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Quando la natura infrange le nostre leggi. Recensione di Wanted! di Mary Roach

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Che succede quando la natura irrompe nei nostri spazi e non rispetta le nostre regole? Questa la domanda al centro del libro di Mary Roach, edito in Italia da Aboca edizioni, che indaga in modo acuto e ironico il nostro rapporto con animali e piante che turbano la nostra tranquillità. Unica pecca una bufala tutta italiana a tema lupo che fa capolino tra le pagine e disturba la lettura

Immagine: giovane orso nero americano che cerca di aprire un cassonetto. Fonte: Wikimedia commons

Cosa succede quando la natura interferisce con le nostre attività? Se i gabbiani distruggono eleganti allestimenti di rose per un’importante cerimonia religiosa, gli alci attraversano all’ultimo la strada, gli orsi rovistano nei rifiuti o mettono il naso dentro le tende e gli alberi cascano in testa alle persone? Come ci mostra Mary Roach nel suo libro Wanted! Quando la natura reagisce alla prepotenza dell’uomo e infrange le sue leggi, edito in Italia da Aboca edizioni, la nostra risposta non è quasi mai la tolleranza.

Il libro si apre con un carteggio del 1659 tra cinque comuni dell’Italia settentrionale, in cui si fa riferimento a un procedimento giudiziario a carico di alcuni bruchi per ripetuti danni alle coltivazioni. Questi bruchi furono chiamati a presentarsi sul banco degli imputati per rispondere dei loro reati il 28 giugno, ma ovviamente, malgrado i cartelli inchiodati agli alberi del bosco, nessuno di loro si recò in tribunale. Il processo si svolse lo stesso, con un avvocato d’ufficio. La sentenza fu clemente, riconosceva ai bruchi di poter vivere liberamente e felicemente, ma patto che ciò non “compromettesse la felicità dell’uomo”. Questa frase riassume in modo eccezionale il nostro rapporto con gli animali, che non è poi così tanto cambiato a quattro secoli di distanza. Certo, rispetto ai nostri antenati seicenteschi abbiamo qualche punto in più: esistono conoscenze scientifiche, una maggiore consapevolezza dell’importanza di tutelare il mondo naturale (anche se le nostre azioni vanno in direzione opposta) e una pluralità di sentimenti verso i nostri coinquilini del pianeta. Ma, in fin dei conti, sta ancora tutto lì: gli animali (e in generale la natura) sono belli finché non ci danno fastidio, e se lo fanno diventano nocivi, nemici, qualcosa da controllare.

Nel suo viaggio intorno al mondo per scoprire come vengono affrontati i conflitti con la fauna (ma anche con le piante) Mary Roach incontra biologi, tecnici, ingegneri, persone che dedicano la loro vita a cercare di trovare una soluzione affinché gli animali non compromettano la felicità dell’uomo. Così frequenta un corso per diventare un CSI dell’identificazione dei carnivori responsabili di attacchi alle persone, si aggira di notte nel centro di Aspen, Colorado, per spaventare gli orsi neri americani che frugano in cassonetti mal gestiti dalle persone, visita in India campi devastati dagli elefanti e foreste “assediate” dai leopardi, a Dehli ascolta i lamenti di chi si trova macachi dentro casa che, in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti, fanno irruzione e devastano tutto. Chi si occupa di fauna cerca soluzioni, perché spesso chi ci dà fastidio e turba la nostra felicità è una specie a rischio di estinzione. In altri casi sono specie comuni, vincitrici dell’Antropocene, che hanno saputo trovare un modo di prosperare in ambienti profondamente trasformati da azioni umane, e in fondo sono un po’ “colpevoli” di questo, perché invadono i nostri spazi prepotentemente.

