Obama: e ora inizio a ridurre l'arsenale nucleare

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Il Panel On Public Affairs (POPA) dell’American Physical Society (APS) ha da poco reso pubblico un rapporto sul contributo che la scienza e la tecnologia possono dare per perseguire l’obiettivo di ridurre gli arsenali nucleari. Il documento si articola sulla traccia dell’impegno del Presidente Obama di raggiungere un mondo libero da armi nucleari e rafforzare il regime di non-proliferazione, al contempo mantenendo efficiente l’arsenale nucleare americano finché l’esistenza di tali armi imporrà una capacità di dissuasione basata sul loro possesso.

Tre sono, secondo l’APS, gli obiettivi principali da perseguire:

  1. Rigorosa e tempestiva verifica del processo di riduzione e smantellamento degli arsenali;
  2. Mantenimento dell’efficienza, dell’affidabilità e della sicurezza degli attuali arsenali per tutto il tempo necessario;
  3. Controllo scrupoloso dell’uso pacifico del materiale fissile.

Seguono le raccomandazioni circa i passi che scienza e tecnologia possono permettere di fare per il raggiungimento dei tre obiettivi. Il primo è di rilevanza decisivo: infatti le procedure e le tecniche di verifica del rispetto di un qualunque trattato sul controllo e la riduzione degli armamenti - ovviamente a maggior ragione di un accordo sulla diminuzione del numero delle armi nucleari – debbono essere tali da soddisfare tutti i negoziatori per evitare il congelamento o il fallimento delle trattative e da garantire che future reciproche accuse di non-rispetto erodano la validità dell’accordo. Riassumiamo, quindi, brevemente le raccomandazioni dell’APS per quanto riguarda la verifica:

  1. rendere noto il numero totale di tutti i tipi di armi nucleari americane (strategiche, tattiche, installate, “in riserva” ma attivabili,) e incoraggiare gli altri Stati nucleari a fare lo stesso. E’ questo un presupposto indispensabile per avviare il processo di riduzione e, in prospettiva, il passaggio ad accordi multilaterali che coinvolgano Francia, Gran Bretagna, Cina e – auspicabilmente – India, Pakistan ed Israele;
  2. creare centri internazionali di ricerca e validazione per la messa a punto di tecnologie e metodologie di verifica;
  3. sostenere attività di R&S nel settore dell’archeologia nucleare  - un metodo per l’esame delle vecchie strutture di produzione del materiale fissile – per giungere a criteri internazionalmente accettati per la validazione delle dichiarazioni circa il materiale fissile.

Questo rapporto assume particolare importanza in questa fase di attesa della edizione 2010-2014 della Nuclear Posture Review (NPR), che sembrava dovesse essere pronta per gli inizi di Febbraio e che invece non sarà disponibile che verso la fine di Marzo. L’NPR è un documento, integrato nella Quadrennial Defence Review (QDR), che definisce la politica nucleare e la strategia globale degli Stati Uniti per gli anni a venire e che non può considerarsi definitivo prima che il Presidente Obama lo abbia esaminato ed approvato.

Le anticipazioni fornite dai mezzi di informazione sembrano autorizzare speranze di passi cruciali del Presidente Obama sulla via del disarmo: a) il numero dei vettori capaci di trasportare testate nucleari dovrebbe essere tra 500 e 1.100, contro le attuali 2.200 testate operative (un migliaio delle quali allertabili in tempi brevissimi) e le circa 2.550 testate di riserva, che possono comunque essere attivate; b) non dovrebbero essere progettate e costruite nuove armi nucleari; c) gli Stati Uniti dovrebbero impegnarsi a non usare per primi le armi nucleari (“no-first-use”), ipotesi particolarmente c) anche in vista della Conferenza di Rassegna del Trattato di Non Proliferazione dovrebbe essere rapidamente ratificato il Trattato per il Bando Completo di tutti i Test nucleari (Comprehensive Test Ban Treaty, CTBT).

Anche la Royal Society ha pubblicato di recente un documento in cui rilancia il ruolo della cooperazione scientifica per accelerare il processo di disarmo nucleare.

Non mancano, naturalmente, radicali opposizioni a questa strategia del Presidente Obama, in alcuni casi definita visionaria e considerata gravemente destabilizzante per la sicurezza globale. E’ auspicabile che il rapporto della autorevolissima Società Americana di Fisica aiuti i sostenitori della necessità di andare verso un mondo libero da armi nucleari, liberando il campo da timori di non fattibilità tecnica del tutto strumentali. E forse anche l’iniziativa di Belgio, Germania, Lussemburgo, Olanda e Norvegia a favore del ritiro delle circa 200 testate nucleari tattiche americane installate in Europa, inutile retaggio dei tempi della guerra fredda, può dare un significativo contributo alla politica della Casa Bianca. Penso che in questo contesto ed in questo momento, la comunità scientifica internazionale potrebbe/dovrebbe rifarsi al Manifesto Russell-Einstein ed assumersi la responsabilità di dare un suo contributo.

