Il difficile cammino della green economy

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Sconforta ogni giorno di più il quadro di una crisi economica che segna in crescendo l’Europa, mentre aumentano gli interrogativi su come dalla crisi si possa uscire. E non esiste notizia abbastanza importante da sovrastare la gravità della situazione, nemmeno quando si discute delle sorti del pianeta, di un clima che prosegue lungo il cammino di un pericoloso surriscaldamento capace di mettere in discussione l’intero ordine economico e sociale sin qui costituiti. All’indomani dell’ultima conferenza sul Clima tenutasi a Durban, gli accordi affannosamente raggiunti per far sì che il consenso e l’impegno per la riduzione dei gas serra diventino il più possibile estesi, risuonano nelle cronache come un’eco lontana.

Si dirà che non è del tutto lecito parlare di una disattenzione nei confronti della questione climatica: è da tempo ormai che di clima si discute e se ne parla ogni volta che, sempre più di frequente, gli effetti prodotti dalle sue alterazioni si traducono in devastazione dei territori. Ma finita l’emergenza, ed esaurito il clamore che il verificarsi di catastrofi naturali trascina inevitabilmente con sé, il “clima” torna a diventare appannaggio quasi esclusivo del dibattito scientifico. La possibilità di integrare la soluzione dei problemi climatici nella trasformazione dei “paradigmi produttivi” e di sviluppo delle economie avanzate, ha fatto capolino solo negli anni più recenti portando alla ribalta i temi della “green economy” e della “green growth”. E la sensazione che si ha è quella di stare ancora sulla superficie dei problemi, mentre si rincorrono politiche volte al risanamento degli equilibri finanziari e ben lungi dal cogliere le necessità dell’economia reale.

Cosa significa, allora, integrare economia e ambiente, bisogni sociali e necessità del pianeta? E soprattutto, esistono dei paradigmi di sviluppo che consentano questa integrazione, che consentano innanzitutto di guardare all’ambiente non in prospettiva isolata, relegandolo alla sola “dimensione naturale” e a vincolo della produzione economica?

Sollecitati dall’incidente nucleare di Fukushima e sull’onda della campagna tenutasi in Italia a sostegno del referendum per l’interruzione dei programmi di sviluppo dell’energia nucleare dell’ultimo governo Berlusconi, Mario Agostinelli, Roberto Meregalli e Pierattilio Tronconi - autori di “Cercare il sole”- si cimentano nel difficile compito di spiegare in che modo cambiare radicalmente il “paradigma energetico” – passando da una “economia del petrolio” ad una “economia del sole”, in linea di principio di sfruttamento dell’energia solare ma in senso lato di fonti di energia rinnovabili come quella eolica - significhi operare una trasformazione profonda dell’attività umana sul pianeta e, al tempo stesso, la promozione di uno sviluppo realmente sostenibile, che tenga cioè insieme l’integrità dell’ambiente e il progresso sociale ed economico.

