A Cancun si premia la modestia

Read time: 3 mins

Dopo essere stato bistrattato e molto ignorato, il 16esimo vertice delle parti della convezione UN sui cambiamenti climatici, appena conclusosi a Cancun, sembra abbia riscosso un successo decisamente superiore alle aspettative. Gli applausi vanno soprattutto agli organizzatori, e in particolare alle doti diplomatiche del ministro degli esteri messicano Patricia Espinosa, che ha creato consenso fra i tanti paesi, con la sola esclusione della Bolivia. Questa prova di forza finale si distingue dalla incompetenza dei colleghi danesi l’anno passato, a causa della quale l’accordo di Copenaghen era stato recepito ma non ratificato dagli stati membro della convenzione. Una volta fatte le giuste felicitazioni, rimane però da chiedersi cosa sia contenuto nel testo e come questo si differenzi dall’accordo di Copenhaghen. Vediamone dunque i 4 punti principali:

  1. Cancun ha confermato l’impegno agli obblighi volontari di riduzione delle emissioni contenuti nell’accordo di Copenhaghen. Come sperava la Commissione Europea, la discussione sul futuro di Kyoto, il protocollo internazionale in scadenza nel 2012, è invece rinviata all’anno prossimo.
  2. Confermati anche gli impegni nei confronti della deforestazione e del trasferimento tecnologico, con fondi e protocolli di verifica per il primo e collaborazioni e centri di ricerca per il secondo.
  3. Anche la questione della finanza per il clima rimane centrale, con finanziamenti nel breve periodo (fino al 2012) di 30 Miliardi e nel lungo (fino al 2020) che tendono a 100 Miliardi l’anno. Questo green fund sarà gestito dalla Banca Mondiale, e dovrà fornire risorse per la mitigazione e l’adattamento che siano addizionali a quelle esistenti, anche se questo e’ un concetto vago, in particolare per la confusione fra adattamento e assistenza allo sviluppo.
  4. Un accordo sulla trasparenza e la monitorabilità degli impegni intrapresi, condizione fondamentale (e cara soprattutto agli USA) per valutare il progresso verso una miriade di obblighi diversi.

A parte per l’ultimo punto, oltre ai già citati aspetti formali, la conferenza di Cancun ha dunque confermato e cristallizzato i risultati di Copenaghen. Questo dimostra come il risultato di un anno fa fosse stato a torto sminuito, per le esagerate aspettative (oltre che l’effetto mediatico dei capi di stato) più che per i contenuti. Tornato ad essere un tavolo di lavoro (di alto livello), che dà le linee guida per i tanti meeting che si tengono durante l’anno, la COP “noiosa” è invece servita a portare a casa quello che solo l’anno scorso era parso un topolino.

Il quadro presenta comunque molti dubbi. Il punto fondamentale rimane sull’ambizione e la credibilità degli impegni volontari delle riduzione di emissioni. Sulla prima, se portati a termine, gli impegni di Copenhaghen/Cancun potrebbero ridurre le emissioni in modo non trascurabile, riportandole nel 2020 ai livelli del 2005ii. La seconda, invece, rimane il tasto dolente. Quasi tutti gli impegni sono condizionali alle azioni degli altri paesi, soprattutto quelli di peso, per evitare il rischio di correre da soli. Questo problema di coordinamento, noto come “free riding”, di fatto riduce la credibilità delle azioni individuali, e rende poco probabile la formazione di protocolli che siano inclusivi e ambiziosi. Almeno in questo, gli economisti ci hanno azzeccato, prevedendo per più di dieci anni la difficoltà a formare accordi internazionali per il clima che siano stabili ed efficaci.iii

Pertanto, se le aspettative di un post Kyoto torneranno a centralizzare il dibattito, a Durban l’anno prossimo non si farà gran festa per i 20 anni dal meeting di Rio del 1992, impegno storico che segnò il riconoscimento politico del problema del cambiamento climatico. Meglio sperare, dunque, nel profilo basso, e che i negoziatori assicurino che almeno gli ultimi tre punti sopra descritti siano rispettati. Questo sarebbe un primo passo importante, e compatibile con gli attuali interessi nazionali. Per il futuro, innovazione, tecnologia, ricerca, e la speranza di una leadership americana e cinese.

1. Il testo completo e’ scaricabile qui http://unfccc.int/files/meetings/cop_16/application/pdf/cop16_lca.pdf
2. Si veda ad esempio il recente rapport UNEP http://www.unep.org/publications/ebooks/emissionsgapreport/
 
3. Ad esempio Carraro e Siniscalco, 1992, Journal of Public Economics, e molto del lavoro di ricerca in FEEM (www.feem.it).

Articoli correlati

altri articoli

‘Oumuamua, l’intruso d’altri mondi

Raffigurazione pittorica di ‘Oumuamua, il primo e unico asteroide interstellare scoperto finora. Le osservazioni, prontamente compiute da numerosi osservatori, indicano che si tratta di un oggetto scuro, rossastro, con composizione rocciosa o metallica e dalla struttura estremamente elongata. Da quanto ci è dato di sapere, insomma, ‘Oumuamua sarebbe completamente differente da tutti gli oggetti del Sistema solare a noi noti. Crediti: ESO/Martin Kornmesser.

In fondo ce lo aspettavamo. Con l’abbondanza di sistemi planetari esistenti nella nostra Galassia, è pressoché inevitabile che un oggetto sfuggito da uno di essi possa passare dalle parti del Sole. Considerando le situazioni confermate, a tutt’oggi siamo a quota 2.780 sistemi per un totale di 3.710 pianeti, ma se mettiamo in conto anche le situazioni in attesa di conferma i numeri lievitano a 6.339 pianeti in 5.152 sistemi planetari.