Chi sono i ricercatori highly cited

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Steacie Science and Engineering Library presso l'università di York. Credit: Raysonho @ Open Grid Scheduler / Grid Engine / Wikipedia. Licenza: Public Domain.

È stata pubblicata il 27 novembre scorso la lista dei ricercatori Highly Cited secondo Clarivate Analytics. La lista comprende i ricercatori che nel periodo 2006-2016 hanno pubblicato articoli con un un eccezionale numero di citazioni. L'analisi è condotta distinguendo 21 diverse aree scientifiche: dalla medicina clinica alla fisica, dalla matematica alle scienze agrarie e così via. Quest'anno per la prima volta vengono inseriti nella lista anche gli scienziati che hanno raccolto il numero critico di citazioni da diversi campi, i cosiddetti ricercatori della categoria cross-field.

Il numero totale di ricercatori nella lista Highly Cited (HC) di quest'anno è 6 078, di cui 4 058 nei 21 campi specifici e 2 020 nel cross-field. Considerando il Paese di appartenenza della prima affiliazione, sono gli Stati Uniti a ospitare il maggior numero di ricercatori HC (2639), seguiti dal Regno Unito (546) e dalla Cina (482). Il primo Paese europeo è la Germania (356), mentre l'Italia si classifica undicesima con 91 scienziati. L'istituzione con il maggior numero di ricercatori HC è Harvard (186), seguita da Stanford (100) e dall'Accademica Cinese delle Scienze (91). Al sesto e settimo posto si classificano Oxford (59) e Cambridge (53).

L'area scientifica con il maggior numero di ricercatori HC è la medicina clinica (497), quella meno popolare è la matematica (90).

 
 

Metodologia

La procedura per selezionare i ricercatori Highly Cited si compone di tre passi.

  1. In un primo momento vengono analizzati tutti gli articoli pubblicati tra il 2006 e il 2016 secondo il database Web of Science per identificare gli Highly Cited Papers. Si considerano gli articoli pubblicati in una specifica area scientifica in un certo anno e da questa lista vengono selezionati quelli che si posizionano nel percentile più alto della distribuzione del numero di citazioni. Per ogni campo si calcola il numero totale di articoli selezionati, che servirà più avanti nella procedura.
  2. Una volta selezionati gli Highly Cited Papers si guarda agli autori di questi articoli. Per ciascun autore si calcola il numero totale di citazioni ricevute relativamente agli Highly Cited Papers, si costruisce la distribuzione e si scelgono i ricercatori nel percentile più alto. 
  3. Per ciascun ricercatore in questo gruppo si calcola il numero totale di Highly Cited Papers che ha firmato. Se questo nunero è superiore alla radice quadrata del numero totale di autori di Highly Cited Papers in quel campo (calcolato al punto 1.), il ricercatore entra nella relativa lista degli Highly Cited Researchers.

Il cross-field viene trattato in modo diverso. Per ciascun autore di Highly Cited Paper si considera il numero di citazioni ricevute in un certo campo normalizzato rispetto al valore soglia di quel campo (il valore soglia è il numero minimo di citazioni necessario per appartenere al percentile più alto della distribuzione in quel campo). Se la somma dei numeri di citazioni normalizzati in ciascun campo è maggiore o uguale a 1, il ricercatore viene incluso nella lista degli Highly Cited Researchers relativamente al cross-field. Come si legge nell'Excutive Summary3, questa procedura ha un certo grado di arbitrarietà e non esiste un modo univoco per identificare in maniera algoritmica i ricercatori che si sono distinti per i loro contributi alla scienza. Una diversa selezione dei parametri o delle procedure restituirà una lista diversa. In sintesi: nessun metodo quantitativo può sostituire l'analisi approfondita della produzione scientifica di un ricercatore.

Secondo Nicola Bellomo, matematico del Politecnico di Torino, Highly Cited Researcher e presidente del Gruppo 2003, la lista pubblicata ogni anno da Clarivate non esprime una valutazione scientifica dei singoli ricercatori, ma piuttosto misura l'impatto che questi esercitano sulla comunità scientifica internazionale. «L'Agenzia Clarivate utilizza il termine descrittivo "Influential Minds" per riassumere questo concetto», afferma Bellomo. «Essere nella lista è comunque indice di intensa attività di ricerca». E conclude: «Bisogna tenere presente anche che alcune agenzie di ranking di università e centri di ricerca tengono conto della presenza di Highly Cited Researchers nel costruire le loro classifiche.»

