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Come creare l'animale cattivo

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Perché consideriamo alcuni animali nocivi e di altri ne apprezziamo le qualità? Quali sono le basi culturali con le quali creiamo il nostro rapporto con gli altri animali? Ne parliamo con la giornalista scientifica americana Bethany Brookshire, autrice del saggio Pests: how humans create animal villains (Nocivi: come gli umani creano gli animali cattivi)

 

Crediti immagine: Joshua J. Cotten su Unsplash

Alcuni animali suscitano in noi stupore e ammirazione, sono simboli della natura selvaggia, ci trasportano in un mondo di meraviglie: prendiamo per esempio i delfini, con le loro mirabolanti acrobazie fuori dall’acqua, a quanto li sentiamo amici, esseri a noi affini. Altri animali li troviamo adorabili e coccolosi: ma quanto è dolce il musetto di un riccio o di uno scoiattolo, com'è aggraziato il pettirosso! Altri animali ancora sono fortemente ambivalenti: li temiamo, ma al contempo ci affascinano: è il caso dei grandi predatori, che nel bene e nel male non lasciano quasi nessuno indifferente. E poi ci sono loro. Gli animali nocivi, pest in inglese. Infestanti, fastidiosi, rivoltanti per praticamente qualsiasi persona sulla faccia della terra. Ratti, topi, piccioni…sono in pochi a non storcere il naso con ribrezzo di fronte a queste specie, pochissimi a indignarsi se vengono uccisi, anzi. Ci sentiamo più sicuri se spariscono dalla nostra vista. Attenzione, però, non tutti i nocivi sono sempre stati tali, e poi molte specie che adesso ci piacciono sono state per secoli sistematicamente perseguitate in quanto nocive: un esempio sono le aquile e gli avvoltoi.

Cosa vuol dire “nocivo”, quindi? O meglio, cosa fa sì che un animale diventi ai nostri occhi un qualcosa di disturbante e fastidioso da cui tenersi alla larga e da combattere attivamente? È questa la domanda che si è posta la giornalista scientifica americana Bethany Brookshire, autrice del libro (non tradotto in italiano) Pests: How Humans Create Animal Villains, ovvero “come gli umani creano gli animali cattivi”.

«Quando ho iniziato a documentarmi per il libro, pensavo a un nocivo come a un animale che non ci fa direttamente del male, ma danneggia cose che apprezziamo: lo fa invadendo i nostri spazi, facendo la cacca sulle nostre statue, distruggendo la nostra spazzatura, mangiando i nostri raccolti o gli animali che alleviamo», spiega Brookshire. «Più approfondivo le ricerche per il libro, più mi rendevo conto di quanto il concetto di “nocivo” sia del tutto soggettivo. I nocivi sono creature che ci infastidiscono, che si rifiutano di stare in quello che noi percepiamo come "il loro posto". In questo senso, questo concetto ci dice molto di ciò che siamo e di ciò che pensiamo di volere dal nostro ambiente».

Nocivo: lo specchio delle diseguaglianze sociali

Nel suo libro, Brookshire ci porta a spasso per il mondo a dialogare con chi studia e gestisce i pest, o il modo in cui la società si rapporta a essi. Ci fa scoprire i paradossi del concetto di nocivo, visitando per esempio il tempio Karni Mata in India, che ospita milioni di ratti, venerati e nutriti con ricche offerte di cibo: ciotole piene di latte fresco, frutta, pane, legumi. I ratti coprono l’intero pavimento del grande tempio, mangiano e lasciano escrementi e urina ovunque; i devoti obbligatoriamente devono entrare a piedi nudi, per evitare di fare male ai ratti, e lo fanno senza tentennamenti. Questi ratti, di fatto, non sono considerati ratti, ma reincarnazioni dei devoti a Karni Mata, saggia guerriera indù che sconfisse Yama, divinità della morte, e ottenne che tutti i suoi discendenti, invece di morire si reincarnassero in ratti, per l’appunto. Brookshire dialoga con i devoti, che visitano giorno dopo giorno il tempio, portando offerte di cibo a quei ratti, che però, ratti non sono. Fuori da quelle mura, i ratti sono tutt’altro che ben accetti, provocano disgusto, ribrezzo, sono da combattere. Di più: i ratti pullulano nei quartieri degradati e affollati della città, entrano nelle cucine, diffondono sporcizia, campano grazie al degrado che connota quei quartieri. I nocivi sono lo stigma del degrado e delle differenze sociali.

