E se investissimo nella ricerca?

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Un momento del dibattito finale del Convegno "La ricerca scientifica: un valore per il paese", CNR, Roma, 10 maggio 2018.

Nell’ultima decade si sono succeduti governi che per ragioni di bilancio hanno bruciato il 20 per cento delle risorse destinate alla ricerca, pari a 1,2 miliardi. Una perdita secca che ha inciso nelle carni del sistema nazionale mettendolo in affanno, per ora non compensato da iniziative episodiche come il ricco bando PRIN dell’anno scorso, le poche assunzioni aggiuntive di ricercatori e le misure a favore della ricerca industriale come gli sgravi fiscali e Industria 4.0. La sola classifica europea nella quale si primeggia è quella del ricercatori che hanno lasciato il Paese per lavorare all'estero: 11.000 su 35.000 in Europa. Queste sono solo alcune delle considerazioni fatte dall’economista Mario Pianta nel primo intervento del Convegno del Gruppo 2003 “La ricerca scientifica: un valore per il Paese” (CNR, Roma, 10 maggio). Considerazioni pesanti che intercettano un malessere sempre più diffuso fra i ricercatori.

Scopo del convegno non era di deprimere gli animi, ma nemmeno quello di chiudere gli occhi davanti a un investimento fermo da anni intorno all’1,2% del PIL, a cui servirebbero altri 4 miliardi all’anno per arrivare all’obiettivo stabilito per l’italia al 2020 dell’1,59%. “L’obiettivo del nostro incontro era prima di tutto far capire che la ricerca è un valore, perché è la base della crescita e del benessere in una economia della conoscenza” spiega il presidente del Gruppo 2003 Nicola Bellomo. Un messaggio che è riecheggiato anche nella introduzione fatta dal presidente del CNR Massimo Inguscio.

Opportunità dall'Europa

Il secondo relatore, Luca Moretti a capo della sede CNR a Bruxelles, ha insistito sul ruolo vitale che i programmi quadro europei hanno per la nostra ricerca, a cui contribuisce per il 9% del budget. “I nostri risultati in Horizon 2020 testimoniano ancora la tenuta del nostro sistema” ha spiegato Moretti, “ma evidenziano anche una debolezza del sistema rispetto a paesi come Germania e Francia”.

Da notare fra l’altro il forte differenziale di stipendi che spiegano le diverse performance nei progetti europei: a parità di progetti vinti, infatti, portiamo a casa mezzo miliardo in meno. Moretti ha anche illustrato la spinta della Commissione europea al Nono Programma Quadro, Horizon Europe, con la proposta di passare dai 70 miliardi di Horizon 2020 ai 100 miliardi del prossimo. “I programmi europei hanno forti valenze politiche, per esempio negli obiettivi” ha concluso Moretti. “Per questo dobbiamo essere in grado di incidere con un gioco di squadra e una maggiore capacità di selezionare poche priorità davvero strategiche per il paese”.

Merito, ma anche equità

Per bocca di Maria Pia Abbracchio il Gruppo 2003 ha riproposto i suoi obiettivi: valorizzare il merito ma allo stesso tempo garantire una base di risorse per la ricerca diffusa, condizione dello sviluppo delle eccellenze. Far nascere una agenzia della ricerca che manca solo all’Italia, per governare, valutare e finanziare la ricerca. Arrivare a un sistema di reclutamento più libero (anche dalle assurde “gabbie” disciplinari imposte dal nostro sistema) e rispondente alle vere necessità dei centri di ricerca. Infine abbassare l’età media dei ricercatori con mansioni di responsabilità e favorire la mobilità, soprattutto a inizio carriera.

Nuovi spunti di discussione

La discussione ha arricchito il programma con molti interventi: sulla valutazione interessante la proposta di Paola Zaratin della Associazione italiana sclerosi multipla a favore di nuove metriche capaci di catturare oltre la qualità scientifica dei progetti la loro rilevanza per i pazienti e la società. Anche il fisico Giorgio Parisi si è soffermato sulla valutazione affermando che l’ANVUR dovrebbe integrare le sua attuali funzioni con un sistema di valutazione a posteriori della ricerca.

Francesca Pasinelli di Fondazione Telethon ha insistito sulla necessità di abbandonare le logiche vetuste della pubblica amministrazione per rianimare la ricerca nazionale se la si vuole davvero rendere competitiva.

Non è un caso che i ricercatori che più eccellono nel confronto internazionale siano per esempio quelli in campo oncologico, fortemente sorretti da bandi consistenti e regolari come orologi - come ha sottolineato il presidente di AIRC Piergiuseppe Torrani.

Un altro settore in cui la ricerca si rivela fondamentale in Italia è quella legata alla sicurezza alimentare, ha spiegato Maria Caramelli dell’Istituto zooprofilattico di Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta.

