchi del mestiere e delle competenze della concorrenza? Denuncereste la violazione del patto - non scritto - che ha stipulato con voi e lo giudichereste un artista che bara o addirittura un artista dimezzato?

È questo il dubbio che devono essersi posti, già nella prima metà del Settecento, Antonio Canal, detto Canaletto e suo nipote Bernardo Bellotto (pure lui per un certo periodo noto come Canaletto, diciamo per mere ragioni di marketing). I due, infatti, il primo essendo maestro del secondo, fecero ampio e documentato uso di un’apparecchiatura ottica nota come camera obscura senza peraltro mai molto sbandierare questo loro “segreto industriale”: la utilizzarono costantemente come sussidio per tracciare con sicurezza le linee portanti dei volumi dei loro dipinti e le sagome dei monumenti e degli edifici che hanno rappresentato negli affascinanti dipinti a olio presenti in musei, gallerie e collezioni di enti e di privati in tutto il mondo. Sono stati, Canaletto e Bellotto, tra i primi e certamente i più noti esponenti del cosiddetto vedutismo, genere pittorico nato a Venezia nel primo Settecento. Molti loro schizzi (“scaraboti”) e disegni preparatori, a matita e penna su carta, sono arrivati fino a noi e sono conservati, raccolti in quaderni, in vari musei, tra cui le Gallerie dell’Accademia a Venezia.

La camera oscura portatile in legno appartenuta secondo alcuni studiosi a Canaletto. Si può vederla all'ingresso della mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano.

Come porsi, dunque, di fronte alla legittimità e opportunità dell’uso intensivo della camera obscura da parte di quei pittori? Si tratta semplicemente di un utile strumento ausiliario o è invece una criticabile pratica tecnica che, se applicata in modo pedissequo nella realizzazione dei dipinti, minaccia di ostacolare e compromettere la creazione artistica, esponendo così il pittore al rischio di vedersi relegato nell’angusto e sgradito ruolo esecutivo di “geometra dell’ufficio tecnico”?

Per rispondere a questa domanda, serve forse chiedersi perché  alcuni pittori, soprattutto settecenteschi, abbiano sentito l’esigenza di utilizzare la camera obscura, o camera ottica. La risposta molto probabilmente va cercata nel clima culturale dell’epoca di cui stiamo parlando: con l’Illuminismo, infatti, si impone un nuovo sguardo sulla realtà, più oggettivo, più scientifico e l’esattezza della rappresentazione pittorica del paesaggio è solo uno dei campi in cui questa nuova visione del mondo si manifesta.

Questa tematica complessa, di cui cercheremo di fornire qualche utile elemento di conoscenza e di riflessione, colpisce immediatamente il visitatore della bella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano. Nelle quasi cento opere in mostra si possono ammirare le precise rappresentazioni (quanto precise effettivamente siano, tra poco lo scopriremo) di palazzi e canali, campi (nel senso veneziano della parola) e piazze di città del centro Europa, campagne e scorci di ruderi dell’antichità talmente dettagliate da sembrare fotografie, il tutto sempre sapientemente illuminato da luci oblique e radenti, perfettamente adatte a scolpire la tridimensionalità degli edifici. Per meglio comprendere il senso di queste immagini si rende necessario, però, un salto indietro nella storia della scienza e della tecnica.

La conquista della prospettiva

Nel corso degli ultimi tre millenni, non sono mancati studi teorici e sperimentazioni pratiche per cercare di risolvere un problema, sia concettuale, sia concreto: quello della rappresentazione della realtà tridimensionale su una superficie piana, bidimensionale. Problema che stava a cuore a due categorie apparentemente assai distanti tra loro di esseri umani: i matematici e i pittori, vale a dire, in un senso più ampio, gli scienziati e gli artisti.

