OCSE: l'antidoto alla crisi sono ricerca e innovazione

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Quali sono i punti di forza intorno a cui dovrebbe prendere forma una exit strategy dalla crisi internazionale? La risposta che l’Ocse ci fornisce con l’uscita il 14 dicembre scorso del suo biennale “Science, Technology and Industry Outlook”, non sembra lasciare spazio a dubbi di sorta: se si vuole garantire un processo di crescita durevole, è necessario mantenere elevato il livello degli investimenti in ricerca ed innovazione.

Il messaggio non suona nuovo e, a dire il vero, l’Ocse è da tempo impegnata a dar conto di come il rapporto tra attività scientifica e performance economiche sia diventato ben più che qualcosa di straordinario. E se non si è disposti a riconoscere che è proprio questo rapporto ad essersi innestato nel dna dei sistemi produttivi, si può star certi che i margini di successo di un qualsivoglia intervento volto al superamento della crisi, saranno davvero esili.

Dunque assomiglia più a un monito il messaggio che l’Ocse intende trasmettere. Come non cogliere l’affanno che sta sopraffacendo i governi delle economie più avanzate intorno alla sorte dei debiti sovrani, esplosi in seguito agli ingenti esborsi richiesti dai salvataggi finanziari? Ma la fretta di correre ai ripari rischia di far smarrire il buon senso, dimenticando che operazioni indiscriminate di riduzione della spesa pubblica possono aggravare le dinamiche recessive del reddito con l’effetto ultimo di elevare ancor più il peso del debito. Bisogna allora stare attenti a non fare passi falsi, specialmente quando si va ad incidere sulla capacità di innovazione del sistema economico. Fortunatamente il buon esempio non manca. L’Ocse, infatti, ci ricorda che dal 2008 Germania, Svezia, Stati Uniti e Corea non hanno fatto altro che incrementare la spesa pubblica in ricerca, attenuando in tal modo il rallentamento che la crescita in termini reali della spesa in R&S ha registrato nella media di tutti i paesi membri (passando dal 4% annuo del periodo più recente al 3,1% del 2008). Si tratta indiscutibilmente di paesi che hanno fatto della leadership tecnologica un motore essenziale della propria competitività economica. Questo però non significa che siamo di fronte alla semplice reiterazione di un possibile modello di successo. Sono lì a dircelo l’accelerazione che ha livello mondiale ha subìto la domanda mondiale di beni ad alta intensità tecnologica (stimabile tra un terzo e un quarto dei prodotti manifatturieri in base ai dati del commercio internazionale), la crescita del settore dei servizi che sempre più da tale domanda viene a dipendere, nonché la grande sfida che il perseguimento di uno “sviluppo sostenibile” lancia alla tecnologia. E, soprattutto, sono lì a testimoniarlo le economie emergenti, BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) in testa, che stanno esprimendo non solo i tassi più alti di crescita economica, ma anche gli investimenti più consistenti nell’”economia della conoscenza” (con buona pace di quanti ancora credono alla favola dei venditori di magliette a basso costo).

D’altra parte l’Ocse ci mette anche in guardia da interpretazioni semplificatrici. I dati sulle spese in ricerca (inclusa quella privata) sono infatti l’esito complesso di strategie non univoche, calibrate sulle specificità di ciascun paese. Ma è senz’altro vero che se è la capacità di investimento in ricerca del sistema industriale a tradursi più direttamente in capacità di innovazione (grazie ad una significativa specializzazione nei settori high-tech), non si dà un sistema nazionale d’innovazione “doc” che sia deficitario nella sua  componente di ricerca pubblica. Quanto è sufficiente per concludere che operare tagli sulla ricerca pubblica, ancorché si ravvisi la necessità di rendere più efficiente la spesa pubblica, è sbagliato. La stessa travagliata vicenda europea sembra potersi leggere in questa luce. L’Europa ha bisogno di uno scatto in avanti,  come pure sottolinea un documento della commissione europea di fine ottobre scorso che, con più di un tratto di marca teutonica, esorta gli Stati dell’Unione a perseguire la via della ricerca e dell’innovazione.

Venendo alle questioni che riguardano l’Italia si potrebbe così essere quasi tentati di concludere che la fiacca dinamica del nostro reddito derivi da un comune problema europeo. Niente affatto: abbiamo uno svantaggio in più, che è  quello di avere accumulato un forte ritardo tecnologico e di scontare in ragione di questo quella bassa produttività che da tempo mina la nostra crescita facendoci divergere sempre più dal sentiero di sviluppo europeo. Non è mai troppo tardi, ma bisogna cominciare a muoversi prima che lo diventi, iniziando a sostenere, e dunque non a tagliare, la spesa pubblica in ricerca. Altrimenti la ripresa ci vedrà più lontani dall’Europa di quanto già siamo ora.

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L'annientamento della popolazione ebraica sul posto, al di fuori dei campi di sterminio, che i nazisti perpetrarono nella loro avanzata verso est dal mar Baltico al mar Nero, copre numericamente quasi la metà della Shoah. Babij Jar è un burrone non lontano da Kiev che, quando i tedeschi occuparono la città ucraina nel settembre del 1941, divenne la tomba della popolazione ebraica residente. E di intellettuali, partigiani ucraini, soldati prigionieri, addirittura calciatori della Dinamo che non si erano voluti far battere dalla squadra delle Forze Armate tedesche, ladri comuni, decine di migliaia di rom. A questo luogo, o meglio a ciò che rappresenta, Evgenij A. Evtušenko dedicò un poema, i cui versi sono stati immortalati dalla loro inclusione nella sinfonia n° 13 di Dmitrij D. Šostakovič. Poiché la sua intenzione era di rendere omaggio alle vittime innocenti non solo del nazismo, ma anche dello stalinismo, Šostakovič chiese poi a Evtušenko altri testi da introdurre nella sinfonia, che furono poi modificati su pressione di Nikita Chruščëv: “Vorrei scrivere una sinfonia per ciascuna delle vittime, ma è impossibile ed è per questo che dedico a tutte loro la mia musica”.
L'articolo di Simonetta Pagliani in occasione del Giorno della Memoria.
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