Il processo di Bologna, dieci anni dopo

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Nei giorni scorsi presso l’Università di Bologna si è svolta una serie di eventi internazionali per il XXII anniversario della firma della Magna Charta Universitatum, il documento che enuncia i principi fondamentali di libertà di pensiero, di conoscenza, di ricerca e di insegnamento dell’università e per il decennale del “Bologna Process”, la riforma degli atenei europei suddivisa per cicli (laurea triennale, specialistica e dottorato), più nota come il 3+2.

È stata questa l’occasione per una riflessione più ampia sull’intero processo di integrazione e internazionalizzazione dell’accademia in Europa e nel mondo, messo in moto dall’ex rettore Fabio Roversi Monaco, quando, il 18 settembre 1988, venne firmato dai rettori delle università europee, riuniti a Bologna per celebrare il nono centenario dell’Alma Mater Studiorum, il documento che oggi è sottoscritto da 660 università di 78 paesi e che ha visto aggiungere la firma da parte di altri 62 nuovi atenei nelle giornate del 16 e 17 settembre. Il processo, attivato poi nel giugno del 1999, quando 29 ministri europei dell’istruzione superiore ratificarono la Dichiarazione di Bologna, oggi coinvolge 46 paesi, non solo europei, e alcune organizzazioni internazionali, con l’impegno di armonizzare i sistemi universitari in Europa.

In particolare l’incontro del 15 settembre dal titolo “Bologna 2010 – Lo Spazio europeo dell’istruzione superiore: proposte per il futuro”, organizzato insieme al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e Ricerca, si è aperto con i saluti del Rettore dell’Università di Bologna, Ivano Dionigi, della Coordinatrice per le Relazioni internazionali della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, Stefania Giannini, con le relazioni del Presidente Onorario dell’Osservatorio della Magna Charta, Fabio Roversi Monaco, e dell’Ambasciatore Sergio Romano. Nelle tre tavole rotonde sono intervenuti rappresentanti del Parlamento europeo, come l’On. Luigi Berlinguer, ex ministro e fondatore del Bologna Process, dell’European University Association, di esponenti di istituzioni italiane e internazionali, con l’intento di mostrare luci ed ombre, successi e difficoltà della riforma della formazione universitaria e più in generale della cultura nella prospettiva di una concreta integrazione europea oltre quella economica o politica.

La domanda: che senso o valore ha la costruzione di uno spazio europeo dell’istruzione superiore, oggi appare più stringente rispetto a dieci anni fa a causa del momento particolare che sta vivendo l’Europa per le crisi economica, finanziaria, sociale, in parte legate alla globalizzazione; per le grandi sfide costretta ad affrontare, prima tra tutte le migrazioni dal Sud e dall’Est; infine per certi attacchi che vengono dall’altro Occidente ovvero da alcuni commentatori statunitensi, che vedono l’Europa ormai al tramonto. Urgente e inderogabile risulta l’impegno dei vari soggetti coinvolti alla realizzazione della costruzione dello Spazio Europeo per superare e rimuovere gli ostacoli che ancora si frappongono alla piena e condivisa cooperazione universitaria europea.

L’apatia e il disinteresse - in Italia anche dei media - verso il Bologna Process possono bloccare il grande sforzo di convergenza dei sistemi universitari dei paesi partecipanti e di conseguenza frenare la formazione di una identità culturale europea.   

La massima di Sallustio concordia parvae res crescunt; discordia maximae dilabuntur (nell'armonia anche le piccole cose crescono, nel conflitto anche le più grandi si perdono) è un invito a ricercare l’armonia dal confronto delle idee, dal dialogo, anche acceso, tra i diversi protagonisti interessati per evitare in questo momento di disorientamento che entri in crisi l’idea generale della positività dell’intero processo.

In questo senso allora il Convegno del 15 e le altre iniziative della settimana, non solo hanno ricordato e celebrato le ragioni del Bologna Process – per cui indietro non si torna – ma soprattutto hanno discusso il complesso dei fattori in gioco per rilanciare nuove sfide.

Pertanto, continuare a lavorare per la costruzione di uno Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore, analizzandone i punti di criticità e di successo, significherà innanzitutto migliorare un modello europeo dell’Istruzione Superiore competitivo, cui il resto del mondo guarda con interesse come esempio di cooperazione transfrontaliera; in secondo luogo promuovere una formazione universitaria che risponda alle esigenze del mercato del lavoro per far fronte al rallentamento della crescita economica; in terzo luogo, proporre un sistema di istruzione che pone la centralità dello studente, e che fa propria la necessità di coniugare l’incentivazione dei migliori con una formazione di qualità a molti.

Ma c’è di più: sviluppare lo Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore, inteso come spazio di incontro tra esperienze differenti, come aggregazione di storie diverse, resa possibile anche dalla promozione della mobilità di studenti e docenti, vorrà dire soprattutto realizzare in concreto la consapevolezza di una identità culturale europea, oltre i confini nazionali, che non è determinata secondo una logica verticale, ma che si costruisce in modo orizzontale attraverso pratiche relazionali e condivisione di intenti.

In questo senso, allora, il Processo di Bologna e lo Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore contribuiscono in modo significativo alla crescita di quella integrazione culturale europea, pur nel riconoscimento e rispetto delle differenze nazionali – si sa l’Europa è una e molteplice – alla definizione di quel canone culturale e quindi di quell’ethos di cui l’Europa ha bisogno per riconoscersi e per farsi riconoscere dalle altre realtà internazionali. 

Allora sì l’Europa continuerà a ricoprire il ruolo che le spetta davanti ai due colossi dell’età globale – quello americano e quello asiatico – e continuerà ad essere protagonista della storia.

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