Stefania Giannini, un'estremista della meritocrazia

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Forse non tutti si sono ancora accorti che il ministro dell'istruzione e della ricerca Stefania Giannini rappresenterà una delle vere novità del governo Renzi. Novità che promettono di rivoluzionare il mondo dell'università e della ricerca, e non facili da digerire per molti. Come facciamo a saperlo? In occasione delle scorse elezioni di circa un anno fa il nuovo ministro della istruzione e ricerca Stefania Giannini ha risposto su Scienzainrete alle 10 domande del Gruppo 2003 su merito, trasparenza, Agenzia unica per il finanziamento e altre "fisse" del Gruppo. A rileggere oggi quelle riposte che Stefania Giannini ha dato insieme a Pietro Ichino (si veda anche questo post della Giannini), abbiamo bello e fatto il programma del nuovo governo su didattica, ricerca e innovazione. Un programma nettissimo di promozione del merito, che abolisce il valore legale del titolo di studio e i concorsi, dà piena autonomia agli atenei (ridotti di numero) e finanzia il sistema aumentando le tasse universitarie in base al reddito. Un programma ricalcato sulla proposta di Andrea Ichino (fratello di Pietro) e Daniele Terlizzese fortemente osteggiata da buona parte del PD e dalla sinistra in generale, che fa delle disuguaglianza dei talenti (ma non dei redditi) la bandiera di un sistema che dev'essere "intrinsecamente elitario". In breve, una bomba.

Ma lasciamo direttamente la parola a Stefania Giannini e Pietro Ichino nella riposta ai dieci quesiti del Gruppo 2003:

1. Investimento in Ricerca


La proposta sintetizzata in appendice (si veda l’ultima sezione del post, a cura di Andrea Ichino e Daniele Terlizzese) – da qui in avanti indicata come Progetto – consente di reperire nuove risorse per gli atenei, senza oneri a carico del bilancio statale, concentrandole proprio lí dove potrebbero dare migliori frutti. Sulla base di simulazioni realistiche, essa consentirebbe un aumento netto di risorse (utilizzabili anche per la ricerca)  nell’ordine dell’11-13% per  gli atenei che sappiano migliorare la loro offerta formativa in modo convincente. Un ateneo che fosse capace di creare in modo credibile nuovi corsi di laurea eccellenti per 500 studenti, potrebbe accedere a circa 10 milioni di risorse fresche annue, portate da maggiori tasse universitarie, diversificate per reddito della famiglia d’origine, versate da studenti che per i loro meriti abbiano ricevuto un finanziamento sufficiente a pagare quelle maggiori tasse, oltre che i costi di una eventuale scelta universitaria lontano da casa. A questo proposito, è bene ricordare che la questione non è se l’università debba essere gratis o a pagamento, ma se il suo costo, che comunque c’è, debba essere coperto da tutti i contribuenti o solo da coloro che la frequentano. Le nuove risorse generate dall’attuazione del Progetto sarebbero sufficienti a finanziare quei corsi, ma anche e soprattutto la ricerca dei migliori ricercatori internazionali che in essi verrebbero ad insegnare. Solo quella ricerca può rendere credibile e davvero eccellente l’offerta formativa che l’ateneo mette a disposizione degli studenti. Gli studenti ripagheranno il finanziamento quando troveranno un lavoro e in proporzione al reddito che guadagneranno: pagheranno cioè poco (o nulla) quando il loro reddito sarà basso, e pagheranno di più quando se lo potranno permettere.

2. Valutazione e Premialità

Il Progetto consente di affiancare alla valutazione centralizzata dell’ANVUR un meccanismo di valutazione decentralizzata e di mercato. Una vera “facoltà di scelta” da parte degli studenti rappresenta proprio quello stimolo alla competizione di cui l’universita italiana ha bisogno; è l’ingrediente che manca alla riforma Gelmini, al suo impianto di valutazione troppo centralizzato. L’Anvur sta facendo un buon lavoro, ma da questa esperienza è facile capire quanto sia complesso, costoso e potenzialmente criticabile da ogni lato, un processo di valutazione centralizzato e uniforme per tutte le discipline.

