fbpx Siamo quello che mangiamo o che non mangiamo? | Scienza in rete

Siamo quello che mangiamo o che non mangiamo?

Primary tabs

Tempo di lettura: 4 mins

La copertina del numero di maggio scorso della rivista National Geographic riporta l’immagine di un bambino accompagnata da un titolo provocatorio “Questo bambino vivrà fino a 120 anni”. Indubbiamente, l’aspettativa di vita media nel mondo ha superato la soglia dei 70 anni, ma siamo ben lontani dal pensare di poter diventare ultracentenari. In verità, il problema principale non è quanto a lungo riusciamo a vivere, ma in che modo. E’ su questa domanda che gli studiosi e i ricercatori che si occupano di invecchiamento stanno spostando l’attenzione della comunità scientifica. L’ereditarietà della longevità è, in realtà, pari al 25-30% e tra l’altro, non basta individuare quali sono i geni importanti, ma capire in quale fase della vita è importante che siano più o meno attivi. A questo quadro di per sé già complicato dobbiamo aggiungere la componente ambientale, che gioca un ruolo alquanto imprevedibile e le abitudini alimentari, di cui solo negli ultimi anni si comincia a comprendere l’importanza.

“Vertumnus”,














“Vertumnus”, Arcimboldo (1527-1593)"

“Siamo quello che mangiamo” asseriva nell’ottocento il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, sostenendo che un popolo può migliorare migliorando la propria alimentazione (1). In effetti, sebbene la sua fosse una visione filosofica più che scientifica, l’educazione alimentare e le sue regole di una dieta bilanciata, corretta e misurata stanno sempre più penetrando nel comune tessuto sociale. Valter Longo, Direttore del Longevity Institute, University of Southern California, si occupa da anni dello studio dei meccanismi cellulari e molecolari che regolano i processi di invecchiamento. Le recenti scoperte fatte nel suo laboratorio e nei laboratori americani ed europei di altri suoi colleghi hanno dimostrato che mangiare meno aiuta a vivere meglio e più a lungo.
Gli effetti benefici della restrizione calorica sono stati sperimentati su diversi organismi, dall’eucariote più semplice, il lievito, al più complesso, l’uomo e sembrano essere conservati nel corso dell’evoluzione. Nella maggior parte dei casi studiati, è stato osservato che la restrizione calorica non solo rende più longevi, ma protegge da una serie di patologie, quali il diabete, il cancro e malattie cardiovascolari. Studi condotti in parallelo hanno dimostrato che un intervento di natura genetica o chimica su pathway cellulari coinvolti nei processi di assorbimento dei nutrienti producono effetti paragonabili in termini di longevità e protezione da malattie. In particolare, la riduzione dei livelli del fattore IGF-1 (Insulin-like Growth Factor) sembra essere determinante nella modulazione dei processi di invecchiamento (2,3). In quest’ambito, sono di assoluto rilievo gli studi in corso su una popolazione dell’Ecuador affetta dalla sindrome di Laron, una malattia autosomica recessiva. Gli individui malati presentano una mutazione nel recettore per l’ormone della crescita (GHR) e di conseguenza non hanno uno sviluppo normale durante l’infanzia. Tuttavia, ciò di cui la natura li priva in termini di crescita, viene loro restituito in termini di resistenza al diabete e al cancro. Il segreto è nel loro sangue che presenta livelli minimi di IGF-1 e insulina, considerati fattori chiave nello sviluppo dei processi di trasformazione tumorale. Questa popolazione è, quindi, un modello di studio vivente per approfondire le interazioni tra geni e longevità (4).

Anche se la restrizione calorica può rappresentare una valida soluzione per contrastare diversi processi di invecchiamento, non bisogna dimenticare i suoi eventuali effetti collaterali che controbilanciano quelli sopra elencati e portano all’indebolimento del sistema immunitario e a un rallentamento del processo di cicatrizzazione delle ferite. Il laboratorio di Longo si focalizza, pertanto, su digiuni periodici e su diete che simulano il digiuno e che hanno esiti potenzialmente superiori a quelli della restrizione calorica a meno dei suoi effetti collaterali. Il digiuno prolungato, praticato in alternanza a periodi di normale alimentazione, porterebbe ad una “riprogrammazione” del metabolismo energetico con effetti benefici sulla salute e sulla longevità (5). Ma attenzione, perché l’effetto benefico del digiuno periodico potrebbe diventare nullo se non addirittura negativo nelle persone molto anziane e deboli.
In altre parole, per soggetti in salute l’invito è quello di ritornare alle origini, quando cacciatori e guerrieri si preparavano alla battuta di caccia o alla battaglia astenendosi dal mangiare o di emulare i monaci tibetani, per i quali il digiuno è parte della disciplina religiosa. In entrambi i casi, tale pratica manifestava e manifesta la capacità di esercitare un controllo del corpo al fine di migliorare il proprio stato fisico o spirituale in maniera temporanea o definitiva. A questo punto è il caso di chiedersi: “siamo quello che mangiamo o (siamo quello) che non mangiamo”?

Bibliografia

1. Ludwig Feuerbach. Il mistero del sacrificio o l'uomo è ciò che mangia, 1862.

2. Lee C, Longo VD. Fasting vs dietary restriction in cellular protection and cancer treatment: from model organisms to patients. Oncogene. 2011 30:3305-16.

3. Fontana L, Partridge L, Longo VD.Extending healthy life span--from yeast to humans. Science. 2010 328:321-6.

4. Guevara-Aguirre J, Balasubramanian P, Guevara-Aguirre M, Wei M, Madia F, Cheng CW, Hwang D, Martin-Montalvo A, Saavedra J, Ingles S, de Cabo R, Cohen P, Longo VDGrowth hormone receptor deficiency is associated with a major reduction in pro-aging signaling, cancer, and diabetes in humans Sci Transl Med. 2011 3:70ra13.

5. Michael Mosley and Mimi Spencer. The fast diet. The Secret of Intermittent Fasting - Lose Weight, Stay Healthy, Live Longer. Short Books Ltd.UK


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

(Ri)guardare ER nel 2026

screenshot dalla sigla di ER Medici in prima linea

Rimesso a disposizione su Netflix, "ER – Medici in prima linea" resta un caposaldo dei medical drama. Rivederla a oltre trent’anni dal debutto non significa solo ritrovare casi clinici e personaggi, ma misurare quanto siano cambiati la medicina e il lavoro sanitario non meno delle rappresentazioni sociali della malattia. E forse anche accorgersi che, più delle pratiche e della realtà, a evolversi rapidamente sono stati i modi di raccontarle.

Nell'immagine di copertina: screenshot dalla sigla di ER - Medici in prima linea

Netflix ha messo a disposizione sulla sua piattaforma la serie ER – Medici in prima linea. Per chi l’aveva appassionatamente seguita ai tempi, odi et amo: da una parte ci toccano 15 anni di puntate da rivedere, dall’altra è l’occasione di immergersi in una serie nota, amata e che ha letteralmente fatto la storia di enorme successo dei medical drama. E, in questo modo, anche di farsi due conti su come è cambiata non solo la medicina sensu strictu, ma anche i suoi rapporti con la società e il modo di raccontarla.