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Home » Campi del sapere » Chimica

La filosofia chimica di un poeta

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Leopardi e la chimica/2

Se ci si allontana dalle Dissertazioni e si tralascia – per una scelta obbligata – il non ancora edito Compendio di storia naturale (1812), i riferimenti alla nuova chimica tornano a essere significativi in alcune pagine dello Zibaldone.

Innanzitutto va segnalato l’ambito di riflessione logico-linguistico. I pensieri relativi a combinazioni e strutture linguistiche fanno leva anche sulla ricognizione dei composti operata dalla nuova chimica e di conseguenza sulla sua riforma della nomenclatura. Leopardi aveva colto con sicurezza nelle letture di riferimento delle Dissertazioni, e soprattutto nell’opera di Vincenzo Dandolo, la rilevanza del tema della riforma della nomenclatura chimica proposta dalla côterie di Lavoisier, che tocca un aspetto centrale della riflessione illuministica sul linguaggio – sviluppato tra gli altri da Pierre-Louis Moreau de Maupertuis e da Étienne Bonnot de Condillac –, ovvero quello dell’arbitrarietà del segno linguistico unita al carattere puramente analitico e razionale delle lingue moderne. Per Condillac l’arte di ragionare diviene un aspetto della comunicazione linguistica il cui significato più profondo risiede nella corporeità umana. Su questa base si muove Lavoisier, il quale riteneva la scienza una “lingua” atta alla comprensione oggettiva dei fenomeni e si proponeva di costruire una lingua della nuova chimica per facilitarne le operazioni sperimentali e mentali, secondo coerenti procedure argomentative sostenute da continue prove sperimentali. In questo quadro – rafforzato in modo rilevante dalla lettura degli Elementi d’Ideologia di Destutt de Tracy nell’edizione curata da Compagnoni (1817) – si inserisce quello che diverrà un nucleo forte della sua teoria estetica e linguistica: la distinzione fra «parole», vaghe ed espressive, e «termini», univoci e rigorosi, quale è attestata nello Zibaldone. Proprio discutendo intorno al ruolo dei «termini», segni linguistici che esprimono una simbolizzazione analitica, Leopardi riconosce il necessario legame fra argomentazione razionale e scientifica, e precisione terminologica. Si tratta del pensiero del 30 aprile 1820 (Zib 109-111/30. Aprile 1820.) in cui viene operata la distinzione tra «termini» e «parole».

Sul problema della metodologia della conoscenza scientifica e correlativamente filosofica appare importante e complessivo il lungo scritto del 26 giugno 1821 (Zib 1213-1229), che richiama in causa il ruolo del linguaggio nella conoscenza della natura. Le potenzialità di astrazione e di conoscenza razionale della lingua della scienza vengono esemplificate con un espresso riferimento alla nuova terminologia chimica introdotta da Lavoisier. In queste pagine dello Zibaldone da un lato emerge la sicura e convinta percezione che il valore della nuova chimica risieda nell’introduzione della nuova nomenclatura, dall’altro l’adesione a una visione “linguistica” (direi quasi kuhniana) del razionalismo scientifico secondo la quale il mutamento di paradigmi linguistici delle scienze comporta di per sé un profondo rinnovamento teorico.

Il richiamo al sapere chimico trova spazio in un altro ordine di riflessioni, relativo alla storia delle scoperte e al loro carattere sostanzialmente casuale e favorito dalla lettura da un noto libro di Louis Dutens sulle origini antiche delle scoperte moderne (L. Dutens, Origines des découvertes attribuées aux modernes, 2 voll., Veuve Duchesne, Paris 1776); si tratta di un’opera molto seguita da Leopardi nella sua riflessione relativa alla querelle des anciens et des modernes, che contiene anche alcuni elementi di confronto tra la chimica degli antichi e quella dei moderni, che sicuramente Leopardi tenne presenti. Fra il marzo 1821 e l’agosto 1822 viene ribadito cinque volte che le invenzioni e le scoperte dell’umanità sono frutto del caso. Tale interpretazione generale dello sviluppo storico della scienza e della tecnica mette anche in discussione il valore dello sviluppo razionale della chimica moderna: la nuova chimica non sarebbe nata senza l’emergere di singole scoperte casuali e parallelamente nell’antichità si sono conseguite importanti scoperte pur senza le adeguate cognizioni razionali (cfr. Zib 2605-2606/10 agosto 1822).

Secondo Leopardi, la rigorizzazione dei principi cognitivi della nuova chimica, correttamente valutata come il suo principale carattere distintivo, non ha condotto a nuove e significative scoperte, confrontabili con le grandi scoperte dell’antichità (come la scoperta della polvere fulminante non è confrontabile con quella della polvere da sparo); naturalmente tale affermazione sarebbe uscita ridimensionata dopo l’esplosione di scoperte e applicazioni chimiche prodottasi nel secondo Ottocento.

Dedichiamo soltanto un cenno a una traccia chimica presente in un Canto – la Palinodia al Marchese Gino Capponi (primavera 1835) – dove leggiamo: «e co’ fulmini suoi Volta né Davy / lei [la legge secondo la quale chi possiede «imperio e forze» ne abusa per dominare] non cancellerà», vv. 82-83). Qui Leopardi asserisce che una fatale legge naturale prevale sulle nuove, esemplari, scoperte elettrochimiche di Alessandro Volta e Humphry Davy, che tuttavia rimangono impotenti dinanzi al dominio della natura.

Ma il luogo privilegiato della filosofia chimica si trova nelle Operette morali ed è racchiuso nel denso “saggio di filosofia naturale” costituito dal Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco (autunno 1825). Qui Leopardi richiama l’esistenza di «una o più forze proprie» della «materia in universale», che si possono «congetturare ed anco denominare dai loro effetti, ma non conoscere in se»; tali forze possono poi essere da noi distinte «con diversi nomi», ma risultare in realtà una stessa e medesima forza, la «forza della materia», che «muovendola» «ed agitandola di continuo, forma di essa materia innumerabili creature, cioè le modifica in variatissime guise». Nel nostro mondo «la distruzione è compensata continuamente dalla produzione» e tale continua formazione e distruzione delle «creature» è segno dell’incessante forza della natura, dei «continui rivolgimenti della materia», che producono e distruggono «infiniti mondi nello spazio infinito dell’eternità». Tale universale dinamismo cosmico possiede più di un’assonanza con le filosofie chimiche che sostenevano la convergenza delle forze chimiche, elettriche e magnetiche, che, unite alla più consolidata forza di attrazione universale, venivano variamente intese come aspetti di una medesima forza che muove tutti gli esseri naturali, organici e non. L’esempio migliore di tale “filosofia chimica” è quello fornito da Domenico Paoli nelle Ricerche sul moto molecolare dei solidi (Annesio Nobili, Pesaro 1825), riconosciute come una possibile fonte del Frammento. Al di là dell’attendibilità specifica dell’ipotesi rimane sicuro un richiamo solido e meditato alla “filosofia chimica”, che costituisce una delle radici più profonde del materialismo ‘stratonico’ leopardiano, nel segno di una continuità di interessi che dagli esercizi di studio e di lettura delle Dissertazioni giovanili si consolida con la lettura di saggi chimici innovativi e con la frequentazione diretta di chimici che uniscono all’aggiornamento disciplinare una buona dose di conoscenze filosofiche e una non episodica vocazione letteraria. (continua)

‹Giacomo Leopardi e la chimica su Le affinità elettive con gli "amici chimici" ›
16 maggio, 2011 da Gaspare Polizzi


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