Amianto, mesoteliomi e Fibronit. I numeri della Lombardia

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La sentenza Eternit ha fatto giustamente rumore. Una decisione che il 19 novembre scorso ha cancellato in un secondo le speranze di chi esigeva che qualcuno pagasse per le numerose morti per asbestosi nella zona dove sorgeva quella che è stata da più parti definita la “fabbrica della morte”.
Eternit però non è certo un caso isolato. Di luoghi come Casale Monferrato in Italia ce ne sono altri, e uno di questi si trova nel pavese. Il paesino in questione è Broni, poco meno di 10mila abitanti, noto per aver ospitato dal 1932 fino al 1993 gli impianti della Fibronit, un'azienda leader nella produzione di cemento-amianto, seconda per dimensioni in Italia dopo Eternit. Attualmente anch'essa al centro di un processo che si sta svolgendo in rito abbreviato a carico di sette persone (l'ultima udienza si è svolta il 24 ottobre scorso) per presunto disastro doloso che avrebbe provocato nel corso degli ultimi 40 anni 433 morti per mesotelioma.

147 casi causati dalla Fibronit tra il 2000 e il 2011

Ma mentre il processo va avanti, procedono anche le ricerche per quantificare con sempre maggiore precisione l'impatto della Fibronit sulla salute dei cittadini di Broni e delle aree limitrofe.
Nuovi risultati in questo senso arrivano dal Dipartimento di Medicina Preventiva della Fondazione IRCCS Ca' Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, in cui è attivo dal 2000 il Registro Mesoteliomi Lombardia (RML), situato nella storica Clinica del Lavoro “Luigi Devoto”, che ha recentemente valutato l'impatto della lavorazione del cemento-amianto della Fibronit in relazione alla frequenza di mesoteliomi, non solo tra i 3455 lavoratori di cui 714 donne, ma anche nei loro familiari e nella popolazione dell'area circostante.
Un totale di 147 casi registrati di mesotelioma maligno (138 alla pleura e 9 al peritoneo) nella zona di Broni dal 2000 al 2011, metà dei quali dovuti a contaminazione ambientale (non solo a Broni ma anche a Stradella), un quarto all'esposizione sul luogo di lavoro e un quarto in famiglia. Lo studio è stato pubblicato recentemente sulla rivista Environment International.



“Una prima caratteristica di questo studio – spiega Carolina Mensi, responsabile del Registro Mesoteliomi Lombardia – è l'aver considerato i casi, non le morti, aspetto che permette una migliore analisi, dal momento che coinvolge sia i casi pleurici che peitoneali e quindi fornisce una casistica più ampia. Inoltre, rispetto agli studi condotti fino a ora nell’area di Broni (che hanno documentato oltre 100 decessi avvenuti nell’area in un arco di 30 anni), basati solo sulla residenza, grazie ai dati del Registro che per ciascun paziente raccoglie un questionario dettagliato, abbiamo potuto distinguere il tipo di esposizione, se avvenuta sul luogo di lavoro, in famiglia o se la contaminazione è stata solamente di carattere ambientale. Nel caso specifico di Broni, i 147 casi erano tutti legati alla presenza della Fibronit”.
Non mancano, purtroppo, come in altre aree lombarde, i casi di mesotelioma insorti in lavoratori di altre industrie della zona (ulteriori 57 casi – 47 uomini e 10 donne - registrati nello stesso periodo). Aggiunge Mensi: “Ci è sembrato importante realizzare questo studio in primo luogo per gli abitanti dell’area di Broni. Inoltre, abbiamo ricevuto sollecitazioni a pubblicare questi dati a livello internazionale dall’OMS (in Clinica del Lavoro è attivo un Centro Collaborativo OMS) - per sensibilizzare i Paesi che usano ancora l’amianto, come le Repubbliche ex-sovietiche e il Brasile, con cui abbiamo delle collaborazioni in atto”.

