fbpx A proposito di virus modificati e censura | Scienza in rete

A proposito di virus modificati e censura

Primary tabs

Tempo di lettura: 6 mins

In queste settimane ha suscitato molta discussione l’annuncio della creazione del virus dell’aviaria H5N1 modificato così da renderlo estremamente pericoloso per la specie umana. Data la posta in gioco, sicuramente un dibattito pertinente e importante. Forse però, come sempre, avrebbe senso distinguere i vari piani per evitare il rischio non solo di aver ormai fatto la frittata (come la realizzazione del virus modificato) ma anche di mangiarsela quando è andata a male. Lasciamo da parte i titoli catastrofici di giornali e di molti siti che parlano di un virus che può annientare l’umanità. In realtà, e forse molti possono concordare, solo la stupidità può annientare l’umanità. Ma entriamo in questione. Ci sono due studi sotto arbitraggio che trattano del virus modificato: uno sottomesso a Science (proposto da Ron Fouchier dell’Erasmus Medical Centre di Rotterdam) e uno a Nature (proposto da Yoshihiro Kawaoka dell’University of Wisconsin at Madison). E’ accaduto che il National Science Advisory Board on Biosecurity (NSABB; http://oba.od.nih.gov/biosecurity/about_nsabb.html) del National Institute of Health americano (NIH; http://www.nih.gov) abbia promulgato un documento (http://www.nih.gov/news/health/dec2011/od-20.htm) in cui non solo si dice “The U.S. government [ma anche noi] remains concerned about the threat of influenza, for the risks it poses seasonally, as well as its potential to cause a pandemic”, ma aggiunge qualcosa di più. Vediamo un po’: “The National Science Advisory Board for Biosecurity (NSABB) — an independent expert committee that advises the Department of Health and Human Services (HHS) and other Federal departments and agencies on matters of biosecurity — completed a review of two unpublished manuscripts describing NIH-funded research on the transmissibility of H5N1 […] Following its review, the NSABB decided to recommend that HHS ask the authors of the reports and the editors of the journals that were considering publishing the reports to make changes in the manuscripts. Due to the importance of the findings to the public health and research communities, the NSABB recommended that the general conclusions highlighting the novel outcome be published, but that the manuscripts not include the methodological and other details that could enable replication of the experiments by those who would seek to do harm”. Tuttavia, “HHS agreed with this assessment and provided these non-binding recommendations to the authors and journal editors”. Ovviamente questo documento, benché esplicitamente affermi di non essere vincolante nelle sue indicazioni, ha creato non poco dibattito, facendo gridare a molti che si stava attuando una censura. In primo luogo, vi è da mettere in luce, come molti hanno rilevato, che si stanno chiudendo le porte quando i buoi sono ormai già fuggiti. In effetti, i due lavori non hanno subito solo l’analisi del NSABB ma anche dei due giornali cui sono stati sottoposti e quindi almeno gli editors e i referees di questi hanno la conoscenza totale della parte scientifica. Non solo. Fouchier ha presentato nel settembre scorso i suoi dati a un convegno europeo che si è tenuto a Malta. Insomma, appare piuttosto tardivo l’intervento del NSABB e piuttosto vuoto, dal momento che l’informazione in qualche modo è già stata resa pubblica. In secondo luogo, vi è la questione, assai spinosa, del livello di sicurezza del laboratorio. Entrambi i lavori sono stati prodotti in laboratori con livello di sicurezza “3-enhanced”, ossia laboratori che si situano tra il livello 3 (dove si possono trattare agenti patogeni che possono causare seri pericoli per l’uomo, anche se si è a conoscenza di come affrontarli terapeuticamente; comunque essi comportano un elevato rischio individuale ma un basso rischio collettivo) e il livello 4 (dove si possono trattare agenti patogeni pericolosi per l’uomo e con praticamente nessuna misura terapeutica e che, inoltre, comportano seri rischi sia individuali sia collettivi). Per alcuni scienziati il livello è sufficiente, per altri abbisognerebbe il livello 4. Il che non è banale perché nel mondo ve ne sono solo pochi di questo livello e soprattutto non sono quelli dove la ricerca è stata effettuata. Questa non è, ovviamente, solo una questione tecnica ma pure etica e sociale e, ragionevolmente, avrebbe dovuta essere posta prima che la ricerca fosse fatta. Anche in questo caso i buoi sono ormai fuggiti. Sarebbe stato auspicabile che prima che il progetto iniziasse, e non in questa fase finale, un comitato avesse deliberato se la ricerca poteva essere fatta in un laboratorio “3-enhanced” o in uno di livello 4. Insomma, anche qui siamo in presenza di un dibattito piuttosto