«Gli animali approfittano delle crepe nelle nostre infrastrutture. Luoghi in cui la spazzatura non viene raccolta, in cui le acque reflue non sono trattate, in cui il cibo non è ben conservato. È molto più probabile che queste crepe nelle infrastrutture si trovino nei luoghi in cui sono costrette a vivere le persone povere. Poi, spesso, le persone più benestanti, che hanno infrastrutture migliori e risorse economiche per tenere gli animali al di fuori delle loro case, incolpano chi vive in povertà per gli animali nocivi con cui convivono. Le loro case sono bollate come "impure", i loro quartieri come "sporchi". Gli animali nocivi diventano una concreta dimostrazione della sporcizia di quelle persone e delle loro case. Nessuno vuole vivere con ratti o scarafaggi. E chi è costretto a farlo viene incolpato per questo, quando in realtà la soluzione è migliorare le infrastrutture e fornire un maggiore sostegno sociale» spiega Brookshire.

Not in my backyard

Una caratteristica degli animali che chiamiamo nocivi è che sono specie adattabili. Opportunisti, che riescono a trovare il modo di cavarsela in ambienti che per tantissime altre specie sono invivibili. L’espansione urbanistica, il consumo di suolo, l’espansione di aree destinate a agricoltura o allevamento, a discapito di ecosistemi naturali stanno portando all’estinzione tantissime specie. Ma non di tutte, e chi ce la fa non solo a sopravvivere, ma a prosperare nel mondo “a immagine e somiglianza umana” diventa quasi inevitabilmente un nemico. Un pest, per l’appunto.

«Molti di noi, che viviamo in Occidente , dividono gli spazi intorno a noi in "umani" e "non umani"» spiega Brookshire. «Le città sono luoghi senza animali (a meno che non siano animali di affezione o domestici), mentre la "natura selvaggia" è uno spazio senza persone. Ma nella storia questo non è mai stato vero! Gli animali hanno sempre approfittato degli ecosistemi che abbiamo creato e nessuna area è veramente libera dall'influenza umana. Se pensiamo che uno spazio umano non debba avere animali al suo interno, finiremo sempre per entrare in guerra con gli animali e per chiamarli nocivi». Questa contrapposizione tra “posti da umani” e “posti da animali” tradisce un’altra caratteristica del conflitto che si viene a creare con alcune specie: il senso dell’invasione, del fuori posto. Come se tutto ciò che è umano dovesse essere asettico, fuori dal mondo. E pensiamo che sarebbe giusto così perché quello che abbiamo costruito a discapito della natura ci appartiene. Un’altra caratteristica del concetto di animale nocivo, spiega Bethany Brookshire nel suo libro, è profondamente legato al concetto di proprietà. «Non si può avere un animale nocivo se non si possiede qualcosa che vale la pena di tenere. Se non si possiede nulla, se si va a caccia o si raccoglie ciò che l’ambiente offre, gli altri animali sono competitori, non dei nocivi. È solo quando cominciamo a considerarci responsabili del luogo in cui viviamo, a possederlo, che gli animali possono violare il nostro spazio». Di fatto, i topi vivono dove vive Homo sapiens fin dai nostril albori, quando ancora non avevamo scoperto cosa vuol dire agricoltura.

