fbpx La proteina "spazzino" che conserva il cuore giovane e sano | Scienza in rete

La proteina "spazzino" che conserva il cuore giovane e sano

Primary tabs

Tempo di lettura: 3 mins

Liberarsi dall’immondizia non è solo un’incombenza domestica. Anche il mondo microscopico delle cellule deve fare i conti con i rifiuti, proteine e organelli cellulari vecchi e non più funzionanti che occorre eliminare, pena pesanti conseguenze. E quando questo non accade nelle cellule cardiache, la conseguenza può prendere il nome di cardiomiopatia ipertrofica. Lo ha mostrato uno studio finanziato da Telethon condotto da alcuni ricercatori dell’Università di Padova e del Venetian Institute of Molecular Medicine (VIMM).

La ricerca, pubblicata sul Journal of Clinical Investigation, ha evidenziato nei topi il ruolo di una proteina, coinvolta nello smaltimento dei rifiuti cellulari, nello sviluppo di una patologia del tutto simile alla cardiomiopatia ipertrofica restrittiva. Si chiama Atrogin-1 ed è presente nelle cellule della muscolatura liscia, scheletrica e cardiaca. Il suo compito è individuare e segnalare le proteine, non più funzionali alle attività cellulari e che necessitano di un ricambio, al proteasoma, il sistema con cui vengono eliminate queste sostanze di scarto il cui accumulo è tossico per la cellula.
Quest’ultima deve anche liberarsi di mitocondri e altri organelli che, vecchi o danneggiati, non sono più in grado di svolgere la loro funzione e lo fa tramite l’autofagia. «Anche qui», spiega Marco Sandri, ricercatore dell’Istituto Telethon Dulbecco e professore associato all’Università di Padova, «interviene Atrogin-1, segnalando per l’eliminazione la proteina CHMP2B la cui sostituzione è fondamentale per il funzionamento dell’autofagia».
Nei topi che non esprimono il gene di Atrogin-1, venendo a mancare tale proteina, i sistemi di “pulizia cellulare”non funzionano più e questo causa negli animali una patologia con le caratteristiche di una rara e grave forma di cardiomiopatia ipertrofica, quella restrittiva. «Le cellule cardiache che non riescono più a eliminare le scorie muoiono, quelle sane rimaste devono lavorare di più per compensare la loro perdita e questo le fa aumentare di dimensione», precisa Sandri.

Cellule cardiache più grandi e accumulo di tessuto connettivale, dovuto alla morte di alcune di esse, danno origine ai segni della cardiomiopatia ipertrofica: ispessimento e irrigidimento delle pareti del ventricolo sinistro, che possono ostacolare il deflusso del sangue e causare serie aritmie cardiache.
I ricercatori di Telethon ipotizzano possibili mutazioni nel DNA che codifica per Atrogin-1 nella genesi delle cardiomiopatie ipertrofiche, patologie cui già si attribuisce un’origine genetica legata ad altri geni.
Queste malattie però possono essere anche conseguenza dell’invecchiamento, dell’ipertensione o dell’uso di alcuni farmaci e anche in queste forme secondarie il gene di Atrogin-1, secondo i ricercatori, potrebbe avere un ruolo poiché viene regolato da stili di vita come l’esercizio fisico e la dieta.
La scoperta fatta al VIMM getta luce sui meccanismi alla base delle cardiomiopatie ipertrofiche con prospettive anche dal punto di vista clinico. «Nelle prossime ricerche ci concentreremo sull’uomo per vedere se, nelle condizioni che causano cardiomiopatia ipertrofica, Atrogin-1 e i suoi bersagli sono alterati», conclude Sandri.

La ricerca potrebbe avere anche sbocchi in campo oncologico e aiutare a migliorare alcune terapie antitumorali. Certi chemioterapici, usati nella cura dei tumori del sangue, hanno come effetto l’inibizione del proteasoma. Tale azione però, se prolungata, causa l’accumulo cellulare di sostanze tossiche con conseguente aumento del rischio di cardiomiopatie ipertrofiche nei pazienti, la cui funzionalità cardiaca andrebbe attentamente monitorata.


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

L’essenzialità dell’inutile

fogli accartocciati e lampadina accesa

Perché il nostro organismo produce miliardi di anticorpi apparentemente inutili? Per prepararsi a minacce che ancora non conosce. Da questa considerazione biologica, Roberto Sitia propone una riflessione sul valore della cultura, della ricerca e del sapere “senza applicazione immediata”. In un’epoca dominata dall’utilità e dal profitto rapido, investire in conoscenza significa costruire le difese del futuro: perché le crisi più decisive sono spesso quelle che non sappiamo ancora immaginare.

Stupisce i non addetti ai lavori scoprire che la maggioranza degli anticorpi che produciamo siano diretti contro sostanze non presenti in natura.
«Come è possibile tale spreco? Interrompiamolo immediatamente!», potrebbe pensare un politico alla ricerca di investimenti con un immediato ritorno. Il politico dimentica che l’evoluzione è tutt’altro che sprecona, e seleziona in base a rigorosissime analisi di costo-beneficio. Quindi, produrre migliaia di miliardi di anticorpi diversi - anche se apparentemente inutili - è un investimento che paga.