tardivo. L’unica cosa che si può, forse, fare adesso è istituire un comitato internazionale di esperti che decida in merito alla questione se vietare la continuazione di tale ricerca, o l’inizio di ricerche simili, in laboratori di livello inferiore al 4. Sicuramente una decisione non facile da prendersi, con tutto quello che essa comporta sul piano dei finanziamenti e del loro spostamento, come pure dello spostamento della conoscenza e della sua centralizzazione. Comunque sia, prima del desiderio del singolo scienziato di conoscere, supponendo che esso sia del tutto disinteressato, dovrebbero essere considerati sia la salute sia il benessere della cittadinanza. In terzo luogo, vi è la questione della censura. In realtà questa può essere tripartita. La prima sotto-questione riguarda che il documento non è vincolante: si suggerisce di non divulgare troppo, ma non lo si impedisce. Ebbene, che cosa significa tale non vincolabilità? Già un divieto può essere violato da individui non desiderosi di rispettarlo; un consiglio che forza ha? La seconda sotto-questione, estremamente più importante, è che si suggerisce di non descrivere la metodologia. A parte che, come detto, è già nota ad alcuni, vi è l’aspetto non trascurabile che celare la parte metodologica significa snaturare la scienza stessa. Una delle sue caratteristiche fondamentali è data proprio dalla ripetibilità dei risultati e delle metodiche, le quali devono essere rese pubbliche per poter, appunto, essere sottoposte a potenziale controllo intersoggettivo. Ora si afferma che questo non dovrebbe accadere. E - la cosa stupisce ancora di più - addirittura alcuni ricercatori sembrano accettarlo: “The researchers and the journals [Science e Nature] agreed, but only if the U.S. government comes up with a system that allows ‘responsible’ scientists to see the deleted information” (http://www.sciencemag.org/content/335/6064/20). Tra l’altro, chi sono e come si determinano gli scienziati “responsabili”? Pare che si cerchi di mettere una toppa non meravigliosa su un buco ormai fatto. La terza sotto-questione riguarda un aspetto che abbiamo imparato a conoscere direttamente dopo l’11 settembre 2001: sembra che siamo sempre più disposti a cedere libertà personali e collettive in cambio di sicurezza. E qui siamo in presenza di un esempio: accettiamo di non conoscere qualcosa perché tale conoscenza potrebbe essere usata male e quindi potrebbe danneggiare la nostra sicurezza. Il problema è: fin dove dovremmo spingere questo baratto? Chi decide il limite? I cittadini come intervengono nella scelta di tale limite? Ma, soprattutto, che cosa impedirebbe di estendere tale oscuramento a molta della conoscenza che già abbiamo e a quella che potremmo avere perché potrebbero darsi implicazioni pericolose per la collettività? Infine, in quarto luogo, vi è l’annosa e ormai classica questione della liceità di certa ricerca: chi decide che essa possa essere fatta o non fatta: i governi? gli scienziati? i cittadini? Mi pare che da tutto questo parlare gli esclusi siano proprio i cittadini. Certo l’“U.S. government” può essere preoccupato, ma ha il diritto di intervenire in maniera così fortemente paternalistica? Una cosa è il rifiutarsi di fare certa ricerca da parte di un singolo ricercatore per motivi etici personali, oppure è la moratoria di certa ricerca decisa da un’intera branca di scienziati (si ricordi l’Asilomar Conference on Recombinant DNA del 1975), ma profondamente altra cosa è che un governo decida su ciò che si può conoscere e su ciò che non si può conoscere. Certo, lo farebbe, a suo dire, per il bene dei cittadini. Ma non dovrebbe farlo sentendo i cittadini stessi?


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

Verso una regolamentazione etica dell'IA in Europa

EU flag, Stable diffusion v2.0

Le IA possono raggiungere obiettivi impensabili per l'uomo, ma la loro logica di funzionamento differisce radicalmente da quella umana e può portare a conseguenze inaspettate se non regolamentate adeguatamente. L'Unione europea, con la prima "Legge sull'intelligenza artificiale", ha intrapreso un percorso di regolamentazione etica e legale dell'IA per prevenire abusi e garantire che il progresso tecnologico sia allineato con i valori umani fondamentali. Immagine: EU flag, Stable diffusion v2.0.

Nello Cristianini, nel libro “La scorciatoia. Come le macchine sono diventate intelligenti senza pensare in modo umano” riporta la macabra storia della zampa di scimmia. Si narra la vicenda dei coniugi White, che un giorno entrarono in possesso di una zampa di scimmia in grado di esaudire tre desideri. Coppia di poche pretese, i due espressero come primo desiderio di avere 200 sterline per saldare un vecchio debito. Sul momento non successe niente. Tuttavia, il giorno dopo, un postino bussò mestamente alla loro porta.