Inquinamento dell'aria: quanto fa male?

Read time: 6 mins

In questo rigido inverno si parla molto di inquinamento dell’aria e dei danni che causa alla salute: soprattutto nei bambini e negli anziani. Si discute sulle polveri sottili e sui componenti gassosi dell’inquinamento, sul danno recato dal riscaldamento degli ambienti, e sulle soluzioni migliori per arginare queste minacce alla salute. Come spesso avviene, si dicono cose vere e giuste, ma anche false o inesatte.

L’inquinamento dell’aria è un fenomeno esclusivamente invernale?

Il riscaldamento incide per non più del 20% sull’inquinamento da particolato fine e da sostanze gassose (soprattutto monossido e biossido di azoto), mentre il traffico veicolare contribuisce per il rimanente 80%. Naturalmente sarebbe molto utile intervenire anche sulla quota determinata dal riscaldamento, facilitando la conversione delle caldaie da gasolio a metano (a Milano, alcune sono ancora a carbone!). In estate non c’è il riscaldamento: ma il traffico veicolare diminuisce solo in agosto, mentre aumenta la pressione atmosferica (che rende più difficile la ventilazione e il movimento dell’aria) e compare come nocivo inquinante l’ozono, che è prodotto dell’irradiazione solare. Quindi, l’inquinamento dell’aria non è minore d’estate: ma, non si sa perché, se ne parla solo in inverno!

L’inquinamento causa soprattutto malattie polmonari?

Per ogni aumento di 10 microgrammi per metro cubo di polveri sottili (aumenti assai modesti, che purtroppo si verificano ripetutamente e di ben maggiore entità nelle aree metropolitane in inverno e in estate) si ha un aumento della mortalità globale giornaliera di circa l’1%. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha calcolato che ogni anno nel mondo 800.000 morti sono attribuibili all’inquinamento. Recentemente a Milano è stato dimostrato che ogni 10.000 morti, 300 sono determinati dall’inquinamento dall’aria!

Quali sono le più frequenti malattie da inquinamento dell’aria?

L’aumento della mortalità globale è determinato principalmente dall’aumento delle malattie cardiovascolari (infarto miocardico, ictus cerebrale, trombosi venosa, embolia polmonare): che avviene perché le polveri più sottili penetrano nei polmoni e passano direttamente nel sangue, dove attivano il meccanismo della coagulazione (vedi Figura). Aumenta così il rischio di formazione di trombi, che occludono i vasi venosi e arteriosi e causano danni ischemici agli organi corrispondenti. Le polveri fini alterano anche la regolazione del sistema autonomo del cuore, facilitando l’insorgenza di aritmie, talvolta mortali. Gli stessi effetti nocivi vengono esercitati da gas come gli ossidi di azoto e l’ozono, che sono strettamente collegati ai livelli di polveri nei periodi di massimo inquinamento dell’aria.

Figura | Come le polveri sottili danneggiano il cuore

meccanismo patogenetico delle polveri sottili

Le polveri sottili (PM) e gli inquinanti gassosi inalati con il respiro giungono nel polmone, dove determinano infiammazione locale e generale. A sua volta l’infiammazione altera la regolazione del sistema nervoso autonomo, che può provocare tachicardia, aritmie ed ipertensione. La componente più sottile delle polveri e i gas passano anche direttamente nel sangue, dove oltre a contribuire ad alterare la regolazione autonomica, contribuiscono anche ad attivare i fattori della coagulazione e a determinare così un aumento della coagulabilità. Questa, in presenza di placche aterosclerotiche vulnerabili, facilita la trombosi e determina ischemia del cuore e di altri organi (cervello, vene).

Questi effetti nocivi sulla salute sono reversibili?

E’ stato chiaramente dimostrato (purtroppo per ora solo negli USA) che se si riesce a ridurre la concentrazione di polveri sottili di circa 20 microgrammi la mortalità giornaliera scende, così bruscamente e con la stessa entità con cui era salita con l’incremento delle polveri. Gli interventi strutturali che hanno portato a questo effetto negli USA sono stati soprattutto la limitazione del traffico automobilistico.

Gli anziani sono più colpiti dei giovani e dei bambini?