Precisiamo, per quanto possa sembrare a questo punto scontato, che stiamo parlando di “prospettiva” e di “geometria proiettiva”. Nelle prime testimonianze visive arrivate fino a noi, quelle raffiguranti scene di caccia rinvenute nei dipinti rupestri delle grotte paleolitiche, i nostri antenati non sembrano essere stati sfiorati dal desiderio di suggerire un senso di profondità alle loro immagini. Occorre quindi fare un balzo temporale in avanti di parecchi millenni per vedere qualche tentativo di rappresentazione prospettica del reale: in qualche disegno di epoca egizia, duemila anni prima di Cristo, appaiono molto timidamente i concetti della similitudine e della prospettiva, con edifici rappresentati in pianta e alzato, per quanto, a dire il vero, la maggior parte delle immagini egizie giunte fino a noi raffigurino piuttosto una realtà prevalentemente bidimensionale (di profilo). Nemmeno l’epoca della cultura Assiro Babilonese sembra sentire l’urgenza di descrivere un mondo a tre dimensioni e, ad esempio, i bassorilievi di leoni e altri animali presenti sulle pareti della Porta di Ishtar (sec. VI a.C.), conservata al Pergamon Museum di Berlino, ci appaiono nella loro fissità, isolate e di profilo su uno sfondo uniforme, privo di profondità. In estremo oriente la prospettiva, almeno a livello di studi teorici, sembra far capolino solamente in un trattato cinese per la determinazione delle ombre del IV secolo a.C., ma risalente secondo alcuni storici addirittura al 1100 a.C.

Ma è solo con i grandi matematici greci che inizia uno studio rigoroso delle regole di rappresentazione geometrica dello spazio. Spicca tra tutti il nome di Euclide, vissuto ad Alessandria (allora una colonia greca) a cavallo tra quarto e terzo secolo a.C., noto per la sua imponente opera Elementi grazie alla quale è passato alla storia della matematica.  Nell’Ottica, suo meno noto trattato, Euclide pone invece le fondamenta della geometria descrittiva, chiamata poi, a partire dal diciannovesimo secolo, “geometria proiettiva”.

Proseguendo nella nostra carrellata storica, la civiltà romana sembra da un lato orientata alla sperimentazione pittorica, dall’altro lato alla teorizzazione. Sul versante pratico, attraverso dipinti e mosaici (ad esempio nel mosaico pompeiano di Alessandro alla battaglia di Isso), si assiste alla rappresentazione della tridimensionalità, pur essendo chiaro che non era ancora maturata una consapevolezza precisa delle regole della convergenza verso un unico punto. Dall’altro lato, quello più teorico, attraverso gli scritti di Vitruvio (architetto e scrittore del primo secolo a.C.) si approfondiscono i problemi legati alla scenografia e alla rappresentazione degli edifici.

Il più antico disegno pubblicato noto di una camera oscura si trova nel trattato "De Radio Astronomica et Geometrica" (1545) del medico, matematico e costruttore di strumenti olandese Gemma Frisius (nato Jemme Reinerszoon), in cui l'autore descrive ed illustra come ha usato la camera oscura per studiare l'eclissi solare del 24 gennaio 1544.

Prima di arrivare al Rinascimento italiano, nel XIV secolo, durante il quale architetti/pittori/matematici, da Filippo Brunelleschi a Leon Battista Alberti e da Piero della Francesca fino a Leonardo da Vinci, applicando rigorosi metodi matematici hanno definito in maniera fino ad allora sconosciuta le regole della prospettiva, è necessario menzionare altri studiosi medievali che li hanno preceduti. Tra questi vale la pena ricordare in particolar modo lo scienziato/filosofo arabo Al-Kindi (IX secolo) e soprattutto  il matematico, fisico, medico e filosofo Alhazen (XI secolo), nato a Bassora ma trasferitosi presto al Cairo. A quest’ultimo, autore del trattato in sette volumi sull’Ottica Kitab al-Manazir, tradotto in latino da Gherardo da Cremona nella seconda metà del XII secolo, sono attribuite le prime osservazioni relative al passaggio dei raggi di luce attraverso un foro e al loro viaggiare in linea retta senza mai confondersi, generando su una superficie, posta al di là del piano contenente il foro, immagini rovesciate direttamente corrispondenti alle forme degli oggetti dai quali la luce proviene.

