C'è musica e musica
- 1989 letture
Un giovane musicista, Antonio Cicognara, ha espresso l’opportunità di promulgare un manifesto sulla musica, partendo dalla considerazione che nel Novecento la definizione di questa forma d’arte è divenuta perlomeno ambigua. Si sono avute infatti linee di creazione musicale che hanno innovato sui valori ereditati dal passato, legandosi alla tradizionale concezione che si ha della musica; e altre linee di innovazione più drastica dove i cardini classici sono stati largamente ignorati e sostituiti spesso da regole alternative per lo meno problematiche.
Le due direttive della musica del Novecento
La prima direttiva, che chiamerò “evolutiva”, rappresenta il genere di musica che io gusto tanto quanto Bach, anzi prediligo: in essa elencherei i lavori di R. Strauss, Stravinskij, Prokofieff, Shostakovich, Bartok, Janacek, Hindemith, Britten, Debussy, Ravel, Poulenc, De Falla, Rodrigo, vari del Nuovo Mondo (e di molti, molti altri ancora che un intenditore non avrà difficoltà a individuare). Qui si obbedisce al criterio stravinskijano che la musica debba piacere in sé e per sé.
La seconda direttiva ha come rappresentanti Schoenberg, Webern, la scuola di Darmstadt, Boulez, Stockhausen e seguaci vari che raggrupperò sotto il nome di postdodecafonici. Musica d’avanguardia, decisamente “trasgressiva” o perlomeno “problematica”. Il compositore György Ligeti ha parlato di musiche “entropiche” ossia vicine al rumore casuale. Per restare in termodinamica, a me piace chiamarle musiche “adiabatiche”, vale a dire incapaci di convogliare all’esterno significati ed emozioni, o un qualsiasi stimolo che non sia riservato ai soli addetti ai lavori. Roman Vlad ha parlato, in taluni casi, di “nuovo indebitamente anteposto al vero”.
Quasi un manifesto
Voglio riportare alcune significative idee di Cicognara, che motivano l’esigenza di un divorzio. Cerco di riassumere il suo pensiero:
«Molti specialisti si mostrano polemici in merito ad un insieme ben preciso – benché eterogeneo – di prodotti costituenti il grosso della cosiddetta musica colta contemporanea; tale produzione è quindi quantomeno problematica. In qualunque campo intellettuale, vale l’ovvio principio che nessuna delle diverse soluzioni esclusive proposte per risolvere una questione aperta può essere assunta come ufficiale. Pertanto, la produzione problematica che divide i musicisti non può più godere dell'aggettivo “musicale”; o comunque, alla volontà di conservare tale aggettivo dovrebbe corrispondere la dichiarata consapevolezza di intenderlo in tutt'altra accezione – per esempio, nella migliore delle ipotesi, sperimentazione o ricerca – piuttosto che quella da riservare al resto delle invenzioni musicali. Dunque, due arti dei suoni. Nell'ambito della produzione non problematica, si sperimenta da secoli che la comprensione del senso musicale è un fenomeno spontaneo di risposta all'ascolto, e che si manifesta in misura tanto dell'educazione personale, quanto della complessità della musica. C'è difetto in percezione di senso quando il brano è troppo complesso per il livello d'educazione dell'ascoltatore (il quale potrà tuttavia godere in seguito del brano se opportunamente educato all'ascolto). In ogni caso, l'educazione – sia essa elementare, sia essa avanzata – prepara sempre a un ascolto spontaneo: in tempo reale, l'ascolto è il solo processo necessario a godere del senso musicale. Se andiamo alla produzione problematica, essa resta priva di senso per un cospicuo numero di specialisti, che infoltiscono la schiera crescente degli scettici circa tale produzione. Allora la vacuità percepita dai primi può venire solo dal loro limitarsi all'ascolto; per contro, si deve pensare che i fautori ricorrono ad altri processi mentali di natura volontaria, senza i quali il brano risulta non significante e, sotto l'aspetto ideativo, banale. Non significante perché chi cerca un senso nei soli suoni, non lo trova. Banale perché, quando il senso non sta nel solo sistema di suoni (o si pretende che si formi a partire dalla notazione), i brani in questione hanno la stessa struttura significante di insiemi di suoni costruiti a caso: la loro supposta complessità sta sul piano soggettivo (gli intenti dell'autore, la partecipazione richiesta all'ascoltatore), ma non nel sistema musicale oggettivo. Oggettivamente, hanno la complicazione banale di strutture semantiche casuali.»
