Finanziamenti per la matematica italiana

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Il Consiglio delle Ricerche Europeo (European Research Council, ERC) ha reso pubblici di recente i nomi dei vincitori del bando per i “Grants 2011”. Si tratta di 480 scienziati, di tutte le materie, tra cui verranno ripartiti 670 milioni di euro. Per quello che riguarda l'Italia, da alcuni punti di vista l'analisi dei risultati conferma situazioni ben note - ad esempio, l'Italia ottiene un ottimo terzo posto nella classifica per nazionalità dei vincitori (49), superata solo da Germania (83) e Regno Unito (57); per quello che riguarda invece le sedi in cui i progetti saranno portati avanti, il nostro paese risulta quinto con 28 istituti (a fronte dei 124 britannici, 64 tedeschi, 57 francesi e 47 olandesi), confermando il ben noto fenomeno della fuga dei cervelli.

In Matematica, l'ERC ha assegnato un totale di 23 finanziamenti su base europea – tra questi, l'Italia ne ha conquistati 5, risultando prima in assoluto di fronte a Germania e Francia con 4 e Regno Unito con 3. Di questi 5 Grants, 3 vengono dal Dipartimento di Matematica di Tor Vergata, che già nei precedenti bandi ne aveva ottenuti altri 2. In particolare, sono risultati vincitori Filippo Bracci (finanziamento di 700 mila euro per uno studio sulle relazioni tra equazioni di evoluzione e la geometria), Domenico Marinucci (1 milione e 193 mila euro per uno studio sui metodi probabilistici con applicazioni alla cosmologia), Enrico Valdinoci (850 mila euro per uno studio sulle proprietà geometriche e le simmetrie delle transizioni di fase).

Il Dipartimento di matematica di Tor Vergata è risultato pertanto nell’edizione 2011 la struttura in assoluto con più docenti finanziati nel campo della Matematica in Europa. Nei precedenti bandi erano risultati vincitori anche Carlangelo Liverani (per uno progetto su sistemi dinamici e leggi macroscopiche in termodinamica) e Roberto Longo (per uno progetto su algebre degli operatori e teoria quantistica dei campi). Questi successi, in realtà, confermano altri riconoscimenti internazionali precedentemente ottenuti, come per esempio il fatto che il Dipartimento sia stato annoverato tra le 20 strutture di eccellenza in Europa per la Matematica negli excellence rankings del Centre for Higher Education del 2007 e del 2010. Ma qual è il segreto del successo, se così si può dire, di un complesso accademico così ben funzionante?

«Credo che questi risultati siano il frutto di una attenta politica di internazionalizzazione e perseguimento della meritocrazia» spiega Domenico Marinucci, direttore del Dipartimento. «Ad esempio, il Dipartimento negli anni ha cercato di sfruttare al massimo gli strumenti legislativi per il reclutamento di docenti stranieri, ed include quindi all’interno del suo corpo docente professori ordinari di nazionalità inglese, olandese, tedesca, rumena, ungherese ed argentina, oltre a numerosi docenti italiani rientrati da posizioni accademiche in istituzioni estere (tra cui 3 dei 5 vincitori). Il corpo studentesco a livello di dottorato è ancora più variegato».

Sul piano organizzativo, il Dipartimento di Matematica di Tor Vergata ha poi radunato sin dalla sua costituzione tutti i docenti di discipline matematiche dell’Ateneo, a prescindere dalla Facoltà in cui essi svolgono la propria attività didattica. Una struttura organizzativa che ha comportato un duplice vantaggio: da un lato ha permesso il raggiungimento di una ‘massa critica’ in molteplici aree di ricerca, dall’altro ha evitato la formazione di strutture più piccole, che avrebbero inevitabilmente comportato un maggiore rischio di autoreferenzialità.

«La politica interna del Dipartimento prevede l’uso di criteri meritocratici ovunque questo sia possibile, a partire dalla ripartizione dei fondi di ricerca – continua Marinucci -. I finanziamenti ottenuti vengono in larga parte utilizzati per l’assunzione di giovani ricercatori mediante contratti post-docs. Per garantire la massima qualità dei candidati, il reclutamento avviene di norma attraverso competizioni internazionali pubblicizzate sui siti statunitensi di ricerca di lavori accademici per matematici (www.mathjobs.org). Tutto ciò richiede un notevole sforzo organizzativo, soprattutto a causa di una legislazione quanto mai farraginosa: possono essere necessari mesi di lavoro semplicemente per ottenere il permesso di soggiorno per il vincitore del concorso».

Siamo di fronte a scelte strategiche che, a quanto pare, cercano di assicurare una certa ‘messe’ di cervelli al complesso della struttura. Cervelli che poi vengono trattati con la massima cura. «Il Dipartimento fornisce il massimo supporto logistico a quelli che si siano aggiudicati dei grants, sia in termini di spazi e strutture, sia, ad esempio, garantendo l’accesso prioritario a periodi sabbatici. L’obiettivo è creare le condizioni ambientali che garantiscano al maggior numero possibile di docenti gli incentivi e la fiducia necessari a partecipare ai bandi successivi, nonostante la concorrenza sia molto agguerrita e l’impegno necessario per presentare una domanda di finanziamento non vada sottovalutato» aggiunge Marinucci.

