Scienza "made in China"
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La Cina è il paese emergente nella nuova geografia della scienza. Anzi, è il paese che più di ogni altro sta ridisegnando la geografia della scienza. Sono molti anni che ha questo ruolo da protagonista, per la verità. Ma ogni anno batte nuovi record. Tanto che per investimenti in ricerca scientifica e sviluppo tecnologico (R&S) il grande paese asiatico è, ormai, secondo solo agli Stati Uniti.
Per aumento della spesa è di gran lunga primo assoluto: negli ultimi dieci anni gli investimenti sono cresciuti in media ogni anno del 18%. È grazie soprattutto all’incremento della spesa cinese che gli investimenti mondiali in R&S non hanno subito, nel 2009, le conseguenze negative della crisi economica e finanziaria globale. A spendere non sono solo le industrie straniere hi-tech che hanno “delocalizzato” in Cina. Ma anche le imprese locali. E lo stato.
Per numero di ricercatori (1,4 milioni) la Cina ha, ormai, eguagliato gli Stati Uniti e superato l’intera Unione Europea.
Partendo da condizioni pressoché marginali e dopo decenni di isolamento, in meno di venti anni la ricerca scientifica in Cina ha sperimentato un’autentica fase esplosiva. Con quali risultati?
Gli effetti economici degli investimenti in R&S sono ben noti. La Cina è diventata la seconda economia del mondo, dopo gli Stati Uniti. Ed è diventato il primo esportatore al mondo non solo di prodotti a media e bassa tecnologia, ma anche di prodotti ad alta tecnologia.
Visibili sono anche gli effetti in alcuni settori di punta della ricerca applicata: come l’energia atomica, le tecnologie informatiche, lo spazio. La Cina è stato il terzo paese – dopo Urss e Usa – a inviare in maniera autonoma un uomo nello spazio. E, dunque, nel dare una plastica dimostrazione delle sue capacità tecnoscientifiche.
Meno note e meno visibili sono state finora le performance strettamente scientifiche. Ma ecco che, a colmare la lacuna, interviene China, il Global Research Report della Thomson Reuters, firmato da Jonathan Adams, Christopher King e Nan Ma e dedicato appunto al paese asiatico.
I tre studiosi hanno analizzato gli articoli scientifici pubblicati in un paio di decenni su 10.500 accreditate riviste internazionali con peer-review. E hanno potuto verificare come al boom degli investimenti abbia corrisposto un’esplosione altrettanto forte della produttività scientifica cinese. Gli articoli scritti da scienziati del paese asiatico erano stati 20.000 nel 1998. Dieci anni dopo, nel 2008, sono stati 112.000: un aumento del 560%. Nel medesimo periodo gli articoli scritti da scienziati del resto del mondo sono aumentati solo del 30%. Non si tratta di un aumento su quantità marginali. Gli articoli di scienziati cinesi sono ormai l’8% del totale mondiale. E già a partire dal 2006 la Cina è il massimo produttore al mondo di articoli scientifici dopo gli Stati Uniti (che hanno pubblicato sulle medesime riviste 340.000 articoli). Se il ritmo di crescita dovesse restare questo, si calcola che entro i prossimi dieci anni la Cina potrebbe superare anche il gigante scientifico americano.
In alcune discipline la presenza cinese è impressionante. Negli ultimi cinque anni scienziati del grande paese asiatico hanno firmato il 20,8% degli articoli mondiali di scienza dei materiali; il 16,9% degli articoli di chimica; il 14,2 degli articoli di fisica; il 12,8% degli articoli di matematica; il 10,9% degli articoli di ingegneria; il 10,7% degli articoli di computer science. Meno forte è la presenza nelle discipline biomediche. Ma anche in questo settore l’incremento annuo è molto sostenuto. E, se verrà mantenuto, presto la presenza cinese sarà rilevante anche nelle scienze biologiche e mediche.
La qualità media delle pubblicazioni – misurata attraverso il numero di citazioni – è ancora inferiore agli standard americani ed europei. Ma il recupero, anche in questo caso, è in atto ed è piuttosto veloce.
Il 9% degli articoli firmati da cinesi hanno un partner straniero. Il tasso di internazionalizzazione della scienza cinese è importante. Le collaborazioni sono soprattutto con scienziati Usa e con scienziati di una costellazione di paesi asiatici. La Cina si propone sempre più come punto di riferimento scientifico di tutta l’Asia del sud-est.
Cosa succederà in futuro? La Cina diventerà la massima potenza scientifica mondiale? Difficile dirlo. Certo alcune condizioni ci sono. Per numero di studenti universitari – 25 milioni – è già prima. Questi studenti – distribuiti in oltre 1.700 istituzioni dedicate all’alta educazione – sono cinque volte più che nell’anno 2000. E sono la più grande risorsa del futuro.
Tutto bene, dunque, sotto il sole di Pechino? Non proprio. I recenti tentativi di censura su internet indicano che la Cina deve ancora risolvere la questione democratica. E senza democrazia anche lo sviluppo della scienza soffre.
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