Durante il meeting dell’American Physical Society
di Denver, lo scorso 13 aprile, il portavoce di un team di ricerca del
Massachusets Institute of Technology di Cambridge ha presentato i risultati di
un lavoro, pubblicato su arXiv, che mostra nuovi indizi della presenza di
materia oscura. Non si tratta però di un’osservazione di spazi cosmici, ma di
eventi registrati dall’esperimento CDMS-II (Cryogenic Dark Matter Serach) nelle profondità di una ex miniera
del Minnesota. I rilevatori al silicio, raffreddati a una temepratura di 40 millikelvin (quasi allo zero assoluto), hanno
osservato 3 segnali anomali, così come successo in precedenza per due eventi nel
2010 nello stesso esperimento. Questi possono, probabilmente, essere ricondotti a
collisioni tra particelle ordinarie e le WIMPS (Weakly Interactive Massive
Particles), ovvero quelle che, in teoria, costituiscono l’ipotetica materia
oscura.
Per il momento, però, continua a rimanere una teoria, perché proprio il livello
di probabilità di questi dati non consente, ancora, di parlare di scoperta.
In termini strettamente statistici, il team guidato da Kevin Mc Carthy ha
raggiunto una confidenza di 3 sigma, ovvero due livelli sotto la soglia di
sicurezza richiesta per distinguere il segnale dal rumore di fondo. Secondo i
dati del Minnesota, la massa delle WIMP sarebbe inoltre più bassa dei valori predetti dalla formulazione teorica.
Queste collisioni sono eventi molto rari e difficili da osservare. Per questo,
anche se non si tratta di una vera scoperta, i nuovi dati del CDMS-II contribuiscono
comunque in modo importante alla ricerca della materia oscura, richiedendo nuove osservazioni, una sfida che
vede protagonisti anche gli esperimenti LUX in South Dakota e gli esperimenti
XENON e DAMA al Gran Sasso, oltre alla Stazione Spaziale Internazionale ISS.
Materia oscura: un nuovo indizio dall'esperimento CDMS
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Adolescenti e dispositivi digitali: oltre i divieti, verso l'educazione

Mentre il tempo che bambini e adolescenti trascorrono con adulti e coetanei si è drasticamente ridotto, è cresciuto l’uso dei dispositivi digitali. Con effetti che, secondo gli studi, si traducono in rischi per salute fisica, sonno e benessere psicologico. Ma la risposta più efficace non sono divieti e verifiche d'età quanto, semmai, un’educazione condivisa all’uso consapevole, sostenuta da scuola, famiglie e comunità.
Trent’anni fa un adolescente trascorreva tra le 10.000 e le 20.000 ore in presenza di adulti e coetanei; oggi questa stima si riduce drasticamente, attestandosi tra le 1.500 e le 5.000 ore. Parallelamente, il 41,8% degli adolescenti tra i 15 e i 19 anni dichiara di essersi rivolto all’intelligenza artificiale nei momenti di tristezza, solitudine o ansia.
Da queste due considerazioni prende avvio una riflessione sull’uso eccessivo e intensivo dei dispositivi digitali da parte di bambini, bambine e adolescenti.