Bellissime scientifiche finzioni

Si tratta esattamente della descrizione del principio della camera obscura (o camera oscura, detta anche camera ottica) strumento che finalmente ci porta a parlare del lavoro di Bellotto e Canaletto, noti soprattutto per le vedute di Venezia, ma attivi anche in altre città d’Italia e d’Europa visitate durante viaggi di lavoro o in alcuni casi diventate luogo di residenza (Roma, Firenze, Verona, la Lombardia, Londra, Dresda, Vienna, Monaco di Baviera, Varsavia). All’ingresso della mostra delle Gallerie d’Italia di Milano (visitabile fino al 5 marzo), il primo oggetto che ci accoglie, racchiuso entro una teca trasparente, è proprio una camera oscura portatile in legno appartenuta forse (ma secondo alcuni studiosi probabilmente no) a Canaletto. Il primo quadro della mostra, una tela di Canaletto, è il Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738), di cui sono arrivati a noi anche gli schizzi preparatori (visibili in mostra su un monitor), fatti certamente con l’ausilio di una camera obscura.

Schizzi preparatori per la tela Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738) di Canaletto.

Quello che colpisce a prima vista nel quadro è una precisione e un apparente realismo “di qualità fotografica”, ma un confronto diretto con quell’angolo di Venezia, tutt’oggi conservato quasi esattamente come all’epoca del dipinto, permette di scoprire che l’artista ha, sì, operato partendo da una ricognizione fatta per mezzo della camera ottica, ma ha anche arbitrariamente spostato il suo punto di osservazione tra uno schizzo e l’altro, tra una seduta di disegno e l’altra. Così facendo, ma ricomponendo con maestria più “riprese” fatte da punti di osservazione distinti, come dimostrato nel 1959 dallo storico dell’arte e massimo studioso della prospettiva Decio Gioseffi, Canaletto crea l’illusione di un punto di vista unico, più lontano, ma oggettivamente impossibile da realizzare nella pratica per la presenza di edifici al di qua del canale, il Rio dei Mendicanti, che si trova in primo piano nel quadro. Nelle parole della curatrice della mostra, Bożena Anna Kowalczyk: “un’immagine altamente sofisticata, irreale nelle proporzioni dei monumenti e nelle distanze, ma di grande bellezza.”

E qui torniamo alla domanda con cui abbiamo aperto l’articolo: per rappresentare la realtà del mondo preferiamo un pittore o un topografo, un artista o un geometra? La risposta, visti i risultati e soprattutto considerati i procedimenti e le strumentazioni utilizzate, sembra essere meno netta del previsto. Svelato il mistero dell’utilizzo “creativo” di uno strumento di conoscenza oggettiva come la camera ottica opteremmo per un tipo particolare di artista, come appunto Bellotto e Canaletto, che abbia fatta sua un’impostazione come quella qui ben descritta:

“Quelli che s’innamorano della pratica senza la scienza, sono come i nocchieri che entrano in naviglio senza timone o bussola, che mai hanno certezza dove si vadano. Sempre la pratica dev’essere edificata sopra la buona teorica, della quale la prospettiva è guida e porta, e senza questa nulla si fa bene” . Leonardo da Vinci – Trattato della Pittura, parte seconda - 77. Dell'errore di quelli che usano la pratica senza la scienza.

 

Cover: Antonio Canal, detto il Canaletto, Campo santi Giovanni e Paolo, 1738 ca, olio su tela, 46,4x78,1 cm, Londra, Royal Collection. Prestato da Sua Maestà Elisabetta II e visibile nella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, dal 25 novembre 2016  al 5 marzo 2017 alle Gallerie d’Italia, Piazza della Scala, Milano.