fbpx Come cambierà il clima mediterraneo? Le risposte di CIRCE | Scienza in rete

Come cambierà il clima mediterraneo? Le risposte di CIRCE

Primary tabs

Read time: 3 mins

Cosa riservano i prossimi decenni ai Paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo? Già nel quarto rapporto dell’IPCC (2007) era stato individuato un trend verso l’aumento della temperatura media e una riduzione delle precipitazioni, ma finora mancava una valutazione approfondita degli impatti su scala regionale. Grazie al progetto CIRCE, completato nel 2011 dopo quattro anni di ricerche, è possibile avere informazioni più dettagliate. Il progetto è stato coordinato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e ha coinvolto 63 istituti di ricerca in 18 Paesi dell’area mediterranea.

I risultati sono stati raccolti in tre volumi, presentati questa settimana dal presidente del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici Antonio Navarra nel corso di una conferenza a Venezia.

Le proiezioni mostrano un aumento della temperatura media di 2° nel 2050 e una riduzione delle precipitazioni (soprattutto durante la stagione invernale) tra il 5 e il 10%. Anche il livello del mare si alzerà (tra i 6 e 12 cm) ma non in modo uniforme, per la combinazione tra l’effetto dell’espansione termica (l’acqua del mare si riscalda di più e sempre più in profondità, quindi si espande), le correnti marine e l’aumento della salinità.

Differenze che sembrano di pochi gradi o centimetri possono avere impatti profondi sul delicato ecosistema del Mediterraneo, sulle economie dei Paesi che si affacciano sulle sue coste e per le popolazioni che vi abitano. I ricercatori del progetto CIRCE hanno valutato gli impatti che che i cambiamenti climatici nel Mediterraneo avranno sull’agricoltura, sul PIL, sul turismo, sulla salute, sulla domanda di energia e sui prezzi delle materie prime. Tenendo presente, come sempre quando si parla di cambiamenti climatici, che si tratta di probabilità statistiche e non di dati certi e assoluti, le stime dipingono un quadro preoccupante: diminuzione media del PIL dell’1.2%, aumento della mortalità a causa di ondate di calore, alluvioni ed eventi metereologici estremi; maggiore rischio di incendi boschivi e di danni alle colture agricole tradizionali come il grano, l’ulivo, i vigneti; diminuzione dei flussi turistici dal Nord Europa; maggiore vulnerabilità degli ecosistemi locali.

Evitando posizioni catastrofiste, le conclusioni parlano chiaro: l’obiettivo primario è sviluppare dei piani di adattamento e prevenzione, come la diversificazione delle colture e sistemi innovativi per gestire le risorse idriche. Su questo punto il Mediterraneo è diviso: da una parte i Paesi sulla costa settentrionale si stanno preparando sulla base delle direttive europee (anche se ben 12 paesi UE, compresa l’Italia, non hanno ancora una strategia nazionale di adattamento o un piano d’azione per metterla in pratica); dall’altra, la situazione del Mediterraneo meridionale è molto più frammentata. La risposta efficace ai cambiamenti climatici, sostengono gli scienziati, passa attraverso iniziative di governance regionale e la costruzioni di reti che coinvolgano tutte le realtà tra le due sponde del Mediterraneo. 

Autori: 
Sezioni: 

prossimo articolo

Ripristinare la natura: all’Italia non basta un elenco di misure

Roccia modellata dall'acqua che cade a picco sul mare

Il Piano italiano di ripristino della natura raccoglie oltre duemila misure, ma non dimostra ancora che siano sufficienti a raggiungere gli obiettivi europei. Un terzo è privo di stima finanziaria e le garanzie urbane sono state gravemente indebolite. Alcuni progetti ben definiti e un monitoraggio ambizioso convivono con queste lacune. Crediti immagine: Ciro di Lauro su Unsplash
 

Tre sbarramenti alti fra un metro e mezzo e due metri interrompono l’alto corso del Mingardo, nel Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Incorporano gli attraversamenti di un acquedotto. Una scheda tra le oltre 2000 contenute dalla bozza definitiva del Piano nazionale di ripristino della natura propone di eliminarli nell’ambito dell’ammodernamento della rete idrica. Prima entreranno in funzione i nuovi attraversamenti, progettati per lasciare libero il corso d’acqua, poi saranno demolite le vecchie strutture.