La valorizzazione della ricerca, infine, sembra essere un’ulteriore "ingrediente" chiave per la ricetta di questo successo nostrano. «Sviluppare un’atmosfera generale in cui i risultati della ricerca siano riconosciuti e rispettati da tutti è forse il fattore più importante. Si crea in questa maniera un circolo virtuoso in cui tutti sono stimolati a dare il meglio di sé ed ad indirizzare le proprie energie verso obiettivi scientifici, evitando sentimenti di rassegnazione che potrebbero apparire naturali in un contesto difficile come quello attuale» conclude Marinucci.

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Il delirio di onnipotenza di un medico di campagna

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Il film di Thomas Lilti Il medico di campagna, da tempo nelle sale cinematografiche, racconta di un dottore della provincia francese che esercita, indefesso, il suo mestiere oscuro ed eroico, perfino quando gli viene diagnosticato un tumore al cervello, elargendo consigli di salute e di vita, conforto e speranza e avendo in odio il lavoro di gruppo, i computer e gli ospedali stessi. Infatti, vede come un’ingerenza la collaborazione che gli offre una collega, scrive a mano appunti sui malati che poi cela gelosamente dove lui solo sa ritrovarli e preferisce mantenere i suoi assistiti lontano dalle corsie.

Poiché ogni film è un’opera d’arte, il suo autore ha il diritto di disegnare il protagonista come meglio crede e anche di circondarlo di un’aureola di santità; non è, però, un bene, per il pubblico coltivare la convinzione che gran parte dei guai della sanità italiana sarebbero ridimensionati, se tutti i medici di famiglia assomigliassero al dottor Jean-Pierre Werner.

E’ vero: la maggior parte degli spettatori (così come dei critici cinematografici) è composta da pazienti potenziali o effettivi che possono desiderare di ricevere le cure di un medico/genitore al punto di perdonargli il paternalismo e l’autoreferenzialità che fanno da contorno.

Chi, però, ha alle spalle più di 35 anni di medicina di famiglia, guarda alla figura del collega cinematografico con maggiore senso critico: sono tanti i colleghi coetanei che, come il dottor Jean-Pierre, hanno praticato, nei primi anni del loro ingresso nel Servizio sanitario, una medicina senza orari, senza tregua, senza prezzo, che, però, era, al contempo, una medicina senza confronto tra pari, senza una registrazione dei dati cui altri (sostituti, successori, medici ospedalieri) potessero accedere e, in definitiva, senza concessione al paziente del primato sulla sua salute.

L’esercizio eroico della medicina ha sempre un fascino irresistibile: lo testimoniano il moltiplicarsi delle serie televisive a partire da quella sulla famosa Emergency Room del County Hospital di Chicago, dove tutti i momenti si facevano respirare gli asfissiati con la tracheotomia, ripartire cuori in arresto (“libera!”) e nascere bambini in presentazione podalica. Due veri medici di Pronto Soccorso, A Ross e H Gibbs, consulenti di Michael Crichton per la sceneggiatura di ER, hanno poi scritto in un libro che l’altruismo dei personaggi era realistico, ma che “se i dottori si comportassero così nel mondo reale, emergerebbero gravi responsabilità e seri grattacapi che farebbero venire gli incubi agli amministratori”.

L’altruista medico di campagna francese che sfida gli elementi della natura, i dissesti stradali e la propria caducità per lenire le altrui sofferenze, ha un modello di riferimento nel libro “Appunti di un giovane medico” di Michail Bulgakov. Si tratta di una raccolta di otto avvincenti racconti autobiografici che narrano il cimento con la malattia e con la morte di un neolaureato del 1916 mandato a coprire un posto vacante in un remoto governatorato russo, dove riscuoterà la riconoscenza dei suoi molti beneficati

Nel film, il figlio del medico di campagna, dice: “Mio padre, da queste parti, è come un dio che regge le sorti della comunità; quando non ci sarà più, anche la comunità finirà”. Ma i medici di famiglia proiettati nel futuro, che non intendono affatto abdicare alla cura della persona anche nei suoi aspetti psicologici e sociali, sanno, invece, che l’interesse del paziente sta nell’essere trattato non solo con il maggior calore umano, ma con la miglior certezza scientifica e con le più avanzate tecnologie disponibili.

Nessun medico di buona volontà, solo in mezzo a un campo, è in grado di salvare un uomo con l’arteria femorale tranciata, come fa credere il film: per fare il miracolo occorre un efficiente 118 e un chirurgo vascolare con annessa sala operatoria.

E quando un medico lascia la professione, per pensionamento o peggio, nessuna comunità dovrà estinguersi o patirne, se egli avrà lasciato, a chi lo rimpiazza, cartelle cliniche dettagliate ed esplicative e pazienti che confidano non nella sua persona, ma in una medicina responsabile e in una sanità realmente democratica.