 

Italia

Per quanto riguarda l'Italia, sono 91 i ricercatori che compaiono nella lista degli Highly Cited Researchers di quest'anno1, di cui 79 sono uomini e solo 12 donne. Il campo più popolato è quello della clinical medicine, secondo solo al cross-field, mentre l'istituzione che ospita più ricercatori Highly Cited è l'Università di Torino (6).

 
 

 

Chi parte, chi arriva, chi torna

È difficile invece stabilire con certezza quanti sono i ricercatori di nazionalità italiana o formati in Italia (laurea o dottorato) che hanno proseguito la loro carriera all'estero fino a ottenere l'importante riconoscimento. Da un'analisi basata sui cognomi e i nomi emergono circa 60 scienziati, ma è difficile valutare il grado di approssimazione di questa stima.

Sono invece otto2 i ricercatori che hanno svolto la loro formazione all'estero e si sono poi spostati in Italia per sviluppare la loro carriera. Tra questi due sono affiliati al Joint Research Center della Commissione Europea, che ha sede a Ispra in provincia di Varese, 2 lavorano all'Università Bocconi di Milano.

Scorrendo i curriculum di questi 91 ricercatori si trovano le esperienze più diverse, che possiamo però raggruppare in quattro categorie. I ricercatori che hanno studiato in Italia e qui hanno svolto tutto il loro percorso; quelli che hanno studiato in Italia, hanno trascorso un periodo più o meno lungo all'estero e poi sono rientrati in Italia; coloro che studiano in Italia e poi proseguono all'estero senza più tornare. Infine gli scienziati che dall'estero vengono in Italia a lavorare in una delle nostre università.

Per capire quali sono le ragioni di queste scelte, abbiamo intervistato sei ricercatori che rappresentano tre di queste categorie, lasciando fuori coloro che non sono mai partiti.

mosaico

In alto da sinistra Antonio Abate, Giancarlo Logroscino e David Stuckler. In basso da sinistra: Francesca Dominici, Nicola Orsini e Hamid Reza Karimi.

Nicola Orsini, dottorato nel 2008, dopo la una laurea all'Università di Pisa e assegni di ricerca all'Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione (CNR) decide di approfondire lo studio dei metodi statistici applicati nella ricerca medica e parte per la Svezia al Karolinska Institutet di Stoccolma. Dottorato in epidemiologia premiato come migliore tesi nel settore di sanità pubblica dall’Associazione Medica Svedese dove è rimasto fino a diventare professore associato di statistica medica. Quando lo intervistiamo ci dice: « Sono partito 14 anni fa senza rimpianti». Le ragioni sono sia di natura professionale che personale. Al Karolinska Institutet gli scienziati si occupano quasi solo di ricerca e lavorano per raccogliere fondi competitivi, sia nazionali che internazionali. Il lavoro didattico è molto ridotto. Poi ci sono gli aspetti familiari e personali. «In Svezia è molto più semplice costruire una famiglia, poiché lo Stato garantisce un anno e mezzo di congedo parentale tra paternità e maternità» e aggiunge «tornare in Italia sarebbe bello ma difficile perché sia io che mia moglie lavoriamo nella ricerca universitaria». In più gli stipendi poi sono molto più alti rispetto all'Italia: un dottorando svedese percepisce il doppio o il triplo rispetto a un dottorando italiano. Nicola si è specializzato in metodi statistici per combinare risultati sperimentali o osservazionali ottenuti in diverse parti del mondo, i cosiddetti studi di metanalisi. In particolare, si occupa di problemi di dose-risposta, ovvero di stima della reazione di un organismo quando esposto a certe dosi di una sostanza. Questi strumenti vengono comunemente utilizzati da gruppi di ricercatori e organizzazioni internazionali per sintetizzare la letteratura scientifica disponibile. «Credo che nell'ambito delle scienze statistiche applicate alle scienze mediche la chiave per avere impatto sia quella di ascoltare le domande metodologiche dei colleghi specializzati in altri campi, come l'oncologia, la cardiologia, la salute pubblica e ambientale, la psichiatria, la nutrizione», e conclude «se non avessi considerato i problemi aperti in altre aree di ricerca e non avessi fornito degli strumenti facili da usare, i miei contributi sarebbero rimasti confinati all'interno di un cerchia piuttosto ristretta di accademici». Il suo legame con l'Italia resta però vivo nelle collaborazioni, sia con professori che con gli studenti, che arrivano al Karolinska per specializzarsi nel suo gruppo di ricerca.