3. Competitività Internazionale e Premialità

Il Progetto consente e prevede esplicitamente di reperire nuove risorse con uno schema che necessariamente le convoglia proprio su “pochi e atenei” (e quindi sui loro centri di ricerca) “che sappiano meritarsele con l’obiettivo di renderli competitivi e fra i migliori a livello internazionale”: esattamente quello che il Gruppo 2003 auspica.
In ogni caso, più in generale, è necessario attribuire un peso molto maggiore di quello che viene attribuito oggi al parametro legato al grado di internazionalizzazione degli studi e della ricerca in un Ateneo, ai fini della distribuzione delle risorse.

4. Cabina di Regia

Il Progetto consente di sperimentare gradualmente un metodo nuovo per finanziare gli atenei, non burocratico e potenzialmente in grado di eliminare le colossali inefficienze e iniquità dell’attuale sistema di finanziamento dell’università italiana. Non crediamo che servano nuove Agenzie statali, le quali facilmente sarebbero a rischio di essere catturate dalla burocrazia tentacolare e dalla parte più conservatrice del mondo universitario. Serve invece lasciare che la cabina di regia sia nelle mani del mercato, seppur all’interno di binari fissati dalla collettività ma non troppo stretti.

5. Lacci e Lacciuoli

Il Progetto prevede che sia concessa ampia autonomia agli atenei partecipanti allo schema, non solo nel disegno dell’offerta formativa, ma anche nelle scelte riguardanti assunzioni, retribuzioni e promozioni di docenti e ricercatori, lasciando che sia poi la valutazione del mercato a “metterli in riga”.  Questo significa che gli atenei o i singoli dipartimenti che aderiscano alla proposta non avranno più lacci e lacciuoli di alcun tipo, non solo nella gestione delle risorse umane ma anche nella gestione di ogni altra risorsa (macchinari, laboratori, strutture etc.) Ma se non produrranno risultati gli atenei dovranno accettare di perdere i finanziamenti e al limite di essere chiusi.

6. Valore Legale del Titolo di Studio

Il Progetto prevede esplicitamente l’abolizione del valore legale del titolo di studio: le maggiori risorse che la proposta consente di reperire saranno convogliate solo alle Università che se le meritano in quanto capaci di offrire un’istruzione con valore reale, e non oggetto di una presunzione legale.

7. Attrattività e Rientro dei Cervelli

Il Progetto elimina il sistema concorsuale per i singoli dipartimenti e atenei che aderiscono allo schema, dando loro totale autonomia nelle selezione dei docenti e dei ricercatori, nella determinazione delle retribuzioni e nelle regole per le progressioni di carriera. Queste scelte potranno essere fatte in linea con le best practices internazionali tipiche di ogni disciplina, ponendo fine ai rigidi meccanismi centralizzati attuali che  hanno ingessato il sistema. L’autonomia si deve anche estendere alla gestione dei finanziamenti, degli acquisti e di ogni ambito operativo, economico e finanziario dell’ateneo o dipartimento partecipante. Chi saprà usare bene questa autonomia, e le risorse ad essa congiunte, riuscirà a portare in Italia i migliori cervelli internazionali. Riteniamo inoltre che il problema non sia solo di far rientrare i brillantissimi scienziati italiani costretti finora ad emigrare, ma più in generale di rendere le università italiane più attraenti per i migliori cervelli indipendentemente dalla loro nazionalità. Per questo servono maggiori risorse e il Progetto descrive un modo concreto, realistico ed efficace per ottenerle. Non sono necessari complicati percorsi dedicati e “riserve indiane” per richiamare cervelli: servono risorse e incentivi corretti per usarle al meglio. Questo è esattamente ciò che il Progetto consente di fare.

