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Siamo quello che mangiamo o che non mangiamo?

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La copertina del numero di maggio scorso della rivista National Geographic riporta l’immagine di un bambino accompagnata da un titolo provocatorio “Questo bambino vivrà fino a 120 anni”. Indubbiamente, l’aspettativa di vita media nel mondo ha superato la soglia dei 70 anni, ma siamo ben lontani dal pensare di poter diventare ultracentenari. In verità, il problema principale non è quanto a lungo riusciamo a vivere, ma in che modo. E’ su questa domanda che gli studiosi e i ricercatori che si occupano di invecchiamento stanno spostando l’attenzione della comunità scientifica. L’ereditarietà della longevità è, in realtà, pari al 25-30% e tra l’altro, non basta individuare quali sono i geni importanti, ma capire in quale fase della vita è importante che siano più o meno attivi. A questo quadro di per sé già complicato dobbiamo aggiungere la componente ambientale, che gioca un ruolo alquanto imprevedibile e le abitudini alimentari, di cui solo negli ultimi anni si comincia a comprendere l’importanza.

“Vertumnus”,














“Vertumnus”, Arcimboldo (1527-1593)"

“Siamo quello che mangiamo” asseriva nell’ottocento il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, sostenendo che un popolo può migliorare migliorando la propria alimentazione (1). In effetti, sebbene la sua fosse una visione filosofica più che scientifica, l’educazione alimentare e le sue regole di una dieta bilanciata, corretta e misurata stanno sempre più penetrando nel comune tessuto sociale. Valter Longo, Direttore del Longevity Institute, University of Southern California, si occupa da anni dello studio dei meccanismi cellulari e molecolari che regolano i processi di invecchiamento. Le recenti scoperte fatte nel suo laboratorio e nei laboratori americani ed europei di altri suoi colleghi hanno dimostrato che mangiare meno aiuta a vivere meglio e più a lungo.
Gli effetti benefici della restrizione calorica sono stati sperimentati su diversi organismi, dall’eucariote più semplice, il lievito, al più complesso, l’uomo e sembrano essere conservati nel corso dell’evoluzione. Nella maggior parte dei casi studiati, è stato osservato che la restrizione calorica non solo rende più longevi, ma protegge da una serie di patologie, quali il diabete, il cancro e malattie cardiovascolari. Studi condotti in parallelo hanno dimostrato che un intervento di natura genetica o chimica su pathway cellulari coinvolti nei processi di assorbimento dei nutrienti producono effetti paragonabili in termini di longevità e protezione da malattie. In particolare, la riduzione dei livelli del fattore IGF-1 (Insulin-like Growth Factor) sembra essere determinante nella modulazione dei processi di invecchiamento (2,3). In quest’ambito, sono di assoluto rilievo gli studi in corso su una popolazione dell’Ecuador affetta dalla sindrome di Laron, una malattia autosomica recessiva. Gli individui malati presentano una mutazione nel recettore per l’ormone della crescita (GHR) e di conseguenza non hanno uno sviluppo normale durante l’infanzia. Tuttavia, ciò di cui la natura li priva in termini di crescita, viene loro restituito in termini di resistenza al diabete e al cancro. Il segreto è nel loro sangue che presenta livelli minimi di IGF-1 e insulina, considerati fattori chiave nello sviluppo dei processi di trasformazione tumorale. Questa popolazione è, quindi, un modello di studio vivente per approfondire le interazioni tra geni e longevità (4).

Anche se la restrizione calorica può rappresentare una valida soluzione per contrastare diversi processi di invecchiamento, non bisogna dimenticare i suoi eventuali effetti collaterali che controbilanciano quelli sopra elencati e portano all’indebolimento del sistema immunitario e a un rallentamento del processo di cicatrizzazione delle ferite. Il laboratorio di Longo si focalizza, pertanto, su digiuni periodici e su diete che simulano il digiuno e che hanno esiti potenzialmente superiori a quelli della restrizione calorica a meno dei suoi effetti collaterali. Il digiuno prolungato, praticato in alternanza a periodi di normale alimentazione, porterebbe ad una “riprogrammazione” del metabolismo energetico con effetti benefici sulla salute e sulla longevità (5). Ma attenzione, perché l’effetto benefico del digiuno periodico potrebbe diventare nullo se non addirittura negativo nelle persone molto anziane e deboli.
In altre parole, per soggetti in salute l’invito è quello di ritornare alle origini, quando cacciatori e guerrieri si preparavano alla battuta di caccia o alla battaglia astenendosi dal mangiare o di emulare i monaci tibetani, per i quali il digiuno è parte della disciplina religiosa. In entrambi i casi, tale pratica manifestava e manifesta la capacità di esercitare un controllo del corpo al fine di migliorare il proprio stato fisico o spirituale in maniera temporanea o definitiva. A questo punto è il caso di chiedersi: “siamo quello che mangiamo o (siamo quello) che non mangiamo”?

Bibliografia

1. Ludwig Feuerbach. Il mistero del sacrificio o l'uomo è ciò che mangia, 1862.

2. Lee C, Longo VD. Fasting vs dietary restriction in cellular protection and cancer treatment: from model organisms to patients. Oncogene. 2011 30:3305-16.

3. Fontana L, Partridge L, Longo VD.Extending healthy life span--from yeast to humans. Science. 2010 328:321-6.

4. Guevara-Aguirre J, Balasubramanian P, Guevara-Aguirre M, Wei M, Madia F, Cheng CW, Hwang D, Martin-Montalvo A, Saavedra J, Ingles S, de Cabo R, Cohen P, Longo VDGrowth hormone receptor deficiency is associated with a major reduction in pro-aging signaling, cancer, and diabetes in humans Sci Transl Med. 2011 3:70ra13.

5. Michael Mosley and Mimi Spencer. The fast diet. The Secret of Intermittent Fasting - Lose Weight, Stay Healthy, Live Longer. Short Books Ltd.UK


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Crediti: Foto di Katie Rainbow/Unsplash

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