C come cancro. E come carne

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La carne lavorata è cancerogena, la carne rossa non lavorata potrebbe esserlo.
Questo il risultato della nuova monografia dello IARC di Lione, l’Agenzia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che valuta la cancerogenicità delle sostanze. Al di là delle reazioni scontate (i vegetariani che esultano, gli amici della fiorentina che imprecano, gli oncologi intervistati sull’onda della notizia che minimizzano) cosa aggiunge il verdetto dello IARC a quanto già si sapeva? Poco sul lato pratico, molto su quello scientifico.
Da almeno dieci anni tutti i nutrizionisti si adoperano a consigliare un consumo moderato di carni rosse, e soprattutto di insaccati e scatolette, che parevano aumentare il rischio di alcuni tumori, oltre che di malattie cardiovascolari e diabete. Consigli ragionevoli, insomma, basati su alcuni studi. Non mancavano però diatribe e polemiche intorno alla certezza dei dati.

Di bello lo IARC ha questo: prende un pool di esperti che non hanno conflitti di interesse con l’argomento da trattare, e revisiona tutti gli studi più importanti. In questo caso 800. La monografia che ne esce, di solito dopo parecchi mesi di lavoro, è molto più solida dei singoli studi tirati da una parte e dall’altra nelle dispute.
Risultato: la carne rossa, come il bovino, il montone e il capretto, viene classificata dallo IARC come 2A: “probabile cancerogeno per gli umani”. La carne lavorata invece – hot dog, salumi, salsicce, carne in scatola e biltong (carne speziata, essiccata, marinata a di solito tagliata in striscioline, comune nell’Africa del Sud) – appartiene alla categoria 1: “cancerogena per gli umani”. Senza il forse.

Come a dire che se per la carne rossa le prove a disposizione sono limitate e lasciano qualche margine all’errore, nel caso della carne lavorata questo margine non c’è. Per fare un paragone, nella classe 2A troviamo a fare compagnia alla carne rossa, l’erbicida glifosato, l’inquinamento da biomassa e le radiazioni ultraviolette. Nella categoria 1 il tabacco e l’amianto. E i fumi da Diesel.
Mangiare carne aumenterebbe il rischio di contrarre un tumore al colon-retto, oppure, con minore certezza, al pancreas o alla prostata.
Difficile stabilire con chiarezza il perché di questo legame: la maggioranza degli studi esaminati, infatti, stabilisce correlazioni statistiche fra consumi e mortalità, mentre le indagini sui meccanismi sono più volatili. Le cause possono stare nella carne stessa (per esempio il contenuto di ferro da proteine animali), oppure nei metodi di cottura, soprattutto ad alte temperature, dove si sviluppano sostanze come gli idrocarburi policlicli aromatici, presenti anche nell’inquinamento. Oppure ancora nei metodi di conservazione. Difficile capire. Nel dubbio, suggerisce l’OMS, moderazione.

Ma quanto fa male mangiare carne? Infinitamente meno che esporsi ad amianto, e molto meno che fumare. La dimensione del rischio - che poi è l’unica cosa che conta - è infatti ben diversa. Per intenderci, se noi mangiassimo una media giornaliera di 50 grammi di carne lavorata avremmo un rischio aumentato di contrarre un tumore al colon-retto del 18%. Per 100 grammi di carne rossa quotidiani, invece, l’aumento sarebbe del 17%. Chi fuma un pacchetto di sigarette al giorno da vent’anni ha un rischio aumentato di prendersi un tumore al polmone del 1000%.

Anche in termini assoluti la differenza balza all’occhio: secondo il recente rapporto “Global Burden of Disease”, ogni anno nel mondo si stimano 34.000 morti attribuibili a una dieta ricca di carni trasformate, 200.000 da inquinamento dell’aria, 600.000 da alcol, un milione da fumo di tabacco (solo per cancro). Mangiar carne quindi espone a un rischio basso a livello individuale, ma, visto il gran numero di persone nel mondo che mangiano carne lavorata, significativo in termini di salute pubblica” spiega il direttore della monografia IARC Kurt Straif.
Anche il direttore dello IARC Christopher Wild ha voluto rilasciare una dichiarazione, visto il prevedibile panico scatenato dallo studio: “I nuovi risultati confermano i consigli di ridurre  i consumi di carne. Certo la carne rossa ha un valore nutrizionale importante; quindi il nostro è un invito ai governi e alle agenzie sanitarie a tener conto nelle future raccomandazioni alimentari del bilanciamento fra rischi e benefici di una dieta a base di carne rossa”.