In Lombardia il picco è atteso nei prossimi anni

I dati aggiornati al 2011 sull'incidenza dei mesoteliomi maligni in tutta la Lombardia a partire dall'anno 2000 indicano in 4003 le persone colpite, 2550 uomini e 1453 donne. Si tratta di circa un quarto di tutti i mesoteliomi in Italia.
Ma il registro, oltre ad analizzare il passato, cerca di stimare quanti futuri casi di mesotelioma da amianto è lecito attendersi nei prossimi anni e le stime parlano di un totale di oltre 11 mila nuovi casi in tutta la Lombardia nel periodo 2000-2030, il che significa 7000 nuovi casi in aggiunta a quelli già verificati. “Questi dati, presentati al convegno dell’Associazione Italiana di Epidemiologia (Napoli, 5-7 Novembre 2014) sono basati su un modello statistico noto come 'età-coorte', che incrocia i dati dell'anno di nascita con quelli relativi all'età al momento della diagnosi. Nei prossimi mesi esploreremo altri tipi di modellistica per tenere conto del fatto che l’uso di amianto in Italia è cessato nel 1992 (e da allora l’esposizione è quindi solo ambientale) e presenteremo i dati al convegno mondiale ICOH 2015 a Seul” spiega Dario Consonni, uno dei ricercatori coinvolti nello studio.” Le previsioni ci dicono che il picco di casi potrebbe essere raggiunto già l’anno prossimo, dopo di che dovremmo assistere ad una riduzione del numero di mesoteliomi. “Dobbiamo ricordarci – – che in Italia al momento ci sono decine di migliaia di tonnellate di Eternit. Certo, la presenza di amianto non significa immediatamente esposizione. Gli elementi contenenti amianto devono essere deteriorati per essere effettivamente e direttamente pericolosi, ma in ogni caso è necessario che in Italia si proceda con rapidità sul fronte delle bonifiche. Ma è assolutamente necessario che le bonifiche vengano effettuate seguendo rigide procedure di sicurezza, per proteggere la salute dei lavoratori addetti alla bonifica e quella della popolazione. Questo in Lombardia è in atto grazie al costante monitoraggio effettuato da Arpa.

Il 23% ha causa ignota

“Sebbene il nostro studio cerchi di raccogliere e analizzare più dati possibile (abbiamo informazioni sull’esposizione per ben il 95% dei casi), rimane il fatto che il 23% dei mesoteliomi registrati in Lombardia ha ancora causa ignota, il che significa che al momento non abbiamo elementi oggettivi per stabilire se, dove e quando è avvenuta l'esposizione ad amianto” prosegue la Mensi. Un dettaglio non banale per questi malati, dal momento che solo per coloro i quali la contaminazione all'interno del luogo di lavoro è accertata possono richiedere un risarcimento (mentre alcuni Paesi come Francia, Giappone e Corea il riconoscimento riguarda tutte le persone affette dal mesotelioma.

Tuttavia, proprio i dati del Registro possono contribuire a nuove scoperte. “Spesso studiando le caratteristiche e le storie personali di questi casi di mesotelioma in cui la causa è ignota riusciamo a individuare delle correlazioni che prima non avevamo. Per esempio se notiamo che più persone colpite da mesotelioma hanno lavorato nello stesso periodo di tempo nella medesima azienda, grazie alla collaborazione dei Servizi Psal(Prevenzione e Sicurezza nei Luoghi di Lavoro) delle Asl andiamo a indagare l'impresa in questione per capire se l’amianto era utilizzato in qualche fase di lavorazione e/o era presente come coibente nei macchinari o negli edifici. In questo modo siamo riusciti a documentare numerosi utilizzi dell’amianto prima mai considerati. E di sicuro proseguiremo in questa direzione.” Conclude Consonni, “ma rimarrà sempre una quota di casi inspiegata, in cui ha probabilmente avuto un ruolo l’esposizione ambientale a fibre provenienti da materiali deteriorati. Questo è difficile se non impossibile da dimostrare sul piano individuale, ma grazie all’esistenza del Registro cercheremo di affrontare anche questo aspetto ancora aperto alla ricerca.”