L’aspetto scientifico
Il discorso di Cicognara è una semplice constatazione fenomenologica e vale ancor più se si prende in considerazione il pubblico delle sale, privo di base professionale. Ma un amante della musica che sia anche aperto alla scienza non si accontenta di fermarsi a questo livello: sapendo che lo stimolo musicale rappresenta la sonda cerebrale oggi più utilizzata dalle neuroscienze in quanto implica un’attività cognitiva più complessa di ogni altra stimolazione, egli si pone almeno due interrogativi basilari. Primo, che cosa c’è, a livello dell’elaborazione cerebrale, nella musica “avanguardistica” che rende arduo e limitato il suo apprezzamento? Secondo, dal punto di vista neurobiologico, quanto di oggettivo e quanto di convenzionale c’è nei criteri dell’armonia classica? Possiamo accettare senza discuterlo, oggi, il dettato di Schoenberg: “L’armonia classica è solo una convenzione cui ci siamo assuefatti…”? Il musicista non può accontentarsi di intuire o improvvisare alcune leggi: prima o poi dovrà cercare di motivarle, se vorrà continuare a fare arte. Compito questo che potrà affrontare a fianco dello scienziato.
Occorre sempre del tempo perché il vasto pubblico accolga espressioni musicali fortemente innovative: vengono spesso citate le sfavorevoli accoglienze riservate alla sonata op. 106 Hammerklavier o agli ultimi quartetti di Beethoven, o al Sacre du Printemps di Stravinskij. Il brano di Stravinskij, tuttavia, in pochi anni è divenuto per tutti uno dei grandi capolavori del Novecento. A un secolo da Schoenberg, invece, le musiche dodecafoniche e postdodecafoniche rimangono ancora patrimonio di pochi eletti, malgrado le odierne tecnologie dell’informazione permettano al pubblico di familiarizzare con esse in tempi brevi. Questo divario mi sembra vero soprattutto in Italia, dove si bada più alla sostanza e alla vitalità delle cose (l’ascolto spontaneo di Cicognara, il vero di Vlad), mentre certi valori formali esercitano minor fascino (gli altri processi volontari di Cicognara).
Elogio della dissonanza
Ritengo importante fare una precisazione. Leos Janácek ha sentenziato: “La storia della musica è un percorso di adattamento dell'uomo alle dissonanze”. L’impiego della dissonanza, infatti, è andato sempre crescendo durante secoli di maturazione della musica. Talvolta si legge l’affermazione che al pubblico non piacciono le dissonanze, oppure che al pubblico non piace l’atonalità, ed è a tali circostanze che viene attribuita l’insofferenza per certe musiche contemporanee. Niente di più erroneo: la dialettica consonanza/dissonanza dà arricchimento di espressione e di significato, come la prosodia nel parlato, di cui la musica è una forma di nobilitazione, o come il chiaroscuro e il contrasto di colore nella pittura. E ciò indipendentemente dall’essere in ambito tonale o meno. La presenza degli intervalli dissonanti di II e di VII maggiore già nella scala naturale diatonica (o di giusta intonazione) e di altre ancora se la composizione è cromatica, fa sì che anche in una composizione tonale le dissonanze siano inevitabilmente presenti. L’affermazione di Schoenberg che tutte le note e tutti gli accordi nel pezzo musicale devono avere eguale peso non corrisponde dunque a un’emancipazione della dissonanza, come si sente dire con una certa frequenza, bensì a un appiattimento, a una mortificazione del suo ruolo, a una perdita di espressività e contesto. Dunque semmai è proprio l’eliminazione della dicotomia consonanza/dissonanza che rende certa musica del Novecento poco significante.