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Il delirio di onnipotenza di un medico di campagna

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Il film di Thomas Lilti Il medico di campagna, da tempo nelle sale cinematografiche, racconta di un dottore della provincia francese che esercita, indefesso, il suo mestiere oscuro ed eroico, perfino quando gli viene diagnosticato un tumore al cervello, elargendo consigli di salute e di vita, conforto e speranza e avendo in odio il lavoro di gruppo, i computer e gli ospedali stessi. Infatti, vede come un’ingerenza la collaborazione che gli offre una collega, scrive a mano appunti sui malati che poi cela gelosamente dove lui solo sa ritrovarli e preferisce mantenere i suoi assistiti lontano dalle corsie.

Poiché ogni film è un’opera d’arte, il suo autore ha il diritto di disegnare il protagonista come meglio crede e anche di circondarlo di un’aureola di santità; non è, però, un bene, per il pubblico coltivare la convinzione che gran parte dei guai della sanità italiana sarebbero ridimensionati, se tutti i medici di famiglia assomigliassero al dottor Jean-Pierre Werner.

E’ vero: la maggior parte degli spettatori (così come dei critici cinematografici) è composta da pazienti potenziali o effettivi che possono desiderare di ricevere le cure di un medico/genitore al punto di perdonargli il paternalismo e l’autoreferenzialità che fanno da contorno.

Chi, però, ha alle spalle più di 35 anni di medicina di famiglia, guarda alla figura del collega cinematografico con maggiore senso critico: sono tanti i colleghi coetanei che, come il dottor Jean-Pierre, hanno praticato, nei primi anni del loro ingresso nel Servizio sanitario, una medicina senza orari, senza tregua, senza prezzo, che, però, era, al contempo, una medicina senza confronto tra pari, senza una registrazione dei dati cui altri (sostituti, successori, medici ospedalieri) potessero accedere e, in definitiva, senza concessione al paziente del primato sulla sua salute.

L’esercizio eroico della medicina ha sempre un fascino irresistibile: lo testimoniano il moltiplicarsi delle serie televisive a partire da quella sulla famosa Emergency Room del County Hospital di Chicago, dove tutti i momenti si facevano respirare gli asfissiati con la tracheotomia, ripartire cuori in arresto (“libera!”) e nascere bambini in presentazione podalica. Due veri medici di Pronto Soccorso, A Ross e H Gibbs, consulenti di Michael Crichton per la sceneggiatura di ER, hanno poi scritto in un libro che l’altruismo dei personaggi era realistico, ma che “se i dottori si comportassero così nel mondo reale, emergerebbero gravi responsabilità e seri grattacapi che farebbero venire gli incubi agli amministratori”.

L’altruista medico di campagna francese che sfida gli elementi della natura, i dissesti stradali e la propria caducità per lenire le altrui sofferenze, ha un modello di riferimento nel libro “Appunti di un giovane medico” di Michail Bulgakov. Si tratta di una raccolta di otto avvincenti racconti autobiografici che narrano il cimento con la malattia e con la morte di un neolaureato del 1916 mandato a coprire un posto vacante in un remoto governatorato russo, dove riscuoterà la riconoscenza dei suoi molti beneficati

Nel film, il figlio del medico di campagna, dice: “Mio padre, da queste parti, è come un dio che regge le sorti della comunità; quando non ci sarà più, anche la comunità finirà”. Ma i medici di famiglia proiettati nel futuro, che non intendono affatto abdicare alla cura della persona anche nei suoi aspetti psicologici e sociali, sanno, invece, che l’interesse del paziente sta nell’essere trattato non solo con il maggior calore umano, ma con la miglior certezza scientifica e con le più avanzate tecnologie disponibili.

Nessun medico di buona volontà, solo in mezzo a un campo, è in grado di salvare un uomo con l’arteria femorale tranciata, come fa credere il film: per fare il miracolo occorre un efficiente 118 e un chirurgo vascolare con annessa sala operatoria.

E quando un medico lascia la professione, per pensionamento o peggio, nessuna comunità dovrà estinguersi o patirne, se egli avrà lasciato, a chi lo rimpiazza, cartelle cliniche dettagliate ed esplicative e pazienti che confidano non nella sua persona, ma in una medicina responsabile e in una sanità realmente democratica.