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Il delirio di onnipotenza di un medico di campagna

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Il film di Thomas Lilti Il medico di campagna, da tempo nelle sale cinematografiche, racconta di un dottore della provincia francese che esercita, indefesso, il suo mestiere oscuro ed eroico, perfino quando gli viene diagnosticato un tumore al cervello, elargendo consigli di salute e di vita, conforto e speranza e avendo in odio il lavoro di gruppo, i computer e gli ospedali stessi. Infatti, vede come un’ingerenza la collaborazione che gli offre una collega, scrive a mano appunti sui malati che poi cela gelosamente dove lui solo sa ritrovarli e preferisce mantenere i suoi assistiti lontano dalle corsie.

Poiché ogni film è un’opera d’arte, il suo autore ha il diritto di disegnare il protagonista come meglio crede e anche di circondarlo di un’aureola di santità; non è, però, un bene, per il pubblico coltivare la convinzione che gran parte dei guai della sanità italiana sarebbero ridimensionati, se tutti i medici di famiglia assomigliassero al dottor Jean-Pierre Werner.

E’ vero: la maggior parte degli spettatori (così come dei critici cinematografici) è composta da pazienti potenziali o effettivi che possono desiderare di ricevere le cure di un medico/genitore al punto di perdonargli il paternalismo e l’autoreferenzialità che fanno da contorno.

Chi, però, ha alle spalle più di 35 anni di medicina di famiglia, guarda alla figura del collega cinematografico con maggiore senso critico: sono tanti i colleghi coetanei che, come il dottor Jean-Pierre, hanno praticato, nei primi anni del loro ingresso nel Servizio sanitario, una medicina senza orari, senza tregua, senza prezzo, che, però, era, al contempo, una medicina senza confronto tra pari, senza una registrazione dei dati cui altri (sostituti, successori, medici ospedalieri) potessero accedere e, in definitiva, senza concessione al paziente del primato sulla sua salute.

L’esercizio eroico della medicina ha sempre un fascino irresistibile: lo testimoniano il moltiplicarsi delle serie televisive a partire da quella sulla famosa Emergency Room del County Hospital di Chicago, dove tutti i momenti si facevano respirare gli asfissiati con la tracheotomia, ripartire cuori in arresto (“libera!”) e nascere bambini in presentazione podalica. Due veri medici di Pronto Soccorso, A Ross e H Gibbs, consulenti di Michael Crichton per la sceneggiatura di ER, hanno poi scritto in un libro che l’altruismo dei personaggi era realistico, ma che “se i dottori si comportassero così nel mondo reale, emergerebbero gravi responsabilità e seri grattacapi che farebbero venire gli incubi agli amministratori”.

L’altruista medico di campagna francese che sfida gli elementi della natura, i dissesti stradali e la propria caducità per lenire le altrui sofferenze, ha un modello di riferimento nel libro “Appunti di un giovane medico” di Michail Bulgakov. Si tratta di una raccolta di otto avvincenti racconti autobiografici che narrano il cimento con la malattia e con la morte di un neolaureato del 1916 mandato a coprire un posto vacante in un remoto governatorato russo, dove riscuoterà la riconoscenza dei suoi molti beneficati

Nel film, il figlio del medico di campagna, dice: “Mio padre, da queste parti, è come un dio che regge le sorti della comunità; quando non ci sarà più, anche la comunità finirà”. Ma i medici di famiglia proiettati nel futuro, che non intendono affatto abdicare alla cura della persona anche nei suoi aspetti psicologici e sociali, sanno, invece, che l’interesse del paziente sta nell’essere trattato non solo con il maggior calore umano, ma con la miglior certezza scientifica e con le più avanzate tecnologie disponibili.

Nessun medico di buona volontà, solo in mezzo a un campo, è in grado di salvare un uomo con l’arteria femorale tranciata, come fa credere il film: per fare il miracolo occorre un efficiente 118 e un chirurgo vascolare con annessa sala operatoria.

E quando un medico lascia la professione, per pensionamento o peggio, nessuna comunità dovrà estinguersi o patirne, se egli avrà lasciato, a chi lo rimpiazza, cartelle cliniche dettagliate ed esplicative e pazienti che confidano non nella sua persona, ma in una medicina responsabile e in una sanità realmente democratica.