Potere della mente: curare il Parkinson con il placebo

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Il potere dell’aspettativa potrebbe rappresentare un’arma in più nella cura della malattia di Parkinson.
È questo in sostanza il risultato di una ricerca recentemente pubblicata sulla rivista Nature Neuroscience e condotta dai ricercatori dell’Università di Colorado Boulder e della Columbia University. Secondo questo studio infatti nei pazienti affetti da Parkinson l’attività cerebrale correlata all’apprendimento aumenterebbe sia in risposta a un trattamento con placebo che con il farmaco vero e proprio.

L’aspettativa èun forte incentivo per il comportamento, influenzando la percezione, il potere decisionale e le azioni dell’individuo. L’esempio più eclatante è rappresentato dall’effetto placebo: la mera aspettativa del trattamento farmacologico innesca effetti fisiologici che mimano i benefici del trattamento stesso. La possibilità di controllare l’effetto placebo offrirebbe l’opportunità di migliorare il trattamento combinando fattori psicologici e farmacologici. Partendo da questo razionale, gli autori si sono proposti di comprendere le basi neurologiche delle modificazioni che il placebo apporta al comportamento.

Il Parkinson è caratterizzato da alterazioni nei sistemi motorio, cognitivo ed emozionale. Il trattamento farmacologico dopaminergico è noto migliorare i sintomi motori ed è stato dimostrato avere ampie conseguenze anche sul comportamento dei pazienti. Alcune ricerche pubblicate precedentemente suggeriscono che anche l’effetto placebo possa essere sostanziale e modulare il rilascio di dopamina nello striato, presumibilmente attraverso terminazioni nervose che originano nel mesencefalo. Benché ci siano prove che l’effetto placebo funzioni sul sistema motorio, l’influenza delle aspettative del paziente sul trattamento non sono ancora state investigate per quanto riguarda l’aspetto cognitivo e affettivo. Questo nuovo studio spiega come il trattamento con placebo agisce sul meccanismo di appredimeto nelle persone con malattia di Parkinson attivando le aree ricche di dopamina del cervello.

I malati di Parkinson hanno infatti difficoltà con la cosiddetta "reward learning" cioè la capacità del cervello di associare alle azioni le relative ricompense e di prendere decisioni allo scopo di perseguire risultati positivi. Il meccanismo di "reward learning" è supportato dai neuroni dopaminergici del mesencefalo e dallo striato e dalla corteccia prefrontale che ne rappresentano il bersaglio. Questo meccanismo risulta ridotto nei pazienti affetti da Parkinson perché la malattia causa la soppressione dei neuroni che rilasciano dopamina. I malati di Parkinson vengono generalmente trattati per sopperire a questa condizione con L-dopa, un farmaco in grado di aumentare la dopamina nel cervello.

In questo studio, gli scienziati  hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale (fMRI) per eseguire la scansione del cervello di 18 pazienti con Parkinson impegnati in un gioco per computer attraverso il quale ne veniva misurata la “reward learning”. Nel gioco, i partecipanti scoprono, attraverso tentativi ed errori, quale tra due simboli conduce al risultato migliore, cioè in questo caso ad una piccola ricompensa monetaria o semplicemente a non perdere soldi.
Ai pazienti con Parkinson è stato chiesto di giocare per tre volte: in assenza di somministrazione farmacologica, dopo aver assunto il farmaco sciolto in un bicchiere di succo d'arancia e dopo aver assunto il placebo, ovvero dopo aver bevuto un succo d'arancia nel quale pensavano fosse disciolto il farmaco. I ricercatori hanno scoperto che le aree ricche di dopamina del cervello associate con la “reward learning” - lo striato e la corteccia prefrontale ventromediale – si attivano in maniera analoga sia quando i pazienti assumono il farmaco sia quando viene loro somministrato il placebo.

Si ritiene che l’effetto placebo sia dovuto sia alle aspettative che all’apprendimento. Gli autori hanno dimostrato che, oltre agli effetti dell’aspettativa e dell’apprendimento nel cervello e nel comportamento, effetti significativi dell’aspettativa sono indotti dal placebo anche sull'apprendimento e sui segnali legati all’apprendimento nel cervello. Insieme con il presupposto che gli effetti di placebo e farmaco sui malati di Parkinson potrebbero essere mediati dallo stesso meccanismo dopaminergico nel cervello, questo risultato crea il potenziale per cicli di feedback in cui le aspettative e le esperienza con ricompensa si rafforzano reciprocamente.
Così, l'associazione tra un farmaco e il suo esito potrebbe essere rafforzata dalle aspettative indotte da suggerimenti verbali e altri elementi del contesto di trattamento (ad esempio, la posizione fisica del trattamento e le interazioni sociali con gli operatori sanitari).
Tale sinergia tra aspettative, farmacologia e comportamento potrebbe avere un effetto cumulativo positivo sulla motivazione dei pazienti, la risposta al trattamento e la qualità della vita. "Questo risultato dimostra un legame tra dopamina cerebrale, aspettativa e apprendimento", commenta Tor Wager, professore associato di psicologia e neuroscienze presso l’Università di Colorado Boulder e co-autore dello studio. "Riconoscere che l’aspettativa e le emozioni positive contano ha il potenziale di migliorare la qualità della vita dei malati di Parkinson, e può anche offrire indizi su come il placebo possa essere efficace nel trattamento di altri tipi di malattie."

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