Ritrovati delle neuroscienze
Ogni parametro del suono - altezza, intensità, metro, tempo - raggiunge il cervello come successione di impulsi o “spari neurali” che arrivano a zone separate della corteccia uditiva, tra loro interagenti. Il cervello funziona dunque come contatore di impulsi. È dalla confluenza di questi vari conteggi che l'evento sonoro prende corpo. Ebbene, il treno di impulsi che pervengono al cervello sotto lo stimolo di un accordo consonante è, sia per calcolo teorico, sia per verifica sperimentale in animali, assai più nitido e di facile elaborazione di quello associato a un accordo dissonante. Quest’ultimo presenta invece un treno di spari neurali che tanto più corrisponde al rumore casuale quanto più marcata è la dissonanza. Ciò rende l’appropriazione del messaggio musicale un’operazione più complessa, che richiede processi mentali remoti dal modo usuale in cui il nostro cervello funziona. È qui che diviene necessario recuperare con un atto di volontà valori che non si manifestano in modo spontaneo, ed è qui l’origine della divaricazione tra creatori di musica e ascoltatori.
Secondo le neuroscienze la teoria classica dell’armonia non è dunque una convenzione, ma il riconoscimento di caratteristiche percettive essenziali del sistema uditivo e dei sistemi cognitivi associati, valendo questo per tutti gli esseri umani, in particolare nell’infanzia. È chiaro che, se nel neonato sono ben accette solo le consonanze elementari (innatismo della consonanza, suggerito da studi di psicologia della percezione), l’individuo maturo, grazie alla plasmabilità del cervello, avverte l’esigenza di una maggiore complessità del messaggio. Vale per il singolo nel suo arco vitale, vale per le successive generazioni, come vuole Janácek. Ciò viene a confermare il punto di vista del grande Helmholtz, inventore della psicoacustica, il quale aveva proposto una sudditanza dell’estetica musicale all’acustica e alla biologia dell’apparato uditivo, chiarendo però che “nello sviluppo progressivo dell’umanità, i princìpi estetici sono stati soggetti a mutamento e lo saranno ancora”.
Se ti è piaciuto questo articolo aiuta Scienza in rete a crescere ancora, leggi come.




















Commenti
Disclaimer
Chiediamo ai lettori, per rispetto di chi legge, di scrivere come di prassi in minuscolo. Il tuo commento verrà pubblicato solo dopo l'approvazione da parte della Redazione. Non verranno pubblicati commenti che violano le leggi sulla stampa, diffamatori, offensivi o che chiamano in causa terze persone per fatti non accertati. Non saranno pubblicati messaggi fuori tema o pretestuosi, o scritti con linguaggio non adeguato o irrispettoso per i lettori.
Condizioni generali del servizio
Chi invia un commento o si registra al sito sottoscrive le condizioni generali di contratto. Facendo ciò l'Utente si è assunto ogni più ampie responsabilità civile, penale e amministrativa relativa all'invio e alla pubblicazione del materiale trasmesso garantendo ogni più ampia manleva. L'utente riconosce a Scienza in rete e/o ai suoi aventi causa il diritto di conservare, riprodurre, diffondere e cancellare il materiale trasmesso. L’utente dichiara e garantisce il pacifico godimento di tutti i diritti relativi al materiale inviato. Pertanto, con l'invio del materiale, l'Utente cede e trasferisce a titolo gratuito e definitivo, senza limiti di spazio e di tempo, tutti i diritti di sfruttamento economico e commerciale relativi al materiale inviato.
#1 Andrea Frova, come per altro
#2 Sul contenuto emotivo
#3 Dice il gentile lettore,
Dice il gentile lettore, parlando di me: "Io credo che egli esprima semplicemente una sua difficoltà ad ascoltare determinate musiche, che chiama adiabatiche". È sicuramente vero, salvo il non trascurabile fatto che questa incapacità è comune alla maggioranza degli appassionati, includendo anche un gran numero di musicisti di professione. Non ho mai negato che un limitato numero di ascoltatori più attrezzati (o semplicemente più attratti dal fascino del nuovo) possa cogliere autentici valori anche in quella musica che, a mio parere, non ha i requisiti per farsi apprezzare in modo diretto e spontaneo. E mi sono chiesto, per vezzo di ricercatore, se tra le due musiche esistono delle differenze oggettive. La mia opinione è che le neuroscienze, oggi, danno una forte risposta in tal senso, una risposta che solo pochi anni fa non esisteva. Penso che le inesauribili discussioni che si sono fatte in merito nel Novecento non abbiano più molta ragione di essere.