8. Ricerca Industriale e Trasferimento Tecnologico

Le priorità per il Paese, anche ai fini di liberare maggiori risorse per la ricerca industriale e il trasferimento tecnologico, sono la riduzione del debito pubblico e l’iniezione di maggiore concorrenza nei mercati dei prodotti e del lavoro. Non serve una ricerca industriale che funziona solo grazie a stampelle pubbliche, che comunque lo Stato italiano oggi non può permettersi più di offrire.  Non appena la crisi della finanza pubblica lo consentirà è senz’altro un nostro obiettivo arrivare a detassare gli investimenti in ricerca, attraverso lo strumento del credito d’imposta strutturale (già sperimentato con successo altrove, dal Canada a Singapore). Ma nella situazione attuale il servizio più grande che il nuovo governo può offire alla ricerca industriale è la riduzione del costo del denaro, quindi dello spread, che rende ogni investimento in Italia più costoso che in altri paesi comparabili al nostro, in particolare la Germania. E per ridurre il costo del denaro, bisogna ridurre il debito pubblico.

9. Giovani, Capaci e Meritevoli


Il Progetto punta a dare agli atenei e ai singoli dipartimenti e centri di ricerca quella autonomia nella definizione dei meccanismi di accesso alle carriere e progressione in esse, che in altri sistemi, in particolare quello anglosassone, hanno dato ampia prova di consentire i risultati migliori proprio sul fronte dell’investimento nel capitale umano dei giovani capaci e meritevoli. Un cardine di questa proposta è l’idea che il sistema universitario, come la sua storia ci insegna, sia la modalità con cui la società trasmette la frontiera più avanzata della conoscenza a quella parte della popolazione che è meglio in grado di riceverla e di estenderla. È un sistema intrinsecamente elitario, perché si fonda su una ineliminabile disuguaglianza nei talenti e nelle capacità delle persone. È una disuguaglianza che non deve dipendere dalla ricchezza o dal reddito della famiglia d’origine, e bisogna fare ogni possibile sforzo per rompere questo legame; ma così come non sarebbe possibile che tutti vadano alle olimpiadi, è inevitabile che alcuni tra noi siano più di altri in grado di prendere il testimone della conoscenza. Ciò non è in contrasto con quanto affermato nella nostra Costituzione (articolo 34), dove si stabilisce il diritto di «raggiungere i gradi più alti degli studi» per i «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi». Questa è una qualificazione importante e spesso trascurata: non per tutti, solo per i capaci e meritevoli.

10. Cultura della Scienza e della Ricerca


Siamo fermamente convinti del grave ritardo con cui il nostro Paese si sta accorgendo dell’importanza della Scienza e della Ricerca, ritardo dovuto a condizionamenti culturali e ideologici certo non recenti. Riteniamo che interventi mirati a riformare la scuola primaria e secondaria siano quelli che maggiormente possono ridurre questo grave ritardo. Tra questi interventi, il più importante è differenziare le retribuzioni degli insegnanti in base al merito  e alle condizioni del mercato del lavoro rilevante per ciascuna specifica disciplina, al fine di attrarre alla carriera docente i migliori laureati nelle materie scientifiche. Solo questi migliori laureati possono trasferire alle future generazione la passione per la scienza e la ricerca. Oggi pur con eccezioni encomiabili, molti insegnanti della scuola italiana vivono il loro lavoro come un ripiego, e non hanno incentivi a dare il meglio per motivare le giovani generazioni alla passione per la scienza e la ricerca.

Commenti

ritratto di rachele

Estremista non so, quanto al meritocratica certo l'esordio non è dei migliori, vista l'uscita sul bonus maturità. Temo che rimpiangeremo assai la moderata ma lucidamente meritocratica ministra che l'ha preceduta.

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Canaletto e Bellotto: pittori o geometri?

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Canaletto, Campo Santi Giovanni e Paolo, 1738 circa.