Antonio Abate, dottorato nel 2011, ha invece deciso di rientrare in Italia dopo sette anni passati all'estero in quattro diverse istituzioni: Oxford, Cambridge, l'École polytechnique fédérale de Lausanne, l'Helmoltz Zentrum a Berlino. Antonio ha una laurea in ingegneria dei materiali all'Università Federico II di Napoli e un dottorato in chimica al Politecnico di Milano. A spingerlo a tornare in Italia ragioni personali e opportunità professionali. Ha vinto un finanziamento del programma per giovani ricercatori "Rita Levi Montalcini" diventando ricercatore all'Università di Napoli Federico II. Nel frattempo lo European Research Council gli ha assegnato uno Starting Grant per il progetto FREEENERGY, che punta a sviluppare celle fotovoltaiche a base di perovskiti a basso impatto ambientale sfruttando interazioni supramolecolari non convenzionali. Questo gli ha permesso di accedere ai finanziamenti FARE (Framework per l'Attrazione e il Rafforzamento delle Eccellenze per la ricerca italiana), che assegnano ad alcuni tra i vincitori di finanziamenti ERC che scelgono di portare avanti il loro progetto in Italia dei fondi aggiuntivi per un importo massimo pari al 20% del grant europeo. «Il sistema di reclutamento italiano non è più rigido di quello di altri Paesi in cui ho lavorato», ci spiega, «la differenza sta probabilmente nella minore disponibilità di risorse economiche». In Germania, ad esempio, la stabilizzazione arriva molto tardi e avviene attraverso giudizio insidacabile dei membri più anziani dell'università. Per Antonio, che ha una figlia di due anni, rientrare in Italia era importante anche dal punto di vista familiare: «Sarei un pazzo a dire che a Napoli si vive meglio che a Berlino, ma la qualità della vita si definisce anche in base a parametri soggettivi. Se fossimo rimasti in Germania mia figlia non solo avrebbe parlato un'altra lingua, ma sarebbe cresciuta secondo una cultura rispetto a cui io mi sarei sempre sentito estraneo».

David Stuckler, dottorato nel 2009, ha deciso di lasciare l'Università di Oxford per proseguire la sua ricerca in Italia all'Università Bocconi a Milano. David è un esperto di salute pubblica e, tra le altre cose, autore insieme a Sanjay Basu del libro The Body Economic, pubblicato da Penguin, sulle conseguenze della crisi economica e finanziaria cominciata nel 2008 sulla salute fisica e mentale. Recentemente i suoi studi si concentrano sugli effetti delle politiche di austerity sulla salute pubblica. Ne è un esempio l'articolo pubblicato sullo European Journal Journal of Public Health che collega il calo della copertura vaccinale contro morbillo, parotite e rosolia al taglio della spesa pubblica. «La Bocconi è probabilmente la migliore università dell'Europa continentale per le scienza sociali», ci ha spiegato David. La Bocconi ospita anche un altro degli otto stranieri HC che lavorano in Italia, Nicola J. Foss, e conta tra i suoi docenti e ricercatori circa 20 vincitori di finanziamenti da parte dello European Research Council.

Francesca Dominici, dottorato nel 1997, è oggi Clarence James Gamble Professor of Biostatistics, Population and Data Science alla Harvard T.H. Chan School of Public Health. Francesca si è laureata in statistica all'Università Sapienza di Roma e ha poi conseguito il dottorato presso l'Università di Padova. Già durante il dottorato ha trascorso un periodo di visiting negli Stati Uniti, per poi spostarsi definitivamente alla Johns Hopkins University fino al 2009, quando poi è arrivata a Harvard. «A spingermi a partire sono stati la mia passione per la scienza e la statistica, l’ambizione di fare carriera in un sistema meritocratico e la voglia di interagire con persone di culture e tradizioni differenti». Negli Stati Uniti Francesca ha potuto collaborare con scienziati di altissimo livello e formare studenti di eccezionale talento. «Tutto questo ha chiaramente un costo: il sistema in cui lavoro oggi è estremamente competitivo e richiede dedizione totale». Oltre a fare ricerca e insegnare, Francesca è anche impegnata nella promozione della diversità all'interno dell'accademia. Presiede, infatti, il Committee for the Advancement of Women Faculty della Harvard T.H. Chan School of Public Health. Quando le chiediamo quali siano le azioni più efficaci per promuovere la presenza di donne nell'accademia, soprattutto in posizioni di rilievo, ci risponde: « Bisogna avere tolleranza zero verso i comportamenti discriminatori di ogni tipo: l'assenza di donne nelle tavole rotonde delle conferenze, nei comitati editoriali delle riviste scientifiche più presitgiose. Poi ci sono gli stereotipi da combattere: l'atteggiamento diverso riguardo all'ambizione maschile e femminile e l'esistenza di certi club solo maschili in cui si prendono decisioni importanti escludendo le donne».