#4 Massima stima all'analisi di
#5 Tutto il rispetto per questo
#6 Rispondo al signor Ferri
1) “...processi che sono irrazionali per la loro stessa natura...”. Non esiste l'irrazionale in questo senso; non esiste l'assurdo. In termini poco rigorosi, un assurdo può essere trovato dove s'intende valutare una “coerenza” tra simboli, il cui significato è stabilito sempre per convenzione; equivalentemente, l'assurdo come risultato di un processo risolutivo è la soluzione ad un problema travisato. Aforisticamente: l'errore è la risposta giusta alla domanda sbagliata.
2) Lei usa più volte la parola “rappresentazione”. Se la valenza che Lei vuole conferirle è discorsiva, non mi pronuncio. Però – dato che musicisti e pensatori spesso parlano di ricerca di “nuovi linguaggi” musicali – devo anche considerare la possibilità che Lei la usi in termini più rigorosi. La “rappresentazione” è un insieme di convenzioni: si scelgono arbitrariamente dei simboli. Se si sceglie come simbolo un oggetto reale, di per sé inducente significati nel cervello (come il suono), in generale c'è conflitto tra il senso da cercare nella rappresentazione e la risposta spontanea del cervello, superabile con interventi che bypassano la bassa fisiologia. Tale modalità di “rappresentare” - che nessuno condanna – è tra le soluzioni all'origine delle asperità comunicative che rende certa musica “altra” da quella di cui sono fautore.
3) “Come fa un giovane artista come Cicognara a non sentire (...) la responsabilità di un suo impegno ANCHE umano?”. Il mio temperamento e la mia passione politica mi spingerebbero a risponderLe, ma mi limito ad osservare la non pertinenza e la scorrettezza di questa domanda.
4) “...lei vuole fare un manifesto contro quella musica?” Per difendermi da questa gaffe, dichiaro di essere per la libertà d'espressione più totale. AVVISO: PRIMA DI COMMENTARE, SI CONSIGLIA DI LEGGERE BENE L'ARTICOLO.
5) “Ognuno è libero di fare ed ascoltare la musica che vuole!”. Viva la libertà...ma “liberi tutti”! Perché chi fa musica diversa da quella “colta alla moda” è escluso da concorsi, teatri, ecc.?
6) “...dalle sue musiche noto il pregio di equilibrare la ricchezza armonica con una certa freschezza, (...) magari a discapito delle esigenze dell'orecchio colto.” Anzitutto, in rete c'è solo la mia produzione più orecchiabile: difronte al muro di conservatori e concorsi, pubblico i prodotti che possono essere più accattivanti anche per gli inesperti, cercando una mia collocazione nella multimedialità. In secondo luogo, se i miei pezzi in rete sono “banali”, allora è ovvio che l'orecchio colto possa aver noia al loro ascolto; ma, se hanno “freschezza”, come possono nuocere all'orecchio colto?
7)“Forse (...) il suo problema è (...) che l'avanguardia non le piace...”. Invito a non perdere di vista la radice tecnica delle questioni sollevate dall'articolo, e lo faccio con replica indiretta: pochissimo della musica leggera mi piace; essa è quasi sempre prodotto creativamente banale ed espressivamente limitatissimo. Ma tecnicamente è la stessa arte del suono usata da Mozart o Bartòk.
8) “...musica...che nasconde dietro un lavoro enorme!”. Nella costruzione di un qualunque “sistema”, si può mettere enorme impegno senza per questo ottenere un sistema (o il sistema voluto): non sempre dietro una volontà c'è intelligenza.
#7 Interessantissimo! Peccato
Invia nuovo commento