Dovendo scegliere tra un pittore e un topografo, a chi affidereste il compito di rappresentare realisticamente ed efficacemente un determinato paesaggio, urbano o rurale? Ipotizziamo che decidiate di affidare il lavoro a un artista con cui pattuite l’esecuzione di un dipinto a olio su tela. E se l’artista che avete incaricato facesse uso di mezzi tecnici, ad esempio di apparecchiature ottiche, in un certo senso invadendo il campo e appropriandosi dei trucchi del mestiere e delle competenze della concorrenza? Denuncereste la violazione del patto - non scritto - che ha stipulato con voi e lo giudichereste un artista che bara o addirittura un artista dimezzato?

È questo il dubbio che devono essersi posti, già nella prima metà del Settecento, Antonio Canal, detto Canaletto e suo nipote Bernardo Bellotto (pure lui per un certo periodo noto come Canaletto, diciamo per mere ragioni di marketing). I due, infatti, il primo essendo maestro del secondo, fecero ampio e documentato uso di un’apparecchiatura ottica nota come camera obscura senza peraltro mai molto sbandierare questo loro “segreto industriale”: la utilizzarono costantemente come sussidio per tracciare con sicurezza le linee portanti dei volumi dei loro dipinti e le sagome dei monumenti e degli edifici che hanno rappresentato negli affascinanti dipinti a olio presenti in musei, gallerie e collezioni di enti e di privati in tutto il mondo. Sono stati, Canaletto e Bellotto, tra i primi e certamente i più noti esponenti del cosiddetto vedutismo, genere pittorico nato a Venezia nel primo Settecento. Molti loro schizzi (“scaraboti”) e disegni preparatori, a matita e penna su carta, sono arrivati fino a noi e sono conservati, raccolti in quaderni, in vari musei, tra cui le Gallerie dell’Accademia a Venezia.

La camera oscura portatile in legno appartenuta secondo alcuni studiosi a Canaletto. Si può vederla all'ingresso della mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano.

Come porsi, dunque, di fronte alla legittimità e opportunità dell’uso intensivo della camera obscura da parte di quei pittori? Si tratta semplicemente di un utile strumento ausiliario o è invece una criticabile pratica tecnica che, se applicata in modo pedissequo nella realizzazione dei dipinti, minaccia di ostacolare e compromettere la creazione artistica, esponendo così il pittore al rischio di vedersi relegato nell’angusto e sgradito ruolo esecutivo di “geometra dell’ufficio tecnico”?

Per rispondere a questa domanda, serve forse chiedersi perché  alcuni pittori, soprattutto settecenteschi, abbiano sentito l’esigenza di utilizzare la camera obscura, o camera ottica. La risposta molto probabilmente va cercata nel clima culturale dell’epoca di cui stiamo parlando: con l’Illuminismo, infatti, si impone un nuovo sguardo sulla realtà, più oggettivo, più scientifico e l’esattezza della rappresentazione pittorica del paesaggio è solo uno dei campi in cui questa nuova visione del mondo si manifesta.

Questa tematica complessa, di cui cercheremo di fornire qualche utile elemento di conoscenza e di riflessione, colpisce immediatamente il visitatore della bella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano. Nelle quasi cento opere in mostra si possono ammirare le precise rappresentazioni (quanto precise effettivamente siano, tra poco lo scopriremo) di palazzi e canali, campi (nel senso veneziano della parola) e piazze di città del centro Europa, campagne e scorci di ruderi dell’antichità talmente dettagliate da sembrare fotografie, il tutto sempre sapientemente illuminato da luci oblique e radenti, perfettamente adatte a scolpire la tridimensionalità degli edifici. Per meglio comprendere il senso di queste immagini si rende necessario, però, un salto indietro nella storia della scienza e della tecnica.

La conquista della prospettiva

Nel corso degli ultimi tre millenni, non sono mancati studi teorici e sperimentazioni pratiche per cercare di risolvere un problema, sia concettuale, sia concreto: quello della rappresentazione della realtà tridimensionale su una superficie piana, bidimensionale. Problema che stava a cuore a due categorie apparentemente assai distanti tra loro di esseri umani: i matematici e i pittori, vale a dire, in un senso più ampio, gli scienziati e gli artisti.