Più Italia, più Europa

L’Europa ha attirato la maggior parte dei commenti: Luigi Nicolais (Gruppo 2003) ha fatto presente che l’opportunità di uno spazio europeo della ricerca può anche tradursi in un ulteriore handicap per i paesi del Sud Europa, che senza investimenti propri vedono sempre più ricercatori emigrare verso paesi che offrono condizioni economiche più vantaggiose.

Molto vivace è stato l’intervento del direttore del Graphene Center di Cambridge Andrea Ferrari, che ha provato a spiegare in breve un sistema molto diverso dal nostro, dove l’80% delle risorse viene assorbito dal 20% di Research Universities “piglia-tutto” in Europa. Segno di una politica che prende scelte anche impopolari per promuovere concentrazioni di competenze e infrastrure molto competitive anche sul piano europeo.

Particolarmente interessanti sono state anche le numerose testimonianze di vincitori italiani di ERC emigrati all’estero, dove trovano in genere un supporto in strutture, risorse e training imparagonabili al nostro, anche perché sostenuti da risorse pubbliche, come ha sottolineato Alessandro Damiani di APRE.

Per riequilibrare l’emorragia di ricercatori italiani all’estero va segnalata infine la porposta avanzata da Annalisa Pelizza, ERC grantee all’Università di Twente in Olanda: “Bisognerebbe cogliere l’opportunità rappresentata da ricercatori di paesi emergenti che si sono formati in Italia e che tornerebbero volentieri se il sistema glielo consentisse”. Anche perché le tanto bistrattate università italiane nelle quali si sono formati offrono ancora uno standard educativo di tutto rispetto e invidiato altrove.

Le idee emerse dal convegno confluiranno in un libro bianco a cura del Gruppo 2003 previsto entro fine anno. "Il libro non intende essere un insieme di lamentele perché è inutile piangersi addosso" ha commentato Nicola Bellomo."Sarà piuttosto un pacchetto di idee da suggerire alla politica per accompagnare la ricerca italiana a ottenere più finanziamenti in Europa e utilizzarli meglio".

Una Agenzia della ricerca? Non proprio

Difficile pensare che sia stata una coincidenza che nel giorno del Convegno del Gruppo 2003 sulla ricerca sia stata data la notizia della creazione in Italia di una Agenzia della ricerca, storico cavallo di battaglia del Gruppo. Ma è veramente una Agenzia della ricerca quella partorita in zona Cesarini dal governo uscente? Non proprio in realtà. Vediamo i dettagli.

Il Consiglio dei ministri di martedì 8 maggio ha approvato il regolamento della Fondazione per la promozione della ricerca e del trasferimento tecnologico, vigilato dal Ministero dell’Economia. Tutto nasce dalla legge di bilancio che ha previsto un “Fondo per interventi volti a favorire lo sviluppo del capitale immateriale, della competitività e della produttività”, che destina 380 milioni di euro nel primo triennio e 250 milioni dal 2021 in poi.

Il regolamento dispone la nascita di una Fondazione per gestire in realtà l’erogazione di risorse favore di misure che in realtà rientrano nell’iniziativa Industria 4.0. La ricerca dunque è presente ma appare al momento essenzialmente legata a sostenere le imprese (anche con sgravi fiscali) che vogliano valorizzare un “capitale immateriale” fatto di competenze di personale impegnato in ricerca e innovazione, brevetti e altro.

La nuova Fondazione-Agenzia, fatta nascere dal governo uscente in uno dei suoi ultimi atti, si pone gli obiettivi di “favorire il collegamento fra settori di interesse della politica industriale, la collaborazione con organismi internazionali, l’integrazione con i finanziamenti europei e le relazioni con il sistema dei venture capital”. Si tratta insomma di una Agenzia ben diversa da quella proposta dal Gruppo 2003, aperta al sistema nazionale della ricerca e particolarmente focalizzata sulla ricerca di base, primario interesse nazionale rispetto a una ricerca altrettanto importante di carattere applicato e industriale su cui tradizionalmente si concentra il grosso della programmazione europea.

Da notare infine che lo stesso Consiglio dei ministri ha approvato anche una serie di misure che recepiscono la direttiva comunicativa 2016/81 sulla libertà di movimento dei cittadini di paesi terzi per ragioni studio, volontariato e ricerca.

 

Le relazioni
Nicola Bellomo, Introduzione al Convegno.
Mario Pianta, La ricerca scientifica come motore del benessere.
Luca Moretti, La ricerca italiana in Europa: verso FP9.
Maria Pia Abbracchio, Maria Cristina Facchini, La ricerca, finanziamento, reclutamento, valutazione.
La rassegna stampa
Il CNR e gli altri big della ricercano più fondi nel prossimo Piano UE. Il Sole 24 Ore.
Ricerca: CNR, dall'UE 100 MLD per il porssimo Programma Quadro. Notizie Radiocor.
Patrizia Caraveo, La politica italiana si è dimenticta della ricerca. AGI - Blog italia
Fabio Turone, "Italian research "condemned to steer by sight",Research Europe, Scienceonthenet
Cronaca video dell'evento, INAF

 

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