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L’impresa sportiva ai tempi del dominio tecnologico

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Chissà cosa penserebbe Spiridon Louis, vedendo le scarpe ultratecnologiche degli attuali maratoneti. Proprio lui che nel 1896, anno della prima Olimpiade dell’era moderna, vinse la maratona, la gara più affascinante, indossando delle scarpe che gli avevano regalato i suoi compaesani.

Le innovazioni tecnologiche che, negli ultimi anni, hanno investito il mondo dell’atletica, del nuoto e dello sport in generale, pongono insidiosi quesiti su quanto queste influiscano sulle prestazioni degli atleti e su dove si trovi il confine tra lecito e non lecito. E se da un lato è un bene che non si gareggi più a piedi nudi, dall’altro le progressive e costanti frantumazioni di record in varie discipline tirano in ballo direttamente il ruolo della tecnologia e delle migliorie apportate per agevolare risultati eccellenti e primati mondiali.

Il caso simbolo dell’innovazione tecnologica applicata al mondo dello sport è Oscar Pistorius. Il velocista sudafricano dotato di due protesi di carbonio al posto delle gambe che, dopo aver sfiorato la partecipazione alle Olimpiadi di Pechino del 2008, calcherà la pista d’atletica dello stadio di Londra per gareggiare con la pettorina del Sudafrica alle prossime Olimpiadi. E sebbene il Tribunale Atletico Sportivo lo abbia autorizzato, nel 2008, a partecipare a qualunque tipo di competizione sportiva, restano i dubbi su quanto le protesi possano avvantaggiare il velocista sudafricano.

Lasciando da parte le polemiche legate a Pistorius e circoscrivendo il discorso ai soli atleti normodotati, possiamo notare che nanotecnologie, fibre di carbonio e altri materiali sintetici siano ovunque e condizionino in modo decisivo le prestazioni dei singoli atleti. Ad esempio, proprio il carbonio ha una struttura atomica molto solida che permette di realizzare racchette da tennis, mazze da golf e altre attrezzature sportive rendendole resistenti e leggerissime. Ci sono, dunque, nello sport, dei settori privilegiati in cui la ricerca scientifica trova immediate applicazioni. Si è già detto dell’atletica (basti pensare che le fibre di vetro, con cui sono costruite le attuali aste per il salto con l’asta, hanno elevato di oltre due metri l’asticella da superare), ma anche il nuoto, con i costumi hi-tech, si è servito dei progressi scientifici per migliorare le prestazioni in vasca (dal 2008 al 2010 sono stati sgretolati decine di record, tanto da accomunare i “super-costumi” alla stregua del doping). E poi ci sono le straordinarie biciclette aerodinamiche in Kevlar, leggere e velocissime e le racchette da tennis con le corde in alluminio che consentono di colpire la pallina con maggior forza e precisione.

La presenza massiccia delle nuove tecnologie nell’universo sportivo rischia, però, di minare alle fondamenta il fascino del gesto atletico e dello sforzo agonistico. I nuovi materiali e le tecnologie più avanzate, sebbene migliorino lo spettacolo e le prestazioni, contribuendo in alcuni casi anche a rendere lo sport più sicuro, assurgono spesso a protagonisti quasi assoluti del momento sportivo. Il dominio della tecnologia è talmente decisivo in alcuni sport che si è parlato di “doping tecnologico”. Quanto sono condizionate dai costumi le prestazioni da record dei nuotatori? Quanto influisce sulla traiettoria del pallone il nuovo materiale di cui è fatto? E, soprattutto, gli apporti tecnologici alterano il risultato tanto quanto le tradizionali sostanze dopanti? Per il momento si tende a restare cautamente scettici e conservatori, privilegiando (almeno a parole) una intromissione non traumatica della tecnologia nello sport. Ecco che quindi il caso Pistorius e quello dei super-costumi dei nuotatori marcano il limite oltre il quale non si può andare, almeno nell’opinione pubblica.

Tuttavia, nonostante gli accorgimenti mirati e circoscritti e la costante attenzione a valutare quanto siano lecite le innovazioni, la prospettiva fantascientifica di un atleta bionico, oggi appare sempre meno utopica.

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Agamben e le insensatezze sulla dittatura telematica

Viviamo sotto dittatura telematica, le tecnologie digitali producono comunità fantasmatiche, i prof che fanno didattica a distanza sono come i docenti che giurarono fedeltà al Fascismo, ecc. ecc. Se, come dice Giorgio Agamben, il problema è la “barbarie tecnologica” che svuota le aule e sfibra lo studentato, c’è da chiedersi perché insieme alla didattica a distanza non abolire anche la scrittura e i libri. Niente distanzia più della tecnologia alfabetica e di quella tipografica.
Crediti immagine: Pexels/Pixabay. Lienza: Pixabay License

È vero che il buon senso non produce buona filosofia, ma ciò non significa che per produrre buona filosofia bisogna necessariamente dire qualcosa di insensato. Pare che invece che Giorgio Agamben voglia dimostrarci il contrario, e poiché non è certo un Diego Fusaro la cosa stranisce un po’. Eppure bisogna resistere ai resistenti, evitare di essere apodittici (anche perché non ce lo possiamo permettere), e provare a trarre dalle argomentazioni degli apocalittici utili spunti per gettare luce su quel che accade intorno a noialtri ingenui integrati.