Giancarlo Logroscino, neurologo con dottorato nel 1997 in epidemiologia, è rientrato in Italia nel 2008 dopo dieci anni trascorsi negli Stati Uniti prima alla Columbia University a New York, dove ha ottenuto il dottorato ed è poi diventato ricercatore, e poi alla Harvard School of Medicine come professore. Oggi è professore ordinario di neurologia all'Università degli Studi di Bari Aldo Moro e dirige il Centro di Malattie Neuordegenerative e Invecchiamento Cerebrale presso la Fondazione Panico di Tricase. «Sono rientrato in Italia per motivi di carattere personale, ma il rientro non è stato facile», ci spiega, «volevo ricostruire a Bari il modello di lavoro che avevo appreso negli Stati Uniti: internazionalizzare le procedure e i progetti, organizzare scambi con scienziati delle più prestigiose istituzioni internazionali, aggregare i ricercatori intorno ai progetti e in base alle competenze e non secondo appartenenze accademiche. Alla fine ci sono riuscito, anche se è stato necessario aggiustare il tiro. Il centro per le malattie neurodegenerative, ad esempio, doveva essere costruito all'interno del Policlino Universitario di Bari, ma non è stato possibile per opposizione del sistema universitario locale. Così ci siamo spostati presso l’Azienda Ospedaliera Pia Fond. Card. G. Panico di Tricase, Lecce». La differenza che Giancarlo sente più marcata tra Harvard e l'Università di Bari è la mancanza di una cultura amministrativa di alto livello che supporti lo svolgimento e la promozione dei progetti più ambiziosi. Ciò che gli ha permesso di continuare a fare ricerca con lo stesso entusiasmo del primo giorno è aver mantenuto una prospettiva internazionale, viaggiando molto. In questo modo è riuscito a contagiare i suoi stretti collaboratori e anche la cerchia allargata dei colleghi con cui ha interagito e delle istituzioni cha ha frequentato.

Hamid Reza Karimi, dottorato nel 2005, è professore associato di meccanica applicata al Dipartimento di Ingegneria Meccanica del Politecnico di Milano dal 2016. Ha svolto i suoi studi presso l'Università di Tehran e si è specializzato nello sviluppo di sistemi di controllo e meccatronica per il settore automobilistico e dell'energia solare. «L'università italiana eccelle sia nella ricerca che nella didattica», racconta Hamid, «e inoltre mette in atto una buona politica di internazionalizzazione, garantendo l'integrazione dei ricercatori italiani all'interno della comunità di riferimento nel mio campo». Infine Hamid spiega che dal suo punto di vista l'Italia garantisce un percorso di carriera universitaria ben definito.

Elenco degli scienziati italiani che lavorano in Italia ed elenco degli scienziati italiani che lavorano all'estero (elenco parziale).

 

Note

1 Le affiliazioni riportate nella lista Highhly Cited Researchers di Clarivate non sono sempre aggiornate.

2 Raul R. Gainetdinov, che nella lista risulta affiliato all'Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), è in realtà direttore dell'Institute of Translational Biomedicine dell'Università Statale di San Pietroburgo e ha trascorso solo un periodo come visiting scientist all'IIT. Cora Sternberg, nella lista affiliata all'Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini, è da poco rientrata negli Stati Uniti all'ospedale Weill Cornell Medicine a New York. Aron Goldhirsch e Jusef Hassoun, il primo all'Università Statale di Milano e il secondo alla Sapienza di Roma, hanno entrambi conseguito laurea e dottorato in Italia.

3 L'Executive Summary si può scaricare qui.

 

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