E' possibile controllare le reti?

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Quando il genere umano starà per estinguersi, una potente organizzazione potrebbe affrettarsi ad archiviare tutto quello che si sa di ciascun animale, persona e cosa che sia stata di passaggio sul nostro pianeta. Questo è il futuro immaginato da Italo Calvino nel racconto La memoria del mondo. Stupisce che oggi questo futuro non si allontani dal vissuto quotidiano di un numero sempre maggiore di persone impegnate ad annotare attimi e ricordi nel web, in una cronologia istantanea della propria esistenza. Come se non bastasse, il direttore del centro di documentazione presentato da Calvino non si limita ad annotare le storie che raccoglie. Le idealizza. Le trasfigura in narrazioni perfette. Ancora una volta, proprio come nel nostro presente di scrittori digitali, di utenti Facebook e Twitter, di blogger, non siamo solamente preoccupati di lasciare un’impronta nel cyberspazio, ma siamo intenti a raccontare la più bella tra quelle possibili.

Tutto questo non è fantascienza, ma Web 2.0. È lo stato dinamico della rete, in cui fioriscono applicazioni online che permettono uno spiccato livello di interazione tra il sito web e l’utente. Il quale non si limita a fruire dei contenuti multimediali, ma ne diventa il creatore, sostenuto da una tecnologia in grado di renderlo attivo ovunque si trovi. Smartphone, tablet, netbook, adeguatamente equipaggiati per il miglior sevizio di reportage, rendono ognuna delle nostre vite un irripetibile fatto di cronaca. Il risultato è che questo nuovo approccio alla rete - ma poi e soprattutto all’esistere in generale - ne evidenzia la connaturata dimensione sociale, quella della condivisione e dell’iniziativa personale. Dell’autorialità, a dispetto dell’autorità. Proprio come accade in ogni rete che si rispetti. 

La teoria delle reti ci spiega che tutto è rete. Da Internet alle interazioni tra proteine nelle cellule, passando per i mercati finanziari e per i nostri entourage, tutto può essere interpretato come nodi interconnessi. Ogni computer, cellulare, amico, investimento e proteina è un nodo. I legami sono le associazioni tra nodi. E tutte le reti che incontriamo, da quelle per il reclutamento nei movimenti politici ai social network, sono matematicamente simili. O meglio, condividono topologie ed evoluzioni comuni tali da suggerire alcuni metodi predittivi validi per tutte. Per esempio, il nodo con molte connessioni è sempre privilegiato nell’acquisirne di nuove. Oppure, tendenzialmente, le reti sono spesso l’esito di un’autorganizzazione di tanti comportamenti individuali privi di un’autorità centrale. Diventando una buona approssimazione della tanto agognata democrazia. O almeno, la disponibilità di strumenti come i social network, stanno costruendo una valida occasione per esercitarla. Ora, noi occidentali abituati a società democratiche – o in parvenza tali – proprio come l’anonimo direttore calviniano, possiamo permetterci di scegliere cosa pubblicare e cosa no. Di generare il perfetto io virtuale, il prodotto di una premium selection delle nostre giornate, e ci permettiamo il lusso di non soffermarci sulla legittimità dei contenuti, sfruttando tutti i vantaggi della rete. Ma non è così ovunque. Le nostre libertà esasperate falsificano il reale nel web. L’esatto contrario esiste laddove è solo la rete, con la sua struttura necessaria, impalpabile ed autonoma, a veicolare la verità. Ad esempio quando viene taciuta delle dittature.  

Questo è quanto accaduto nei Paesi MENA (Middle East and North Africa) che, dal 2009 a questa parte, sono stati travolti da ondate rivoluzionarie destinate a rovesciare regimi pluridecennali divorziati dalla realtà dei proprio cittadini. E in cui i new media hanno indubbiamente servito la controinformazione e catalizzato le forme più tradizionali di attivismo. Poi, dei primi, si è cercato di misurarne il preciso contributo. La promessa era quella di rimandare l’analisi dopo la caduta delle dittature. Pochi la stanno mantenedo, forse proprio perchè è stato un fenomeno troppo composito, a livello geopolitico e sociale, e insitamente tecnologico, per essere ridotto a una risposta binaria. Ma è possibile separare la questione lungo due piani d’analisi.

Il primo piano ha cercato di rilevare come i new media abbiano cambiato il modo di fare comunicazione, in uno spazio tragicamente di confine, diviso tra l’esempio occidentale di liberalismo informativo e la stampa ufficiale controllata dal regime. Lungo questo fronte si è destato l’interesse del giornalismo moderno, una volta catturato dal fatto che il materiale caricato su blog, social network e piattaforme di condivisione di foto e video, è stata, censura permettendo, una delle maggiori fonti di informazione degli eventi della primavera araba. Grazie a questi sistemi, canali satellitari internazionali, come la BBC, o le TV satellitari panarabe Al-Jazeera e Al-Arabiya, hanno fornito aggiornamenti costanti sull’evolversi della situazione nei Paesi interessati dalle proteste, superando il fronte di smistamento istituzionale. E moltissime informazioni non provenivano dagli inviati “tradizionali”, bensì dai tweet postati dai manifestanti. 

