fbpx Il bagnino e i samurai | Scienza in rete

Il bagnino e i samurai

Primary tabs

Tempo di lettura: 3 mins

Leggendo di slancio “Il bagnino e i samurai” e subendone tutto il fascino doloroso, il primo paragone che mi viene in mente è con un altro libro di Daniela Minerva (e Carlo Bernardini): “L’ingegno e il potere”, sul caso Ippolito. Nel campo dei farmaci oncologici, come della chimica farmaceutica in generale, per non dire della chimica e basta, si vive lo stesso senso di fallimento che per il nucleare, anche qui dopo una splendida partenza tutta italiana negli anni 60-70. Fallimenti generati dallo stesso mix di incompetenza e corruzione politica e gestionale, in netto contrasto con i brillanti risultati che uscivano, in entrambe i casi, dai centri di ricerca italiani e milanesi, per l’oncologia. La lezione storica è che quando la science si fa Big, cioè quando si parla di oncologia, di energia nucleare, di chimica post-Natta di allora (ma ci aggiungo, per esempio, lo spazio di oggi), l’Italia tende a fare flop. I sette samurai (uno dei quali era proprio Silvio Monfardini, co-autore del saggio per Codice, la piccola grande casa editrice di Vittorio Bo) furono quelli che, più di 40 anni fa, scoprirono la adriamicina sotto la guida di Gianni Bonadonna.

Era nata come una molecola tutta italiana, a cominciare dal nome, ispirato dal mare adriatico. Formidabile nella cura del cancro al seno, per esempio, e molto altro. Dopo la sperimentazione animale, che è sempre passaggio fondamentale nella ricerca biomedica, iniziò ad essere prodotta in Italia da una grande casa farmaceutica, poi scomparsa. Oggi la molecola, sempre valida e con innumerevoli applicazioni, è saldamente in mano della industria USA. La colpa, per restare in tema balneare, è del “bagnino”, al secolo Carlo Sama, bello e abbronzato, ma che, non per questo, attirò le attenzioni di un giovane PM chiamato Antonio Di Pietro. Dopo aver distrutto la chimica farmaceutica italiana, un po’ di carriera l’ha fatta il bagnino: pare che oggi diriga un resort (balneare s’intende) a Formentera o giù di lì, comunque lontano dalle attenzioni delle autorità italiane. Ma intanto la eccellenza lombarda dei sette samurai anticancro è finita, anche perchè è passata, inevitabilmente, per le mani di Formigoni, che ha concluso in modo mirabile l’opera iniziata dal bagnino. Che tristezza.

Dal libro, bellissimo, e dalla prefazione di Ignazio Marino (che di medicina quanto di politica se ne intende) si capisce che alla base del disastro politico-economico c’è, purtroppo, la diffidenza del pubblico italiano verso la scienza. Atteggiamento con cui conviviamo da tanto, sapendo benissimo che è fondato sull’ignoranza, madre di tutti i pregiudizi. Per questo ammiro Minerva e Monfardini che stavolta hanno saputo coniugare un problema legato alla ricerca fondamentale con la realtà politica e sociale delle sue conseguenze. Minerva, in particolare, ha fatto ancora centro, andando un passo più in là del suo dirompente “La fiera delle Sanità” (Rizzoli, 2009), dove il titolo la dice lunga, e dove pure un colloquio con Ignazio Marino esortava “Italiani, salvate voi stessi” (sempre attuale…). Anche cercare di capire l’Universo o il bosone di Higgs o le tragedie di Shakespeare è ricerca fondamentale, tanto quanto sintetizzare la adriamicina. Ma, nel caso di quest’ultima, le conseguenze immediate sono più spettacolari, purtroppo o per fortuna, a pensarci bene, non lo so.


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

Vivere con le iene: un viaggio ad Harar

Le iene sono spesso considerate feroci e sleali, ma non nell'antica città di Harar, in Etiopia orientale. Qui girano indisturbate tra i vicoli di notte e gli abitanti offrono loro cibo, rendendole attrazioni turistiche. In La vita segreta delle iene, edito da Adelphi, l'antropologo Marcus Baynes-Rock racconta questa particolare relazione e i suoi incontri con le iene, offrendo una prospettiva del rapporto umani-selvatico che apre molti interrogativi. Ne parliamo con l’autore.

In copertina: Un uomo delle iene ad Harar. Crediti foto: Karoline.Piegdon/Wikimedia Commons Licenza: CC BY-SA 4.0 

Malgrado il suo titolo italiano, La vita segreta delle iene non è un trattato sul comportamento delle iene, ma un libro complesso che mescola etnografia, etologia e diario di campo. L’autore, Marcus Baynes-Rock, antropologo australiano, racconta in queste pagine l’esperienza vissuta quando si è trasferito ad Harar, antica città dell’Etiopia orientale, per raccogliere i dati per il suo dottorato.