Gli anziani sono a maggior rischio intrinseco di sviluppare malattie cardiovascolari: peraltro, i giovani e i bambini non sono risparmiati da queste malattie legate all’inquinamento dell’aria. I bambini sono più esposti soprattutto al rischio di asma bronchiale e di bronchiti: malattie gravi, anche se meno frequentemente mortali delle malattie cardiovascolari. L’apparato respiratorio si sviluppa in maniera inadeguata nei bambini piccoli esposti all’inquinamento, che diventano così più suscettibili a malattie del polmone anche da adulti.

L’inquinamento dell’aria aumenta l’incidenza di tumori?

Ciò è assodato da numerosi studi epidemiologici, che mettono in relazione l’incidenza dei tumori con il livello di esposizione all’inquinamento. La principale differenza fra l’effetto sui tumori e quello sulle malattie cardiovascolari è che il primo si manifesta attraverso l’accumulo a lungo temine, mentre quello sulle malattie cardiovascolari è molto più rapido. Il meccanismo dello sviluppo di tumori è complesso, ma gioca sicuramente un ruolo importante, oltre all’infiammazione indotta nel polmone dalle polveri sottili, anche il fatto che le polveri assorbono come spugne e veicolano nel sangue umano le sostanza più tossiche presenti nell’ambiente: acidi, metalli, nitrati, solfati e particelle di carbone.

Ci si può difendere dall’inquinamento?

Si possono realizzare alcuni piccoli accorgimenti, anche se essi non possono certo vicariare gli interventi più strutturali: i soli che possono veramente cambiare la situazione! Ciò detto, soprattutto gli anziani e i cardiopatici possono cercare di evitare le strade a maggior traffico, se si devono recare al lavoro o semplicemente passeggiare. Si può sperare di avere la fortuna di abitare lontano dalle strade a maggior intensità di traffico, e ai piani più alti. Si può evitare di portare in queste strade i bambini, che per statura o uso di passeggini sono obbligati a respirare gli strati più bassi dell’atmosfera. Si può evitare di correre, e quindi di introitare più inquinanti, nelle strade più trafficate; scegliendo per l’attività fisica e sportiva giardini e parchi, deve l’inquinamento è sicuramente minore.

Bibliografia consigliata

  • Baccarelli A, Martinelli I, Pegoraro V, Melly S, Grillo P, Zanobetti A et al. Living near major traffic roads and risk of deep vein thrombosis. Circulation 2009; 119(24):3118-3124.
  • Baccarelli A, Martinelli I, Zanobetti A, Grillo P, Hou LF, Bertazzi PA et al. Exposure to particulate air pollution and risk of deep vein thrombosis. Arch Intern Med 2008; 168(9):920-927.
  • Baccarelli A, Zanobetti A, Martinelli I, Grillo P, Hou L, Giacomini S et al. Effects of exposure to air pollution on blood coagulation. J Thromb Haemost 2007; 5(2):252-260
  • Brunekreef B. A tale of six cities. Am J Respir Crit Care Med 2006; 173(6):581-582.
  • D'Ippoliti D, Forastiere F, Ancona C, Agabiti N, Fusco D, Michelozzi P et al. Air pollution and myocardial infarction in Rome: a case-crossover analysis. Epidemiology 2003; 14(5):528-535.
  • Dockery DW, Pope CA, III, Xu X, Spengler JD, Ware JH, Fay ME et al. An association between air pollution and mortality in six U.S. cities. N Engl J Med 1993; 329(24):1753-1759.
  • Dominici F, Peng RD, Bell ML, Pham L, McDermott A, Zeger SL et al. Fine particulate air pollution and hospital admission for cardiovascular and respiratory diseases. JAMA 2006; 295(10):1127-1134.
  • Laden F, Schwartz J, Speizer FE, Dockery DW. Reduction in fine particulate air pollution and mortality: extended follow-up of the Harvard Six Cities study. Am J Respir Crit Care Med 2006; 173(6):667-672.
  • Maitre A, Bonneterre V, Huillard L, Sabatier P, de Gaudemaris R. Impact of urban atmospheric pollution on coronary disease. Eur Heart J 2006; 27(19):2275-2284.
  • Nawrot TS, Nemmar A, Nemery B. Air pollution: to the heart of the matter. Eur Heart J 2006; 27(19):2269-2271.
  • Pope CA, III, Burnett RT, Thun MJ, Calle EE, Krewski D, Ito K et al. Lung cancer, cardiopulmonary mortality, and long-term exposure to fine particulate air pollution. JAMA 2002; 287(9):1132-1141.
  • Riediker M, Cascio WE, Griggs TR, Herbst MC, Bromberg PA, Neas L et al. Particulate matter exposure in cars is associated with cardiovascular effects in healthy young men. Am J Respir Crit Care Med 2004; 169(8):934-940
Articoli correlati

Aggiungi un commento

Canaletto e Bellotto: pittori o geometri?

