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Giacomo Leopardi e la chimica

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In occasione dell’anno mondiale della chimica e del 150° dell’Unità d’Italia mi pare opportuno ricostruire e riflettere sul ruolo assunto dalla chimica nella determinazione di una cultura nazionale moderna. Ricordo con Alessandro Volpi che la chimica era divenuta nel primo Ottocento «un paradigma generale piuttosto che una specificità settoriale». Giacomo Leopardi interpreta in modo del tutto originale tale ruolo culturale della chimica, non soltanto mostrando un interesse attestato fin dai primi studi giovanili, ma ponendo alcuni tasselli di una filosofia chimico-fisica che confluirà nella più complessa e matura filosofia della natura e trasparirà fino alle ultime composizioni poetiche e letterarie. Concetti come quelli di “ragione analitica”, “sostanza semplice”, “trasformazione” e la visione de «li continui rivolgimenti della materia» (Frammento aprocrifo di Stratone di Lampsaco) sono aspetti tanto centrali nella filosofia leopardiana della natura, quanto tipici della filosofia chimica, quale viene a delinearsi dopo la svolta prodotta da Antoine-Laurent Lavoisier, che il giovane Leopardi studia e comprende fin dagli anni delle Dissertazioni filosofiche (1811-12). Alla lettura dei volumi chimici presenti nella Biblioteca paterna Leopardi aggiungerà nella maturità la frequentazione di chimici che ebbero un peso non soltanto nel suo pensiero, ma anche nella sua vita affettiva: Domenico Paoli, Francesco Orioli e Gaetano Cioni.

Per rendere adeguatamente conto dell’intimo rapporto di Leopardi con la chimica divido questo mio intervento in tre parti: la prima richiamerà sommariamente qualche tratto della formazione chimica leopardiana, la seconda si soffermerà sulla riflessione matura di Leopardi e la terza presenterà le affinità elettive di Leopardi con gli “amici chimici”.

La formazione chimica leopardiana

La disposizione del giovane Leopardi verso la chimica fu resa possibile dalla fornitissima biblioteca di Monaldo, che offriva un ottimo repertorio di libri e riviste di argomento chimico. Se si passano in rassegna anche soltanto i volumi espressamente dedicati alla chimica presenti nella Biblioteca di Casa Leopardi ne risulta una scelta di testi aggiornati, uniti a manuali e a opere ormai classiche. Sono presenti, tra gli altri, la prima edizione italiana del Trattato elementare di Chimica (1791) di Antoine-Laurent Lavoisier, la seconda edizione veneta degli Elementi di fisica sperimentale (1796) di Giuseppe Saverio Poli e Vincenzo Dandolo, la prima edizione degli Elementi di chimica (1795-98) di Luigi Valentino Brugnatelli, la Chimica applicata alle arti (1820) di Jean-Antoine Claude Chaptal, il Corso di chimica (1700) di Nicolas Lémery, la Chimica sperimentale e ragionata (1781) di Antoine Baumé, il Corso di chimica secondo i principii di Newton e di Sthall (1750), nonchè gli «Annali di Chimica o sia raccolta di memorie, che riguardano la Chimica e le arti, che ne dipendono dei celebri de Morveau, Lavoisier, Monge, Berthollet, de Fourcroy, Dietrich, Hassenfrats, Adet, etc» (1799). Da segnalare inoltre la presenza della fortunata opera divulgativa di Giuseppe Compagnoni Chimica per le donne (corrispettivo per la chimica del Newtonianismo per le dame di Francesco Algarotti).

Le Dissertazioni filosofiche offrono il migliore saggio delle letture chimiche del tredicenne Giacomo. È necessario almeno richiamare le dissertazioni Sopra l’attrazione, Sopra l’estensione, Sopra l’idrodinamica, Sopra i fluidi elastici, Sopra la luce e Sopra l’elettricismo, che testimoniano l’acquisizione di un sapere chimico non superficiale, collocato nel quadro di un deciso distacco dalle concezioni metafisiche di una natura aristotelicamente “sostanziale” e di una piena e convinta adesione al sistema fisico newtoniano.

Il sapere chimico di Leopardi si dispiega esemplarmente nella dissertazione Sopra l’estensione, che discute le dispute ancor vive sull’esistenza del vuoto e i problemi connessi alla dimensioni, alla penetrabilità, alla divisibilità e alla figurabilità della materia. A proposito della divisibilità, Leopardi introduce una visione molecolare dei corpi («Ciascun corpo è formato di particelle, e di molecole unite insieme per mezzo dell’affinità di aggregazione, di cui sono dotate»; G. Leopardi, Dissertazioni filosofiche, a cura di Tatiana Crivelli, Antenore, Padova 1995, p. 163) che non esclude il concetto “geometrico” di divisibilità all’infinito. Richiamando un’argomentazione proposta in uno dei principali manuali di riferimento – i ricordati Elementi di Fisica sperimentale di Poli e Dandolo –, che avrà un ruolo determinante per la fissazione della cultura chimica leopardiana, il giovane Leopardi discute sulla divisibilità indefinita dei corpi, seguendo la propria curiosità descrittiva e sperimentale. In questo contesto va sottolineato il ruolo di una nota di Dandolo, riportata da Leopardi e intesa così integralmente da individuare il ruolo ossidante dell’ossigeno, in piena sintonia con la teoria di Lavoisier. Inutile ricordare che a questa data (1811) sono davvero pochi i chimici italiani che accettano integralmente la nuova nomenclatura lavoisieriana. Peraltro, l’attenzione di Leopardi si addensa sulla chimica dei fluidi dimostrando sensibilità per l’indagine sulle 'arie', sull’acqua e sui processi di ossidazione, ambiti cruciali della nuova chimica.

La presenza della chimica nelle Dissertazioni testimonia l’interesse del giovane Leopardi per la svolta teorica e terminologica promossa da Lavoisier, prontamente recepita nel suo rilievo linguistico e metodologico, non circoscritto soltanto alla chimica, e per il rapporto tra scienza e tecnologia, ben evidente nella ricerca di un costante abbinamento tra presentazioni teoriche e descrizioni di esperimenti e di strumenti. Si tratta di indicatori sicuri di una maturazione di pensiero che sfocerà in una riflessione linguistica e metodologica di largo peso nella poetica e nella filosofia leopardiana, esemplificabile nella nota distinzione fra termini (scientifici) e parole (poetiche).

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