Mary Roach alterna reportage e riflessioni e aneddoti, e condisce il tutto con una scrittura molto ironica che evidenzia gli aspetti grotteschi di questa nostra caccia agli armamenti per disfarci dei problemi selvatici. Un esempio è la storia dell’aeroporto militare costruito nel 1941 nelle isole Midway, sperdute nel bel mezzo del Pacifico, a metà strada tra America e Giappone. Questo atollo è casa per diverse specie di uccelli marini, inclusi gli albatros dai piedi neri, ed è diventato tristemente famoso nel 2009 per un reportage sulla moria dei pulli nutriti con la plastica da ignari genitori. Ma torniamo al 1941: costruito l’aeroporto, strategico in tempi di guerra, l’esercito si trovò a fare i conti con gli abitanti alati dell’isola, che incappavano nei motori o impedivano l’atterraggio. Come racconta Roach, iniziò una vera e propria operazione militare per disfarsi di quelli che venivano definiti “stupidi uccelli” (gooney birds): alcuni uomini armati di manganello passavano sette ore al giorno, ogni giorno, a uccidere con mazze e bastoni gli albatros. Ma malgrado una carneficina impressionante, con una stima di ottantamila uccelli uccisi, il problema si ripresentò tal quale nella stagione successiva. Si sperimentarono fucili, bazooka, mortai, sempre con risultati modesti di eradicazione. Poi nel 1957 vennero arruolati degli scienziati che iniziarono variegati esperimenti, dalla naftalina nei nidi all’introduzione di serpenti, per fare posto ai velivoli militari a discapito degli uccelli marini. Niente mai funzionò, ma alla fine dei conti, quando l’aeroporto fu dismesso, nel 1993, si constatò che il numero più alto di incidenti registrato fu proprio mentre si torturavano gli albatros per scacciarli. Oggi al posto dell’aeroporto c’è una riserva marina, ma i poveri albatros sono comunque sotto il nostro indiretto attacco, uccisi dalla plastica che si accumula in mare.

Unica pecca del libro, che sorprende verso la fine e rompe l’incanto di questa documentata e divertente analisi, è una notizia falsa ambientata proprio in Italia, riportata dalla scrittrice così come gliela comunica il suo intervistato, senza una verifica della veridicità del messaggio. Mary fa visita allo Stato Vaticano, dove il problema sono i gabbiani che devastano gli allestimenti floreali per le messe papali e tra i vari che intervista c’è un bioeticista, Padre Carlo, che lavora alla Pontificia Accademia per la Vita, per parlare dell’enciclica papale Laudato sì. Sulla cura della casa comune e di come ci si pone, dunque, rispetto al cercare di disfarsi da animali fastidiosi. Segue una serie di riflessioni stimolanti, ma poi il religioso “cita l’esempio della reintroduzione dei lupi in zone dell’Italia in cui c’era sovrappopolamento di cervi e cinghiali”. Questa affermazione fa sobbalzare dalla sedia qualsiasi zoologo, ancor di più chi si impegna per una divulgazione scientifica che sia corretta. Ho sperato, leggendo, che la scrittrice correggesse nelle frasi successive di commento quanto dichiarato dal suo intervistato, con una verifica delle informazioni, ma purtroppo questo non accade, anzi viene rincarata la dose. Ho provato a contattare la scrittrice, ma senza successo. L’ufficio stampa dell’editore italiano si è mostrato molto gentile, ma di fatto non potranno aggiungere una errata corrige che menzioni che quanto riferito è una fake news. Una di quelle radicate, dure a morire, di quelle che aumentano i conflitti già di per se accesi con il lupo. Il predatore è infatti tornato a popolare la nostra penisola negli ultimi cinquant’anni grazie a una serie di fattori naturali quali lo spopolamento delle aree interne nel secondo dopoguerra, la ripresa del bosco, l’aumento delle prede e la tutela legale. Contrariamente ad altre specie, come cervi, caprioli, stambecchi, camosci e, tra i carnivori, l’orso sulle Alpi, non ci sono però mai state reintroduzioni del lupo. Cervi e cinghiali inoltre sono soggetti al prelievo venatorio, l’introduzione di un predatore per abbassarne il numero è pura fantasia, di ispirazione d’oltreoceano. Altrove nel mondo, in effetti, si è tentato di rimediare a errori umani con altri errori, è il caso dell’Australia, dove, dopo aver rovinosamente introdotto i conigli sono state introdotte le volpi, ma le volpi poi hanno iniziato a predare i marsupiali locali, sommando un danno ecologico a un altro. Ma niente di tutto questo è successo in Italia con i lupi. Insomma un gran peccato, a venti pagine dal finale trovare questa grandissima imprecisione, che mina un po’ la fiducia nella veridicità di altri aneddoti riportati nei capitoli precedenti. Anche se, nella maggior parte degli altri capitoli gli intervistati sono esperti di fauna, e i fatti riportati sono corretti e documentati, salvo un problema di traduzione italiana, che usa come sinonimo orso nero e orso bruno (che sono due specie distinte e con comportamenti differenti).

A parte il dispiacere per aver trovato una vecchia e falsa leggenda, il libro resta una piacevole lettura, piena di spunti sul nostro rapporto con gli animali, che evidenzia quanto ancora c’è da fare per trovare un modo per condividere gli spazi e affrontare in modo pragmatico e pacifico i problemi che possono insorgere.

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