Read time: 9 mins
Canaletto, Campo Santi Giovanni e Paolo, 1738 circa.

Dovendo scegliere tra un pittore e un topografo, a chi affidereste il compito di rappresentare realisticamente ed efficacemente un determinato paesaggio, urbano o rurale? Ipotizziamo che decidiate di affidare il lavoro a un artista con cui pattuite l’esecuzione di un dipinto a olio su tela. E se l’artista che avete incaricato facesse uso di mezzi tecnici, ad esempio di apparecchiature ottiche, in un certo senso invadendo il campo e appropriandosi dei trucchi del mestiere e delle competenze della concorrenza? Denuncereste la violazione del patto - non scritto - che ha stipulato con voi e lo giudichereste un artista che bara o addirittura un artista dimezzato?

È questo il dubbio che devono essersi posti, già nella prima metà del Settecento, Antonio Canal, detto Canaletto e suo nipote Bernardo Bellotto (pure lui per un certo periodo noto come Canaletto, diciamo per mere ragioni di marketing). I due, infatti, il primo essendo maestro del secondo, fecero ampio e documentato uso di un’apparecchiatura ottica nota come camera obscura senza peraltro mai molto sbandierare questo loro “segreto industriale”: la utilizzarono costantemente come sussidio per tracciare con sicurezza le linee portanti dei volumi dei loro dipinti e le sagome dei monumenti e degli edifici che hanno rappresentato negli affascinanti dipinti a olio presenti in musei, gallerie e collezioni di enti e di privati in tutto il mondo. Sono stati, Canaletto e Bellotto, tra i primi e certamente i più noti esponenti del cosiddetto vedutismo, genere pittorico nato a Venezia nel primo Settecento. Molti loro schizzi (“scaraboti”) e disegni preparatori, a matita e penna su carta, sono arrivati fino a noi e sono conservati, raccolti in quaderni, in vari musei, tra cui le Gallerie dell’Accademia a Venezia.

La camera oscura portatile in legno appartenuta secondo alcuni studiosi a Canaletto. Si può vederla all'ingresso della mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano.

Come porsi, dunque, di fronte alla legittimità e opportunità dell’uso intensivo della camera obscura da parte di quei pittori? Si tratta semplicemente di un utile strumento ausiliario o è invece una criticabile pratica tecnica che, se applicata in modo pedissequo nella realizzazione dei dipinti, minaccia di ostacolare e compromettere la creazione artistica, esponendo così il pittore al rischio di vedersi relegato nell’angusto e sgradito ruolo esecutivo di “geometra dell’ufficio tecnico”?

Per rispondere a questa domanda, serve forse chiedersi perché  alcuni pittori, soprattutto settecenteschi, abbiano sentito l’esigenza di utilizzare la camera obscura, o camera ottica. La risposta molto probabilmente va cercata nel clima culturale dell’epoca di cui stiamo parlando: con l’Illuminismo, infatti, si impone un nuovo sguardo sulla realtà, più oggettivo, più scientifico e l’esattezza della rappresentazione pittorica del paesaggio è solo uno dei campi in cui questa nuova visione del mondo si manifesta.

Questa tematica complessa, di cui cercheremo di fornire qualche utile elemento di conoscenza e di riflessione, colpisce immediatamente il visitatore della bella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, alle Gallerie d’Italia in Piazza della Scala a Milano. Nelle quasi cento opere in mostra si possono ammirare le precise rappresentazioni (quanto precise effettivamente siano, tra poco lo scopriremo) di palazzi e canali, campi (nel senso veneziano della parola) e piazze di città del centro Europa, campagne e scorci di ruderi dell’antichità talmente dettagliate da sembrare fotografie, il tutto sempre sapientemente illuminato da luci oblique e radenti, perfettamente adatte a scolpire la tridimensionalità degli edifici. Per meglio comprendere il senso di queste immagini si rende necessario, però, un salto indietro nella storia della scienza e della tecnica.