Precisiamo, per quanto possa sembrare a questo punto scontato, che stiamo parlando di “prospettiva” e di “geometria proiettiva”. Nelle prime testimonianze visive arrivate fino a noi, quelle raffiguranti scene di caccia rinvenute nei dipinti rupestri delle grotte paleolitiche, i nostri antenati non sembrano essere stati sfiorati dal desiderio di suggerire un senso di profondità alle loro immagini. Occorre quindi fare un balzo temporale in avanti di parecchi millenni per vedere qualche tentativo di rappresentazione prospettica del reale: in qualche disegno di epoca egizia, duemila anni prima di Cristo, appaiono molto timidamente i concetti della similitudine e della prospettiva, con edifici rappresentati in pianta e alzato, per quanto, a dire il vero, la maggior parte delle immagini egizie giunte fino a noi raffigurino piuttosto una realtà prevalentemente bidimensionale (di profilo). Nemmeno l’epoca della cultura Assiro Babilonese sembra sentire l’urgenza di descrivere un mondo a tre dimensioni e, ad esempio, i bassorilievi di leoni e altri animali presenti sulle pareti della Porta di Ishtar (sec. VI a.C.), conservata al Pergamon Museum di Berlino, ci appaiono nella loro fissità, isolate e di profilo su uno sfondo uniforme, privo di profondità. In estremo oriente la prospettiva, almeno a livello di studi teorici, sembra far capolino solamente in un trattato cinese per la determinazione delle ombre del IV secolo a.C., ma risalente secondo alcuni storici addirittura al 1100 a.C.

Ma è solo con i grandi matematici greci che inizia uno studio rigoroso delle regole di rappresentazione geometrica dello spazio. Spicca tra tutti il nome di Euclide, vissuto ad Alessandria (allora una colonia greca) a cavallo tra quarto e terzo secolo a.C., noto per la sua imponente opera Elementi grazie alla quale è passato alla storia della matematica.  Nell’Ottica, suo meno noto trattato, Euclide pone invece le fondamenta della geometria descrittiva, chiamata poi, a partire dal diciannovesimo secolo, “geometria proiettiva”.

Proseguendo nella nostra carrellata storica, la civiltà romana sembra da un lato orientata alla sperimentazione pittorica, dall’altro lato alla teorizzazione. Sul versante pratico, attraverso dipinti e mosaici (ad esempio nel mosaico pompeiano di Alessandro alla battaglia di Isso), si assiste alla rappresentazione della tridimensionalità, pur essendo chiaro che non era ancora maturata una consapevolezza precisa delle regole della convergenza verso un unico punto. Dall’altro lato, quello più teorico, attraverso gli scritti di Vitruvio (architetto e scrittore del primo secolo a.C.) si approfondiscono i problemi legati alla scenografia e alla rappresentazione degli edifici.

Il più antico disegno pubblicato noto di una camera oscura si trova nel trattato "De Radio Astronomica et Geometrica" (1545) del medico, matematico e costruttore di strumenti olandese Gemma Frisius (nato Jemme Reinerszoon), in cui l'autore descrive ed illustra come ha usato la camera oscura per studiare l'eclissi solare del 24 gennaio 1544.

Prima di arrivare al Rinascimento italiano, nel XIV secolo, durante il quale architetti/pittori/matematici, da Filippo Brunelleschi a Leon Battista Alberti e da Piero della Francesca fino a Leonardo da Vinci, applicando rigorosi metodi matematici hanno definito in maniera fino ad allora sconosciuta le regole della prospettiva, è necessario menzionare altri studiosi medievali che li hanno preceduti. Tra questi vale la pena ricordare in particolar modo lo scienziato/filosofo arabo Al-Kindi (IX secolo) e soprattutto  il matematico, fisico, medico e filosofo Alhazen (XI secolo), nato a Bassora ma trasferitosi presto al Cairo. A quest’ultimo, autore del trattato in sette volumi sull’Ottica Kitab al-Manazir, tradotto in latino da Gherardo da Cremona nella seconda metà del XII secolo, sono attribuite le prime osservazioni relative al passaggio dei raggi di luce attraverso un foro e al loro viaggiare in linea retta senza mai confondersi, generando su una superficie, posta al di là del piano contenente il foro, immagini rovesciate direttamente corrispondenti alle forme degli oggetti dai quali la luce proviene.