Fonte:
IARC Monographs evaluate consumption of red meat and processed meat 

Pubblicata anche sul Fatto Quotidiano il 27 ottobre 2015

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Commenti

ritratto di Luca Carra

E' utile ritornare sul rischio reale di cancro al colon perché la comunicazione che è circolata ha trasmesso anche senza volerlo un allarme in buona parte ingiustificato. Forse il modo migliore per esprimere il rischio in questo caso è il rischio cumulato in una vita. L'aumento del 18% va quindi messo in relazione con il rischio che ogni persona ha di sviluppare il cancro al colon in una vita (4,5%, dati USA). Quindi il 18% di rischio aumentato di chi mangia quotidianamente carne lavorata è il 18% di questo 4,5%. Quindi in chi mangia carne rossa lavorata il rischio di sviluppare cnacro al colon in una vita è del 5,3% circa (rispetto al 4,5%). un rischio moderato, direi trascurabile a livello individuale.

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Grazie, Obama!

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E’ giunta al termine una Presidenza, quella di Barack Obama, che lascerà il segno negli USA. Un segno importante nella ricerca scientifica e nell’innovazione tecnologica, in un Paese che negli ultimi 80 anni è stato all’avanguardia nella scienza e nella tecnologia.

Durante i suoi due mandati alla Casa Bianca, Obama ha fortemente enfatizzato la visione della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica come uno dei pilastri della leadership degli USA nel mondo. E ha effettuato, a sostegno, gesti significativi - come ricevere alla Casa Bianca Emily Whitehead, bimba di 6 anni guarita dalla leucemia grazie alle nuove terapie immunologiche - e scelte finanziarie anche coraggiose. Ad esempio, investendo miliardi di dollari per favorire la ricerca, attraverso finanziamenti competitivi, nel momento di più profonda crisi finanziaria. Andando, quindi, controtendenza.

Emily Whitehead, la bambina di 6 anni, guarita dalla leucemia grazie alle nuove terapie immunologiche, ricevuta alla casa Bianca da Obama. Di fianco, la... giustifica per l'assenza da scuola

Questa mia percezione è stata confermata anche da alcuni amici, membri della National Academy, che hanno avuto modo di incontrare l’ormai ex Presidente USA personalmente.

Vale la pena ricordare le ultime due iniziative di Obama in questi ambiti. La prima è la Medicina di Precisione, che Obama ha non solo indicato come frontiera, ma anche concretamente sostenuto. Si tratta di una visione della medicina che incrocia le caratteristiche genetiche dell’individuo, lo stile di vita e l’ambiente in cui vive, e che utilizza i progressi della genomica per identificare strategie preventive e terapeutiche più efficaci e personalizzate. Una sfida che richiede l’integrazione di competenze diverse - medici, medici-ricercatori, ricercatori preclinici, tecnologie avanzate - al servizio del paziente. La “Precision Medicine Initiative” di Obama, annunciata nel 2015, ha visto un investimento di 215 milioni di dollari nel 2016: nel giro di poco tempo, dunque, si è passati da un annuncio di visione all’implementazione di azioni a sostegno.

La seconda iniziativa è l’operazione “Moonshot”, balzo sulla luna, per accelerare la ricerca sul cancro e trovare nuove cure per questa malattia che rappresenta, appunto, la luna da conquistare grazie all’avanzamento delle conoscenze, significativo negli ultimi 30 anni, ad esempio nel settore dell’immunologia e immunoterapia. Al lancio del Cancer Moonshot, sono seguiti una serie di finanziamenti e di azioni concrete, guidate dal vicepresidente Joe Biden, mirate non solo a rendere disponibili per i pazienti nuove terapie, ma anche a migliorare la capacità di prevenire il cancro e diagnosticarlo in fase precoce. E’ stata inoltre creata una task force di esperti, composta da alcuni dei migliori cervelli degli USA, che ha indicato le nuove sfide del settore ed una serie di azioni da intraprendere per raggiungere l’obiettivo Cancer Moonshot.

L’eredità che lascia Obama, dunque, dal punto di vista della ricerca scientifica per la salute è un’eredità di visione e di scelte - coerenti per contenuto e tempistica - mirate a realizzarla concretamente. Ci auguriamo che le prossime amministrazioni negli USA continuino sulla stessa linea. Per il bene di tutti.

Questa riflessione sulle scelte della presidenza Obama non può non farci interrogare su quanto accade nel nostro Paese. L’orizzonte tracciato negli USA è quello in cui dobbiamo muoverci anche noi. Per ora, siamo purtroppo sostanzialmente fermi al palo, ma non è troppo tardi: abbiamo un patrimonio di risorse intellettuali e di passione, nei nostri giovani, che ci consentirebbe al di fare un “moonshot” sul cancro e, più in generale, sulla ricerca scientifica. Dobbiamo quindi raccogliere la sfida che Obama ha lanciato: visione, scelte e sostegno economico alla ricerca. Per il futuro del nostro Paese.

Pubblicato su La stampa il 15/1/2017.