La stessa attenzione delle autorità governative nei confronti delle minacce provenienti dalla rete è indicativa della loro effettiva penetrazione. Il reparto di polizia informatica, egiziana e tunisina in particolare, ha mantenuto uno stretto controllo sull’attività di tanti blogger presenti nel Paese, che hanno poi intensamente animato le proteste in piazza. È il caso di Kamil, uno studente universitario grazie al quale l’attivismo in Egitto ha mosso i primi passi dopo che il giovane aveva riversato nel suo blog la frustrazione per essere stato percosso dai poliziotti durante un viaggio in treno. La realtà diventa pigramente catturabile con un telefonino? In uno stato di regime anche la pigrizia serve. Le rimostranze di Kamil hanno incontrato un’audience particolarmente ricettiva, sensibilizzata da anni ai soprusi del governo e sofferente l’instabilità politica, tra le più alte dei paesi MENA (fonte: Equilibri.net). E questo ci sposta sulla seconda linea di analisi, quella che si chiede se i new media abbiano cambiato il modo di fare politica. Sempre in Egitto, episodi analoghi a quello di Kamil hanno incominciato a essere discussi in rete, anche esponendo gli utenti al pericolo di essere arrestati e torturati. Poi la rabbia popolare si è infiammata quando Halid Muhammad Sa’id, il 6 giugno 2010, venne ucciso, dopo essere stato arrestato peraltro in un internet cafè. Allora, l’azione di protesta nota come cyber-attivismo, che si era servita dei social network per darsi una struttura, è scesa in piazza. Non ha esaurito il proprio mandato via etere, ma ha funzionato da detonatore per le dimostrazioni di fine gennaio 2011.

L’analisi politica è evidentemente più tortuosa, e si corre il rischio di confonderla con un tema caro all’Occidente come quello della comunicazione sociale e dei suoi sviluppi democratici permessi dai network, producendo un’immagine falsata sia di quella che è stata la reale volontà della società civile presa nel suo insieme, sia della realtà di protesta vista a tutto tondo. Nei paesi MENA le utenze Internet sono maggiormente concentrate nell’area urbana, e questo ha convogliato l’attenzione mediatica nelle grandi città come Il Cairo, Alessandria e Tunisi, producendo inevitabilmente uno spaccato imparziale dei moti rivoluzionari. L’uso di Internet, inoltre, presuppone non solo un tenore di vita sufficientemente alto da poterselo permettere, ma sopratutto un minimo livello di alfabetizzazione. Proprio in Egitto e in Tunisia si registrano alti tassi di analfabetismo: il 28% per il primo, e il 25.7% per la seconda. 

È possibile valutare l’impatto di un’innovazione tecnologica sulla sfera politica quando il digital device e l’istruzione sono problemi in questi paesi? Non sarebbe democratico. Sotto questa luce, il cyberattivismo diventa l’imprimatur di una serie di movimenti che sono andati consolidandosi, e che, esistendo da anni, hanno trovato nell’ideologia della rete l’autorizzazione alla denunicia. E nel potenziale tecnologico lo strumento per condurla. In una dittatura, politica e comunicazione, sono intrecciate come rovi. Questo rende il bilancio opaco. Il confine tra i nostri due piani di analisi è confuso e se ne crea un terzo. I new media stanno cambiando il modo di fare dittatura?
In letteratura, questo piano è noto come “il dilemma del dittatore”. I governi diventano essi stessi schiavi dell’inevitabile interdipendenza di più di una rete, perchè la globalizzazione e i mercati sempre più interconnessi li obbligano a una scelta. Accettare di perdere il controllo diretto su questo tipo di telecomunicazione oppure mantenerlo e rischiare l’isolamento. 
Il primo caso si attua quando i principali gruppi economici di questi paesi necessitano di essere presenti sul mercato, se vogliono continuare a fare affari. I governi sono quindi costretti a introdurre barriere di diversa natura per limitare l’attivismo degli utenti, perchè non possono rinunciarvi neanche loro per fini economici. E allora, cosa staranno archittettando? Se invece i regimi decidessero di non aprirsi, l’unica soluzione sarebbe quella di creare una realtà totalmente chiusa, come accade per esempio in Corea del Nord. La scienza delle reti ci insegna che è sufficiente disabilitare i nodi principali di connessione per farlo, ma facendolo ci sarebbero delle forti conseguenze per le stesse economie nazionali. È dunque il valore assunto dalla variabile della scelta a creare la circostanza di una dittatura, in cui Internet può avere una minore o maggiore penetrazione.

Quindi, vedremo nascere dittature 2.0, o la rete è un prodigio matematicamente troppo complesso perchè il monopolio dell’uomo possa dominarla? Le reti non sono sistemi lineari. La linearità richiede che gli elementi siano ciascuno indipendente, mentre la rete è una somma di nodi interdipendenti tra loro. Ne deriva una complessità che, tanto è maggiore, tanto più rende il sistema poco soggetto a un controllo totalitario. Che sia la volta buona che l’uomo capisca che, come in natura, i problemi complessi sono difficili da dominare? O rimarrà l’insanabile ambizione a provarci?

di Martina Zilioli

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