La riflessione condotta dagli Autori si apre con un excursus sulla storia dell’energia: la produzione di energia segna, infatti, la storia dell’uomo e assume un ruolo ancora più cruciale con i salti compiuti dal progresso tecnologico dopo l’avvento della rivoluzione industriale. Siamo di fronte ad una svolta epocale, che nello sfruttamento del petrolio trova la sua principale forza propulsiva. L’industrializzazione coinvolge però paesi diversamente dotati di risorse petrolifere, poiché la distribuzione dei giacimenti di “oro nero” sulla terra non è uniforme. La crescita economica, e l’ulteriore spinta al progresso che questa innesca, contribuiscono così a far emergere squilibri sempre più forti tra paesi produttori e paesi utilizzatori di petrolio, condizionando in maniera crescente la politica internazione per il controllo delle risorse petrolifere e alimentando per questo sanguinosi conflitti. Crescono le tensioni economiche e politiche, dunque, ma crescono sempre più anche quelle sul fronte dell’ambiente, per arrivare all’”effetto serra”, prodotto dall’aumento della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera a causa della maggiore combustione di idrocarburi.
Con ampia e documentata trattazione – in non poche parti volutamente didascalica per avvicinare alle tematiche discusse un pubblico quanto più numeroso – Agostinelli, Meregalli e Tronconi intendono in definitiva riportarci sul sentiero critico del complesso rapporto tra uomo e natura esplicitandone innanzitutto quegli aspetti che sono legati al motore della produzione materiale, ossia al “fattore energetico”. Quella dell’energia è una storia importante che gli autori dissezionano in ogni sua componente e dimensione, “naturale”, tecnologica ed economica. Ma l’intreccio in cui queste dimensioni prendono forma è rilevante soprattutto in quanto ci offre la linea interpretativa di fondo di tutto il lavoro, l’idea guida per comprendere nel seguito perché bisogna andare incontro ad una nuova economia delle fonti energetiche rinnovabili, e quindi “cercare il sole”: il modo in cui l’uomo è condizionato dalla natura e al tempo stesso se ne appropria, plasma le modalità della produzione e, con esse, l’insieme dei rapporti sociali. Una rappresentazione, questa che, ancorché il lavoro non ricerchi una collocazione organica a un preciso fronte del pensiero economico, ben si inserisce nell’ordine di idee degli economisti classici (dai fisiocrati francesi, a Smith, a Ricardo fino a Marx) per quella che è la spiccata valenza sociale attribuita in quel solco alle relazioni economiche; e certamente ancora meglio si attaglia all’elaborazione del pensiero marxiano, al ruolo cardine che in esso riveste la categoria di modo di produzione e, soprattutto, alla visione di sostanziale unitarietà del rapporto uomo-natura che sottende tale categoria. Quest’ultimo aspetto vale senz’altro la pena di essere colto poiché risulta di fondamentale importanza per comprendere appieno la prospettiva con cui gli Autori guardano alla realizzazione di una green economy. Le fonti energetiche rinnovabili sono per natura diffuse, e ciò determina di per sé una sostanziale equità nell’accesso alle risorse energetiche con la possibilità, in aggiunta, che la gestione delle risorse sia largamente “partecipata dal basso” e opportunamente modulata a seconda delle condizioni socio-economiche (oltre che geografiche, naturalmente) di ciascun territorio. E’ un potenziale straordinario di sviluppo quello racchiuso nelle fonti energetiche rinnovabili, capace di determinare – come è nel caso dell’energia solare e di quella eolica - la riconquista di spazi di democrazia persino più ampi di quelli di molti altri beni comuni necessariamente limitati entro ambiti proprietari. Può inoltre creare occupazione, considerata la maggiore attività richiesta dalla produzione energetica da queste fonti (si pensi alla complessità delle reti di distribuzione e alla loro manutenzione) rispetto a quella relativa ai processi della trasformazione petrolifera.

Ma, attenzione. Una svolta come quella che le fonti energetiche rinnovabili implicano, deve essere accuratamente progettata mettendo in campo politiche che consentano ai diversi paesi di disporre di adeguate competenze tecnologiche. Perché è intorno a queste che ruota la possibilità di sfruttare le fonti energetiche rinnovabili. Il dominio delle competenze tecnologiche di ciascun paese è il portato di conoscenze che sono intrinsecamente appropriabili (in quanto applicate e dunque non più liberamente disponibili) e che per questo diventano fattore di forza competitiva. Come spiegare, altrimenti, lo straordinario impulso che la produzione e il commercio internazionale di tecnologie per le fonti energetiche rinnovabili ha registrato negli ultimi anni e nonostante i pesanti venti di crisi? Come spiegare, altrimenti, la sostanziale diversità tra Italia e Germania, ambedue ai vertici delle classifiche per installazioni fotovoltaiche ma profondamente diverse per ciò che attiene la posizione sull’estero degli scambi di moduli fotovoltaici, che rivela un debito della prima nei confronti della seconda? Un punto, quest’ultimo, assolutamente dirimente, poiché se di creazione di posti di lavoro si vuole ragionare, è fatto d’obbligo riflettere sullo “spiazzamento” di occupazione che per un paese il prodursi di deficit commerciali induce in quanto “vincolo” alla crescita economica.

“Cercare il sole”, ci richiama dunque, anche metaforicamente, a un progetto di sviluppo tanto ambizioso quanto impegnativo. Il mutamento di paradigma di sviluppo che con le fonti di energia rinnovabile viene messo in moto, investe infatti l’intero sistema della produzione e del consumo, e non vi è dubbio, a quest’ultimo proposito, che esso debba passare anche per una profonda revisione degli stili di vita, come gli autori ci ricordano. Tuttavia è altrettanto fuori di dubbio che affinché un simile mutamento possa avviarsi, la politica tutta (e di tutti i paesi) guardi a esso in via prioritaria, riabilitando innanzitutto le ragioni dell’economia reale e il soddisfacimento dei bisogni umani. E valorizzando sempre più a tal fine il ruolo della ricerca e dell’innovazione.

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