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Come cambierà il clima mediterraneo? Le risposte di CIRCE

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Cosa riservano i prossimi decenni ai Paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo? Già nel quarto rapporto dell’IPCC (2007) era stato individuato un trend verso l’aumento della temperatura media e una riduzione delle precipitazioni, ma finora mancava una valutazione approfondita degli impatti su scala regionale. Grazie al progetto CIRCE, completato nel 2011 dopo quattro anni di ricerche, è possibile avere informazioni più dettagliate. Il progetto è stato coordinato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e ha coinvolto 63 istituti di ricerca in 18 Paesi dell’area mediterranea.

I risultati sono stati raccolti in tre volumi, presentati questa settimana dal presidente del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici Antonio Navarra nel corso di una conferenza a Venezia.

Le proiezioni mostrano un aumento della temperatura media di 2° nel 2050 e una riduzione delle precipitazioni (soprattutto durante la stagione invernale) tra il 5 e il 10%. Anche il livello del mare si alzerà (tra i 6 e 12 cm) ma non in modo uniforme, per la combinazione tra l’effetto dell’espansione termica (l’acqua del mare si riscalda di più e sempre più in profondità, quindi si espande), le correnti marine e l’aumento della salinità.

Differenze che sembrano di pochi gradi o centimetri possono avere impatti profondi sul delicato ecosistema del Mediterraneo, sulle economie dei Paesi che si affacciano sulle sue coste e per le popolazioni che vi abitano. I ricercatori del progetto CIRCE hanno valutato gli impatti che che i cambiamenti climatici nel Mediterraneo avranno sull’agricoltura, sul PIL, sul turismo, sulla salute, sulla domanda di energia e sui prezzi delle materie prime. Tenendo presente, come sempre quando si parla di cambiamenti climatici, che si tratta di probabilità statistiche e non di dati certi e assoluti, le stime dipingono un quadro preoccupante: diminuzione media del PIL dell’1.2%, aumento della mortalità a causa di ondate di calore, alluvioni ed eventi metereologici estremi; maggiore rischio di incendi boschivi e di danni alle colture agricole tradizionali come il grano, l’ulivo, i vigneti; diminuzione dei flussi turistici dal Nord Europa; maggiore vulnerabilità degli ecosistemi locali.

Evitando posizioni catastrofiste, le conclusioni parlano chiaro: l’obiettivo primario è sviluppare dei piani di adattamento e prevenzione, come la diversificazione delle colture e sistemi innovativi per gestire le risorse idriche. Su questo punto il Mediterraneo è diviso: da una parte i Paesi sulla costa settentrionale si stanno preparando sulla base delle direttive europee (anche se ben 12 paesi UE, compresa l’Italia, non hanno ancora una strategia nazionale di adattamento o un piano d’azione per metterla in pratica); dall’altra, la situazione del Mediterraneo meridionale è molto più frammentata. La risposta efficace ai cambiamenti climatici, sostengono gli scienziati, passa attraverso iniziative di governance regionale e la costruzioni di reti che coinvolgano tutte le realtà tra le due sponde del Mediterraneo. 

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