La conquista della prospettiva

Nel corso degli ultimi tre millenni, non sono mancati studi teorici e sperimentazioni pratiche per cercare di risolvere un problema, sia concettuale, sia concreto: quello della rappresentazione della realtà tridimensionale su una superficie piana, bidimensionale. Problema che stava a cuore a due categorie apparentemente assai distanti tra loro di esseri umani: i matematici e i pittori, vale a dire, in un senso più ampio, gli scienziati e gli artisti.

Precisiamo, per quanto possa sembrare a questo punto scontato, che stiamo parlando di “prospettiva” e di “geometria proiettiva”. Nelle prime testimonianze visive arrivate fino a noi, quelle raffiguranti scene di caccia rinvenute nei dipinti rupestri delle grotte paleolitiche, i nostri antenati non sembrano essere stati sfiorati dal desiderio di suggerire un senso di profondità alle loro immagini. Occorre quindi fare un balzo temporale in avanti di parecchi millenni per vedere qualche tentativo di rappresentazione prospettica del reale: in qualche disegno di epoca egizia, duemila anni prima di Cristo, appaiono molto timidamente i concetti della similitudine e della prospettiva, con edifici rappresentati in pianta e alzato, per quanto, a dire il vero, la maggior parte delle immagini egizie giunte fino a noi raffigurino piuttosto una realtà prevalentemente bidimensionale (di profilo). Nemmeno l’epoca della cultura Assiro Babilonese sembra sentire l’urgenza di descrivere un mondo a tre dimensioni e, ad esempio, i bassorilievi di leoni e altri animali presenti sulle pareti della Porta di Ishtar (sec. VI a.C.), conservata al Pergamon Museum di Berlino, ci appaiono nella loro fissità, isolate e di profilo su uno sfondo uniforme, privo di profondità. In estremo oriente la prospettiva, almeno a livello di studi teorici, sembra far capolino solamente in un trattato cinese per la determinazione delle ombre del IV secolo a.C., ma risalente secondo alcuni storici addirittura al 1100 a.C.

Ma è solo con i grandi matematici greci che inizia uno studio rigoroso delle regole di rappresentazione geometrica dello spazio. Spicca tra tutti il nome di Euclide, vissuto ad Alessandria (allora una colonia greca) a cavallo tra quarto e terzo secolo a.C., noto per la sua imponente opera Elementi grazie alla quale è passato alla storia della matematica.  Nell’Ottica, suo meno noto trattato, Euclide pone invece le fondamenta della geometria descrittiva, chiamata poi, a partire dal diciannovesimo secolo, “geometria proiettiva”.

Proseguendo nella nostra carrellata storica, la civiltà romana sembra da un lato orientata alla sperimentazione pittorica, dall’altro lato alla teorizzazione. Sul versante pratico, attraverso dipinti e mosaici (ad esempio nel mosaico pompeiano di Alessandro alla battaglia di Isso), si assiste alla rappresentazione della tridimensionalità, pur essendo chiaro che non era ancora maturata una consapevolezza precisa delle regole della convergenza verso un unico punto. Dall’altro lato, quello più teorico, attraverso gli scritti di Vitruvio (architetto e scrittore del primo secolo a.C.) si approfondiscono i problemi legati alla scenografia e alla rappresentazione degli edifici.

Il più antico disegno pubblicato noto di una camera oscura si trova nel trattato "De Radio Astronomica et Geometrica" (1545) del medico, matematico e costruttore di strumenti olandese Gemma Frisius (nato Jemme Reinerszoon), in cui l'autore descrive ed illustra come ha usato la camera oscura per studiare l'eclissi solare del 24 gennaio 1544.

Prima di arrivare al Rinascimento italiano, nel XIV secolo, durante il quale architetti/pittori/matematici, da Filippo Brunelleschi a Leon Battista Alberti e da Piero della Francesca fino a Leonardo da Vinci, applicando rigorosi metodi matematici hanno definito in maniera fino ad allora sconosciuta le regole della prospettiva, è necessario menzionare altri studiosi medievali che li hanno preceduti. Tra questi vale la pena ricordare in particolar modo lo scienziato/filosofo arabo Al-Kindi (IX secolo) e soprattutto  il matematico, fisico, medico e filosofo Alhazen (XI secolo), nato a Bassora ma trasferitosi presto al Cairo. A quest’ultimo, autore del trattato in sette volumi sull’Ottica Kitab al-Manazir, tradotto in latino da Gherardo da Cremona nella seconda metà del XII secolo, sono attribuite le prime osservazioni relative al passaggio dei raggi di luce attraverso un foro e al loro viaggiare in linea retta senza mai confondersi, generando su una superficie, posta al di là del piano contenente il foro, immagini rovesciate direttamente corrispondenti alle forme degli oggetti dai quali la luce proviene.