A casa d’altri

Finora abbiamo parlato di ratti e topi, roditori intelligenti e prolifici, presenti in tutto il mondo e che a quasi tutto il mondo “fanno schifo”. Più complessa è la situazione degli animali che entrano in conflitto con le attività umane, e che diventano nocivi per chi ha un bene che viene danneggiato, mentre per chi non subisce questa presenza è un animale, magari anche molto amato. E questo è alla base del problema dei conflitti umani-fauna, che spesso poi diventano conflitti tra fazioni con opinion diametralmente opposte. Prendiamo l’elefante, come spiega Brookshire: «Noi che viviamo nel Nord del mondo li consideriamo creature belle, pacifiche e sagge. E loro sono tutte queste cose! Ma possono anche essere difficili da gestire, soprattutto perché il colonialismo ha cambiato il modo di vivere della gente che da sempre vive in luoghi come il Kenya. Popoli di pastori un tempo, che non hanno mai coltivato in zone in cui vivono gli elefanti, ora basano la sussistenza coltivando mais e canna da zucchero. E gli elefanti amano il mais e la canna da zucchero! Gli elefanti uccidono centinaia di persone all'anno in Africa e in Asia e causano milioni di dollari di danni ai raccolti. Ma la maggior parte di noi che viviamo nel Nord del mondo non vede questo aspetto degli elefanti. Vede solo il lato che deve essere salvato. Questo può essere positivo, perché ha fatto sì che in luoghi come il Kenya fossero sviluppati molti modi innovativi per tenere lontani gli elefanti senza ucciderli. Ma può anche essere negativo. Le nostre convinzioni sugli elefanti fanno sì che spesso la vita di un elefante sia valutata molto più di quella di una persona, valore spesso espresso in termini economici. È difficile riconoscere che qualcosa che si ama può ferire qualcun altro. Ma credo che sia anche essenziale rendersi conto che questo può accadere e capire perché».

Dal nocivo alla coesistenza

In effetti, il modo in cui consideriamo un animale dipende tantissimo dale nostre esperienze e interazioni con esso. «Per molte persone gli scoiattoli sono animali selvatici adorabili, sono buffi acrobati; sono piccoli, innocui e carini. Ma per chi, come me, ha un giardino, gli scoiattoli sono un'irritazione costante. Mi impegno tanto per riuscire a ottenere qualche pomodoro nel mio orto! Spesso ciò che fa la differenza nel modo in cui consideriamo gli animali è se stanno danneggiando qualcosa a cui teniamo. I coyote sono animali selvatici simpatici finché non predano il gatto, mentre gli scoiattoli sono adorabili finché non si mangiano tutti i pomodori».

Che si tratti di animali nocivi o di conflitti, resta il problema di trovare un modo di relazionarsi umani-animali. Alcuni degli animali che sono considerati nocivi da una fetta della società, sono anche animali a rischio di estinzione, come gli elefanti stessi, i grandi felini, diverse specie di primati, e via dicendo. «La coesistenza è fondamentale per la biodiversità», commenta Bethany Brookshire. «Ma credo anche che, affinché si realizzi, dobbiamo cambiare. Non possiamo continuare come abbiamo fatto finora, vivendo felicemente le nostre vite ignorando gli animali che ci circondano, fino a quando non si intromettono nella nostra vita. Dobbiamo riconoscere che creiamo un ecosistema intorno a noi e che non siamo soli. Questo può significare cambiare piccole cose nel nostro modo di vivere: il modo in cui gestiamo i nostri rifiuti o come proteggiamo i nostri campi, greggi e mandrie. Si tratterà di ascoltare quello che dicono gli scienziati e le popolazioni indigene che da sempre vivono a contatto con la natura, e imparare a conoscere gli ecosistemi in cui viviamo. Abbiamo perso il lusso dell'ignoranza, e questa è una buona cosa! Quello che mi piacerebbe vedere è un cambiamento nel modo di vivere delle persone, per rendere la coesistenza con gli animali un po' più facile. Forse ci prenderemo più cura della nostra spazzatura per ridurre i ratti, forse smetteremo di dare da mangiare ai piccioni. Forse riconosceremo che ogni città ha ratti e dei piccioni, e anche falchi, procioni, opossum e cervi. Potremmo imparare a conoscerli meglio e a vivere con loro, invece che contro di loro. Ma questo non può iniziare finché non cambiamo la nostra idea di quali animali "appartengono" a noi e quali no».

 

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