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La difficile necessità di contare i morti in guerra

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Gaza

Mentre il mondo si riempie di nuovo di immagini di bambini feriti e uccisi, bisogna rendersi conto che i conflitti armati hanno implicazioni indirette sulla salute che vanno oltre i danni diretti della violenza. Anche se la guerra dovesse terminare immediatamente, nei mesi e negli anni successivi continueranno a esserci molti decessi indiretti. Per questo i tre autorevoli autori di una lettera appena pubblicata sulla rivista Lancet stimano in 186.000 il numero dei morti collegabili al conflitto di Gaza. Sono calcoli difficili da fare, ma necessari per documentare il conflitto e per parlarne con onestà.

Crediti immagine: Mohammed Ibrahim/Unsplash

I tre autorevoli mittenti della lettera pubblicata sul numero del 5 luglio della rivista Lancet indicano in 186.000 la stima dei decessi attribuibili al conflitto nella Striscia di Gaza. Decessi diretti, quelli contemporanei alle azioni belliche, e decessi indiretti, quelli successivi attribuibili alla distruzione delle infrastrutture sociali e sanitarie, agli esiti invalidanti sulla popolazione, all’aumento delle patologie croniche e alle malattie infettive. Oltre alle lesioni acute e alla tragica perdita di vite umane, fra le ripercussioni della guerra va considerato come l’esposizione stessa alla violenza sia profondamente traumatica e abbia conseguenze permanenti sulla salute e sullo sviluppo, in particolare dei più piccoli, tra cui disabilità, ritardo dello sviluppo, malnutrizione, disturbo da stress post-traumatico e disturbi emotivi e comportamentali.

La distruzione delle infrastrutture e degli spazi sicuri (strutture mediche, scuole, aree gioco, biblioteche, centri sociali) priva la popolazione dell’accesso all’assistenza sanitaria, all’istruzione di base e alla vita sociale, aggravando le avversità e l’insicurezza delle condizioni di vita create dalla guerra. Inoltre, gli effetti di un trauma prolungato possono persistere nell’età adulta ed essere trasmessi alla generazione successiva. Tutte quelle condizioni del vivere, durante e dopo la guerra, che creano una condizione cronica di morbilità: la guerra come determinante della salute, come ampiamente documentato, nella Striscia di Gaza come nel Donbass, o in uno degli attuali 56 conflitti in corso nel mondo. Come abbiamo raccontato qui.

La contabilità della morte

Ma quante sono le vittime decedute nella Striscia? Secondo il Ministero della Salute di Gaza al 19 giugno 2024 le persone uccise erano 37.396. Numero contestato dalle autorità israeliane, ma ritenuto veritiero da parte delle Nazioni Unite e dall’Organizzazione mondiale della sanità che hanno condotto analisi e ricerche indipendenti. Qualsiasi conteggio risulta, comunque, difficile e parziale. Se il conto dei morti rappresenta la somma della mortalità ospedaliera, domiciliare e quella accidentale extradomestica in condizioni di guerra dove gran parte delle infrastrutture sanitarie, sociali, di culto e residenziali è stata distrutta, dove spesso è difficile ritrovare e ricomporre i cadaveri, dove il numero dei residenti varia per la fuga o l’allontanamento forzato della popolazione, una stima accurata dei decessi diretti è impresa difficile. È quanto succede nella Striscia di Gaza, dove oltre il 35% delle abitazioni è stato abbattuto dai bombardamenti e sotto le macerie giacciono circa 10.000 corpi. Inoltre il 30% delle vittime documentate non sono state identificate: morti privi di elementi che potessero permetterne il riconoscimento. Come i militi ignoti delle guerre di un tempo, combattute prevalentemente tra gli eserciti, a cui vanno aggiunti i dispersi. Circa 200.000, pari a un terzo di tutti i caduti, furono per esempio gli “ignoti” italiani della Prima guerra mondiale.

37.396 i morti contati e molto probabilmente sottostimati, sono i decessi diretti a cui vanno aggiunti gli indiretti per un totale di 186.00 attribuibili all’attuale conflitto a Gaza. È una stima conservativa di quattro decessi indiretti ogni decesso diretto, quella cui fanno riferimento i tre autori della lettera a Lancet, in accordo con i criteri indicati dall’Office on Drugs and Crime delle Nazioni Unite.

Conservativa e comunque drammatica perché indica che il 7,8% della popolazione residente a Gaza nel settembre 2023 è morta o morirà a causa degli attacchi militari israeliani.

I bambini stanno pagando il prezzo più alto di questa guerra. Hanno perso la casa, i propri cari e, in molti casi, la vita, per le ferite da bombe, proiettili, crolli di edifici, ma anche per fame, malattie infettive e malattie croniche non curate. Sono oltre 20.000 i bambini che risultano attualmente dispersi: migliaia morti sotto le macerie, altri feriti in modo irriconoscibile da esplosivi, altri ancora sepolti in fosse comuni o anonime, oppure detenuti o rapiti.

Parlare della guerra onestamente

La guerra è fatta anche di propaganda, di fake news e di lanci di numeri la cui accuratezza è difficile da valutare. Dopo due anni dall’invasione russa, secondo fonti ucraine, i morti tra le fila dell’esercito ucraino sarebbero stati 31.000, ma fonti statunitensi parlavano di circa 70.000. Cifre raddoppiate anche per i militari russi caduti.

Il lavoro di verifica delle informazioni per chi racconta la guerra è spesso laborioso, difficoltoso, può mettere a repentaglio la sicurezza personale, necessita di tempo e di cambiamenti politici e individuali in chi è coinvolto, sebbene necessario nell’interesse suo e di chi lo legge o lo ascolta. «C’è solo un modo per parlare della guerra: onestamente. Soltanto con l’onestà, possiamo conoscere la verità» scrive Nguyẽn Phan Quẽ Mai, scrittrice e poetessa vietnamita. Onestà, indipendenza, professionalità e contrasto alla propaganda difficili da garantire quando ci si affida, o si è costretti ad affidarsi, ai “comunicati ufficiali” delle parti in causa. La debolezza, in termini di autonomia, delle agenzie e organizzazioni internazionali è tale (come per l’ennesima volta dimostrato anche a Gaza) che un ruolo “terzo” nel monitoraggio del rispetto dei diritti umani e nell’applicazione degli appropriati interventi per il contenimento, se non l’eliminazione, delle disuguaglianze e dei crimini contro l’umanità è ancora un auspicio e una determinazione di pochi.

In questi (primi) mesi di guerra gli appelli al cessate il fuoco nella Striscia di Gaza si sono succeduti caratterizzandosi per il profilo degli estensori, dei firmatari, dei destinatari, e per le diverse letture e prospettive del conflitto. La lettera di Rasha Khatib e collaboratori è una denuncia, ma anche un invito. La denuncia, per quanto circostanziata e interdisciplinare, fatta di testimonianze e condanne, della follia della guerra e delle violazioni massicce e ricorrenti dei diritti umani non sembra sufficiente e risulta inefficace nel prevenire o ridurre guerre e violenze contro le popolazioni. Eppure, se la denuncia è sostenuta da un’appropriata e continua analisi e da una riflessione in un clima di cooperazione, solidarietà, condivisione, democrazia e amore, nuovi sentieri possono essere tracciati e percorsi verso una società rispettosa dei diritti, delle risorse, delle culture e delle fedi.

 


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