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Galassie piselline

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Immaginiamo di avere un archivio con le fotografie di un milione di persone che vorremmo opportunamente catalogare in vista di una indagine statistica. Fatti due conti del tempo occorrente, è facile constatare come il nostro tentativo andrebbe incontro a un misero fallimento. L'unica via d'uscita sarebbe poter contare sull'aiuto di migliaia di persone disposte a collaborare nella titanica impresa.

Questo è lo spirito che nel luglio 2007 ha animato la nascita del Galaxy Zoo Project. Da catalogare non c'erano immagini di persone, bensì quelle di un milione di galassie, l'immensa banca dati collezionata dai telescopi robotizzati della Sloan Digital Sky Survey. Aperto a chiunque voglia collaborare, nel primo anno il progetto ha visto la partecipazione di oltre 150 mila persone da ogni parte del mondo.

In questi giorni è stata annunciata l'ultima scoperta resa possibile da questa fantastica collaborazione. Carolin Cardamone (Yale University) e altri astronomi hanno infatti studiato in dettaglio 250 oggetti particolari che i volontari di Galaxy Zoo avevano scherzosamente catalogato con il nomignolo di "Green Peas" (letteralmente: pisellini) per il loro colore verdognolo, le piccole dimensioni e la forma tondeggiante. La ricerca, di prossima pubblicazione su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, ha messo in luce che si tratta piccole galassie estremamente compatte, ma con un elevatissimo tasso di produzione stellare. Distanti tra 1,5 e 5 miliardi di anni luce, queste galassie sono cento volte meno massicce della Via Lattea, ma fabbricano stelle ad un ritmo dieci volte più intenso.

"Il loro studio dettagliato - ha sottolineato Kevin Schawinski, uno dei fondatori di Galaxy Zoo - potrà darci preziose informazioni sui meccanismi evolutivi delle galassie".

Fonti: 

Yale University 

Galaxy Zoo

Sloan Digital Sky Survey 

 

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Astronomia

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Anche i terremoti piccoli sono importanti

strada con grossa crepa dovuta a terremoto in california

In alcune sequenze sismiche si osserva una correlazione tra le magnitudo di scosse successive, facendo sperare di poter migliorare i modelli per la previsione probabilistica dei terremoti. Tuttavia, secondo un gruppo di ricercatori dell’Università di Napoli Federico II, quando i dati indicano la presenza di una correlazione è solo perché le scosse più piccole sfuggono alle registrazioni.

Nell’immagine una strada di Fort Irwin, California, il 5 luglio 2019, dopo che tre scosse di magnitudo tra 6,4, 5,4 e 7,1 partirono dalla città di Ridgecrest, cento chilometri più a nord. Credit: Janell Ford/DVIDS.

I sismologi si chiedono da sempre se un terremoto grande preannunci l’arrivo di un terremoto ugualmente grande o più grande. Si interrogano cioè sull’esistenza di una correlazione tra la magnitudo delle scosse registrate durante una sequenza sismica. Secondo un gruppo di sismologi dell’Università di Napoli Federico II, se questa correlazione c’è è dovuta solo al fatto che non sappiamo rilevare tutti i terremoti piccoli durante le sequenze. Tenendo conto dei terremoti mancanti, la correlazione scompare, e con lei la possibilità di trovare eventi precursori di grandi terremoti.