Bellissime scientifiche finzioni

Si tratta esattamente della descrizione del principio della camera obscura (o camera oscura, detta anche camera ottica) strumento che finalmente ci porta a parlare del lavoro di Bellotto e Canaletto, noti soprattutto per le vedute di Venezia, ma attivi anche in altre città d’Italia e d’Europa visitate durante viaggi di lavoro o in alcuni casi diventate luogo di residenza (Roma, Firenze, Verona, la Lombardia, Londra, Dresda, Vienna, Monaco di Baviera, Varsavia). All’ingresso della mostra delle Gallerie d’Italia di Milano (visitabile fino al 5 marzo), il primo oggetto che ci accoglie, racchiuso entro una teca trasparente, è proprio una camera oscura portatile in legno appartenuta forse (ma secondo alcuni studiosi probabilmente no) a Canaletto. Il primo quadro della mostra, una tela di Canaletto, è il Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738), di cui sono arrivati a noi anche gli schizzi preparatori (visibili in mostra su un monitor), fatti certamente con l’ausilio di una camera obscura.

Schizzi preparatori per la tela Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738) di Canaletto.

Quello che colpisce a prima vista nel quadro è una precisione e un apparente realismo “di qualità fotografica”, ma un confronto diretto con quell’angolo di Venezia, tutt’oggi conservato quasi esattamente come all’epoca del dipinto, permette di scoprire che l’artista ha, sì, operato partendo da una ricognizione fatta per mezzo della camera ottica, ma ha anche arbitrariamente spostato il suo punto di osservazione tra uno schizzo e l’altro, tra una seduta di disegno e l’altra. Così facendo, ma ricomponendo con maestria più “riprese” fatte da punti di osservazione distinti, come dimostrato nel 1959 dallo storico dell’arte e massimo studioso della prospettiva Decio Gioseffi, Canaletto crea l’illusione di un punto di vista unico, più lontano, ma oggettivamente impossibile da realizzare nella pratica per la presenza di edifici al di qua del canale, il Rio dei Mendicanti, che si trova in primo piano nel quadro. Nelle parole della curatrice della mostra, Bożena Anna Kowalczyk: “un’immagine altamente sofisticata, irreale nelle proporzioni dei monumenti e nelle distanze, ma di grande bellezza.”

E qui torniamo alla domanda con cui abbiamo aperto l’articolo: per rappresentare la realtà del mondo preferiamo un pittore o un topografo, un artista o un geometra? La risposta, visti i risultati e soprattutto considerati i procedimenti e le strumentazioni utilizzate, sembra essere meno netta del previsto. Svelato il mistero dell’utilizzo “creativo” di uno strumento di conoscenza oggettiva come la camera ottica opteremmo per un tipo particolare di artista, come appunto Bellotto e Canaletto, che abbia fatta sua un’impostazione come quella qui ben descritta:

“Quelli che s’innamorano della pratica senza la scienza, sono come i nocchieri che entrano in naviglio senza timone o bussola, che mai hanno certezza dove si vadano. Sempre la pratica dev’essere edificata sopra la buona teorica, della quale la prospettiva è guida e porta, e senza questa nulla si fa bene” . Leonardo da Vinci – Trattato della Pittura, parte seconda - 77. Dell'errore di quelli che usano la pratica senza la scienza.

 

Cover: Antonio Canal, detto il Canaletto, Campo santi Giovanni e Paolo, 1738 ca, olio su tela, 46,4x78,1 cm, Londra, Royal Collection. Prestato da Sua Maestà Elisabetta II e visibile nella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, dal 25 novembre 2016  al 5 marzo 2017 alle Gallerie d’Italia, Piazza della Scala, Milano.