Bellissime scientifiche finzioni

Si tratta esattamente della descrizione del principio della camera obscura (o camera oscura, detta anche camera ottica) strumento che finalmente ci porta a parlare del lavoro di Bellotto e Canaletto, noti soprattutto per le vedute di Venezia, ma attivi anche in altre città d’Italia e d’Europa visitate durante viaggi di lavoro o in alcuni casi diventate luogo di residenza (Roma, Firenze, Verona, la Lombardia, Londra, Dresda, Vienna, Monaco di Baviera, Varsavia). All’ingresso della mostra delle Gallerie d’Italia di Milano (visitabile fino al 5 marzo), il primo oggetto che ci accoglie, racchiuso entro una teca trasparente, è proprio una camera oscura portatile in legno appartenuta forse (ma secondo alcuni studiosi probabilmente no) a Canaletto. Il primo quadro della mostra, una tela di Canaletto, è il Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738), di cui sono arrivati a noi anche gli schizzi preparatori (visibili in mostra su un monitor), fatti certamente con l’ausilio di una camera obscura.

Schizzi preparatori per la tela Campo Santi Giovanni e Paolo (circa 1738) di Canaletto.

Quello che colpisce a prima vista nel quadro è una precisione e un apparente realismo “di qualità fotografica”, ma un confronto diretto con quell’angolo di Venezia, tutt’oggi conservato quasi esattamente come all’epoca del dipinto, permette di scoprire che l’artista ha, sì, operato partendo da una ricognizione fatta per mezzo della camera ottica, ma ha anche arbitrariamente spostato il suo punto di osservazione tra uno schizzo e l’altro, tra una seduta di disegno e l’altra. Così facendo, ma ricomponendo con maestria più “riprese” fatte da punti di osservazione distinti, come dimostrato nel 1959 dallo storico dell’arte e massimo studioso della prospettiva Decio Gioseffi, Canaletto crea l’illusione di un punto di vista unico, più lontano, ma oggettivamente impossibile da realizzare nella pratica per la presenza di edifici al di qua del canale, il Rio dei Mendicanti, che si trova in primo piano nel quadro. Nelle parole della curatrice della mostra, Bożena Anna Kowalczyk: “un’immagine altamente sofisticata, irreale nelle proporzioni dei monumenti e nelle distanze, ma di grande bellezza.”

E qui torniamo alla domanda con cui abbiamo aperto l’articolo: per rappresentare la realtà del mondo preferiamo un pittore o un topografo, un artista o un geometra? La risposta, visti i risultati e soprattutto considerati i procedimenti e le strumentazioni utilizzate, sembra essere meno netta del previsto. Svelato il mistero dell’utilizzo “creativo” di uno strumento di conoscenza oggettiva come la camera ottica opteremmo per un tipo particolare di artista, come appunto Bellotto e Canaletto, che abbia fatta sua un’impostazione come quella qui ben descritta:

“Quelli che s’innamorano della pratica senza la scienza, sono come i nocchieri che entrano in naviglio senza timone o bussola, che mai hanno certezza dove si vadano. Sempre la pratica dev’essere edificata sopra la buona teorica, della quale la prospettiva è guida e porta, e senza questa nulla si fa bene” . Leonardo da Vinci – Trattato della Pittura, parte seconda - 77. Dell'errore di quelli che usano la pratica senza la scienza.

 

Cover: Antonio Canal, detto il Canaletto, Campo santi Giovanni e Paolo, 1738 ca, olio su tela, 46,4x78,1 cm, Londra, Royal Collection. Prestato da Sua Maestà Elisabetta II e visibile nella mostra “Bellotto e Canaletto. Lo stupore e la luce”, dal 25 novembre 2016  al 5 marzo 2017 alle Gallerie d’Italia, Piazza della Scala, Milano.